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Dopo la fine dell'età adulta, stiamo assistendo anche alla fine…

La maggiore età

Dopo la fine dell'età adulta, stiamo assistendo anche alla fine della vecchiaia?


«Le mie frequentazioni letterarie ed editoriali si sono sempre svolte nella città dove abito e credo che qui scriverò anche i prossimi libri». Gillo Dorfles scriveva così sulla Lettura, il 12 novembre scorso, riferendosi a Milano. Aveva 107 anni e 214 giorni e stava pensando ai suoi prossimi libri. Il caso del grande Dorfles, scomparso due settimane fa a un passo dai 108 anni, rimane un'eccezione. Ma l'età avanzata è sempre meno un ostacolo e sempre più un valore aggiunto, che si esprime nella saggezza ma soprattutto nella libertà, nella creatività e qualche volta perfino in un certo ribellismo e in un'improvvisa insofferenza per il “dover essere”. Potremmo chiamarla “mozione Scalfari”, inteso come Eugenio. Il fondatore di Repubblica, parlando con Bianca Berlinguer, ha detto: «Se uno attraversa il decennio novanta-cento, io sono a novantaquattro, allora quello è uno che… scusate… è uno che se ne fotte». Peraltro, non serve arrivare a novantaquattro anni. Ne bastano settanta. Ma quello è il punto, quella è la variabile che rende paradossalmente più effervescente un mondo in cui la vita si allunga e si altera il bilanciamento vecchi-giovani, con rilevanti conseguenze ancora poco indagate.

Joseph F. Coughlin, fondatore dell'AgeLab del Mit, nel saggio The Longevity Economy, spiega come le aziende fatichino a interpretare un mercato, quello degli adulti che hanno superato la “mezza età”, che nei soli Stati Uniti ha già un valore potenziale di circa ottomila miliardi di dollari. Applicando schemi obsoleti, si considerano gli anziani come partecipanti passivi della società e li si pensa esclusivamente come consumatori e non come produttori – di lavoro, idee, prodotti culturali – o addirittura come influencer.

Per le tre diverse copertine della sua Timeless Issue dell'ottobre scorso, l'edizione italiana di Vogue ha scelto Lauren Hutton che bordeggiava i settantaquattro anni. È una scelta innovativa, ma certo non astratta dalla realtà: ci sono più settantaquattrenni che ventiquattrenni tra le non moltissime persone che possono acquistare un abito che appare sulle pagine di Vogue. Tra l'altro, le settantaquattrenni hanno forse anche più occasioni per indossarlo e sicuramente, se è un abito molto particolare, hanno la personalità che occorre per portarlo con la disinvoltura che spesso manca alle più giovani. Ecco, nella sicurezza di sé, nella noncuranza, nella libertà, nel: «Massì, io lo faccio!», c'è forse la chiave di lettura del perché gli anziani piacciano molto e del perché l'età avanzata costituisca sempre più spesso un fattore di successo: la “mozione Scalfari” non è un caso isolato.

Andrea Camilleri, giunto alla notorietà dopo i settant'anni, ha fatto strame di tutte le regole dell'editoria – ad esempio quella di non innescare episodi di cannibalismo tra i propri titoli, con uscite troppo ravvicinate che rischiano di danneggiare le vendite complessive: ha pubblicato ogni anno tre, quattro, cinque, sei libri diversi e ha continuato a dominare le classifiche.
Il regista Manoel de Oliveira, scomparso nel 2015, ha girato meno di dieci film prima degli ottant'anni e più di venti tra gli ottanta e i centocinque anni, film sempre più anticommerciali, sempre più estremi, eppure sempre più ambiti dai grandi attori di tutto il mondo, sempre più accolti nei festival più importanti e poi regolarmente distribuiti nei cinema per soddisfare piccoli ma tenaci drappelli di estimatori che all'uscita dicevano cose così: «Ma come si fa a fare un film del genere?». «Sai, ha centodue anni…». «Ah, ok» (sia chiaro: chi scrive era di norma quello che, in quel tipo di dialogo, pronunciava la battuta: «Sai, ha centodue anni…»).
Quello che vale per gli autori vale anche per i personaggi. I protagonisti ottantenni di Ella & John di Paolo Virzì partono lungo la Route 1, diretti a Key West, per vedere la casa di Ernest Hemingway (nel libro da cui è tratto il film, In viaggio contromano di Michael Zadoorian, edito da Marcos y Marcos, i due vogliono invece raggiungere Disneyworld, percorrendo la Route 66). Sono vecchi e malati e i figli vorrebbero fermarli. Ma anche Ella e John, come Scalfari, se ne fottono.

