Domenica

Pierre Bayle, maestro di tolleranza

Scienza e Filosofia

Pierre Bayle, maestro di tolleranza

Keith Haring. Per celebrare  i sessant’anni dalla nascita di Keith Haring (1958-1990)  molte sono le iniziative espositive organizzate all’estero  (come la grande mostra aperta all’Alberina di Vienna) e in Italia. La rassegna «Party of Life» aperta prima a Milano e poi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna ha proposto una sessantina  di lavori del genio della Street Art, tra cui l’immagine qui accanto riprodotta, assai evocativa del tema della tolleranza e  della fratellanza tra gli uomini
Keith Haring. Per celebrare i sessant’anni dalla nascita di Keith Haring (1958-1990) molte sono le iniziative espositive organizzate all’estero (come la grande mostra aperta all’Alberina di Vienna) e in Italia. La rassegna «Party of Life» aperta prima a Milano e poi alla Pinacoteca Nazionale di Bologna ha proposto una sessantina di lavori del genio della Street Art, tra cui l’immagine qui accanto riprodotta, assai evocativa del tema della tolleranza e della fratellanza tra gli uomini

Amsterdam, 2 novembre 2004. Il regista e produttore televisivo Theo Van Gogh, un lontano parente del pittore Vincent, venne barbaramente ucciso da un estremista islamico come ritorsione contro alcune immagini mostrate nel suo documentario sulle donne e l’Islam intitolato Submission. Si trattò di una vera e propria esecuzione in pieno giorno. Quella mattina Theo stava andando in bicicletta verso il suo studio cinematografico quando venne fermato da un olandese di origine marocchina che prima gli sparò otto colpi di pistola, poi lo sgozzò e infine gli piantò un coltello nel petto e un altro nell’addome, in cui aveva infilzato un biglietto contenente minacce agli ebrei e ai governi occidentali. La vicenda fece grande scalpore. Per la tollerante Olanda era un fatto senza precedenti: un crimine così terribile che molti lo paragonarono all’attentato dell’11 settembre.

Jonathan Israel, noto per i suoi lavori sull’Illuminismo radicale e sulla storia olandese, considerò quel brutale assassinio come l’effetto di molte cause, una delle quali andava ricercata nell’oblio in cui ormai da diverse generazioni erano caduti due dei grandi maestri della tolleranza moderna: Spinoza e Bayle. «Se Spinoza è sottovalutato – ha osservato Israel – Bayle è totalmente ignorato».

Ovviamente ha poco senso chiedersi se una maggiore conoscenza di Bayle e Spinoza avrebbe potuto salvare la vita di Theo Van Gogh. Non c’è dubbio però che l’educazione alla tolleranza e alla conoscenza storica sia uno degli antidoti più potenti contro la violenza e il fanatismo ideologico e religioso dei nostri tempi. E quindi sia una delle priorità da porre al centro di ogni serio progetto educativo. Tutto il contrario, vale la pena di aggiungere, di quello che accade nel nostro Paese dove, dalla Riforma Gelmini in poi, l’insegnamento della storia ha un ruolo sempre più marginale nei programmi scolastici, con guasti irreparabili sulle nuove generazioni. Oggi nelle scuole di ogni ordine e grado siamo di fronte a un’autentica dealfabetizzazione della storia. Invito i lettori della Domenica a scaricare il documentato saggio di Mariangela Caprara, Il naufragio della storia nella scuola italiana, uscito di recente sulla rivista «Il Mulino».

Se l’educazione alla tolleranza è sempre stata una strada impervia, è altrettanto vero che oggi è un obiettivo improcrastinabile. È un percorso che ha bisogno di cure costanti da parte di tutti. Ognuno secondo i propri compiti. E tra i compiti di un editore rientra anche quello di pubblicare libri come questo. Un libro non facile, perché la scrittura di Pierre Bayle ha bisogno di un certo impegno per essere compresa. Ma necessario.

Si tratta della prima edizione integrale in lingua italiana del Commentario filosofico. Un lavoro assai faticoso – considerate anche la densità e la complessità argomentativa del testo – che è stato possibile realizzare grazie alla cura di Stefano Brogi, uno dei maggiori e riconosciuti studiosi del filosofo di Amsterdam.

Le prime due parti vennero pubblicate nell’ottobre del 1686. La terza, otto mesi più tardi, il 10 giugno 1687, e l’anno seguente il Supplemento. Come luogo di stampa l’opera riporta Canterbury (il Supplemento Amburgo) e come editore un inesistente Thomas Litwel. In realtà fu realizzata ad Amsterdam, presso lo stampatore Abraham Wolfgang. Come se non bastasse, sul frontespizio figura come autore uno pseudonimo, un certo Signor Jean Fox di Bruges, e si finge di essere una traduzione dall’inglese.

Nel titolo, lunghissimo com’era allora consuetudine, si fa riferimento ai molti argomenti dimostrativi con i quali Bayle intende provare «che niente è più abominevole dell’ottenere conversioni con la costrizione» e, al tempo stesso, confutare «tutti i sofismi dei convertitori che ricorrono alla costrizione». A cominciare da Agostino, secondo il quale il costringili a entrare presente nella parabola del convito del Vangelo di Luca consentirebbe l’impiego della forza contro gli eretici, in vista della loro salvezza. Scrive Bayle: «Io intendo fare un commentario di nuovo genere, basandolo su principi più certi e più generali di quelli che possono fornire lo studio delle lingue, della critica e dei luoghi comuni dell’arte dialettica». Un commentario filosofico appunto, fondato su un principio universalmente inscritto nella ragione umana, e cioè che «ogni interpretazione letterale che comporti l’obbligo di compiere azioni criminali è falsa».

Il calvinista Bayle condannava qualunque forma di conversione forzata, qualunque tentativo di imporre una professione di fede contro le convinzioni del singolo. A suo giudizio «si deve sempre rispetto alla coscienza, anche quando essa sia materialmente in errore». Così, se la obblighiamo a contraddire se stessa, «la si costringe al peccato più grave che si possa immaginare». L’adesione a questa regola morale non impediva però a Bayle di riconoscere all’autorità politica di intervenire per prevenire ogni tipo di disordine, compreso quello derivante da un eccessivo zelo religioso.

Un classico dimenticato, scrive Brogi nella sua introduzione. E in effetti se lo si paragona alle altre due grandi opere sulla libertà di coscienza e di pensiero – il Trattato teologico-politico di Spinoza e la Lettera sulla tolleranza di Locke – il Commentario non è mai stato tradotto nella nostra lingua.

Leggendolo, si capisce subito che non siamo di fronte a una dissertazione accademica ma a un’opera di battaglia composta in un momento drammatico per le sorti in Francia dell’intera comunità protestante. Il 15 ottobre 1685 Luigi XIV firmò a Fontainebleau l’abrogazione dell’editto di Nantes, che nel 1598 aveva messo fine alle guerre di religione consentendo ai protestanti la libertà di culto. Di fronte a questa revoca, che si traduceva in un atto persecutorio nei confronti dei calvinisti francesi, e contro il quale il clero cattolico non si era opposto, il Commentario alzava la posta in gioco affermando un principio generale che doveva valere per ogni fede, compresa la chiesa a cui apparteneva, e cioè quello di sancire il diritto di tutti alla libertà di coscienza. Un principio che alla fine del Seicento era condiviso soltanto da pochi e marginali movimenti religiosi nati dalla Riforma: anabattisti, sociniani, arminiani, quaccheri.

Agire secondo coscienza e Non si deve fare agli altri ciò che non vorremmo ci fosse fatto sono i suoi fondamenti contro l’intolleranza. Fermo restando che l’agire secondo coscienza non significa legittimare qualunque azione compiuta in buona fede. Da questo punto di vista Bayle era ben consapevole che esiste un lato oscuro della coscienza, soprattutto religiosa, che si manifesta nel fanatismo e nella superstizione. Perché l’intolleranza è una tentazione presente in qualunque gruppo religioso che non sia minoritario.

Non è un caso infatti che di fronte a queste forme di sopraffazione e di trasgressione dei principi etici più universali, Bayle preferisse di gran lunga l’ateismo. Perché l’ateismo, per la mancanza di un riferimento a un’entità sovrannaturale, ha il vantaggio di non occultare o misconoscere «le verità morali che il lume naturale presenta come assolutamente evidenti». Così come non aveva dubbi nel ritenere che l’autorità politica avesse il compito di stroncare senza indugi il fanatismo e l’intolleranza religiosa. Se i governi non devono esercitare alcuna autorità sulle singole coscienze, essi hanno però l’obbligo di intervenire quando una religione mette a rischio la pace civile.

Bayle conferma qui – ed evidenti sono gli echi machiavelliani – la convinzione che la logica della politica è inconciliabile con quella della religione. Per lui, commenta Brogi, «un buon politico può essere un devoto cristiano nella sfera privata, ma dovrà agire da ateo nella sfera pubblica». Solo così è possibile garantire la piena tolleranza religiosa.

La sua voce, per molti scomoda, giocherà accanto a quella di Locke e Spinoza un ruolo chiave nella cruenta battaglia europea per la libertà religiosa e di pensiero.

Pierre Bayle, Commentario filosofico sulla tolleranza, a cura di Stefano Brogi, Einaudi, Torino, pagg. LXXXVI, 849, € 90. In libreria dal 27 marzo

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