Anche Addie e Louis, gli anziani protagonisti del fortunatissimo romanzo Le nostre anime di notte di Kent Haruf (NN Editore), intrecciano la loro delicata storia d'amore partendo da questo presupposto. Quando Addie invita il vicino Louis ad andare a dormire a casa sua – e con “dormire” intende “dormire”: sono vedovi e soli – lui accetta e si presenta sulla porta posteriore della casa di lei. «Ho pensato che così è più difficile che qualcuno mi veda», dice. Ma Addie replica: «A me non interessa. Lo verranno a sapere. Qualcuno ci vedrà. Passa dalla strada, entra dalla porta principale. Ho deciso di non badare a quello che pensa la gente. L'ho fatto per troppo tempo, per tutta la vita». Quella libertà e quella (purissima) spudoratezza Addie le ha conquistate soltanto con l'età e, naturalmente, scandalizzano più i giovani che i suoi coetanei. Sarà per questo, per una ridotta propensione a scandalizzarsi, che Catherine Deneuve, che ha settantaquattro anni, e Brigitte Bardot, che ne ha ottantatré, hanno preso una posizione che a molti è parsa ruvida e cinica sul tema delle molestie nel mondo del cinema e che sicuramente era controcorrente rispetto a quanto è stato sostenuto dal novanta per cento delle attrici più giovani? Molti conquistano con la vecchiaia la libertà, la leggerezza, la lingua sciolta, la capacità di sottrarsi al conformismo e l'insofferenza, anche un po' irrazionale, per quelle regole che forse non sono sempre così necessarie. Altri invece sono da sempre così. E, se sopravvivono fino a tarda età, non possono che sviluppare ulteriormente queste inclinazioni.

Negli ultimi anni la libertà di Franca Valeri ha sempre più scintillato non soltanto sul palco, ma anche in libri e interviste. E proprio in alcune recenti interviste Ornella Vanoni, che incurante del giudizio lo è sempre stata anche in modo esibito, ha dato spesso il meglio di sé. Per non parlare di Paolo Poli che, superati gli ottanta anni, faceva sul palco, con sempre più allegria, sempre più spregiudicatezza e sempre più successo, quello che soltanto la sua testardaggine gli aveva permesso di fare in passato. Intanto David Hockney attraversa da sessant'anni con il suo mostruoso talento ogni convulsione dell'arte contemporanea continuando a dipingere quadri figurativi, con una velocità da action painting unita a una cura da incisore rinascimentale. Ma ora dipinge soltanto con l'iPad, con buona pace dei puristi. D'altronde, chi già c'era quando tutto è cambiato, chi c'era negli anni Sessanta e Settanta, chi magari ha avuto il coraggio di scandalizzare quando si poteva scandalizzare davvero, beh, ora che ha raggiunto un'età che fino a ieri condannava a plaid e pantofole può invece sfavillare come una stella, specie in un'epoca dominata da vintage e retromania.

Chi può davvero essere più rockstar di Keith Richards? Chi può davvero essere più punk di Vivienne Westwood, che il punk l'ha prima inventato e poi portato, con immutato dosaggio di iconoclastia, nell'alta moda? Chi può davvero essere più nudo di Charlotte Rampling?

Si invecchia sempre di più, ma si è sempre meno obsolescenti. E se un numero di IL del 2014, in cui si raccontavano i quarantenni che, per la prima volta, avevano (e hanno) gli stessi consumi culturali dei loro figli, si intitolava La fine dell'età adulta, sarebbe forse tempo di aggiornare la teoria. Perché sta finendo anche la vecchiaia. Fino a pochi giorni prima della sua morte, a settant'anni, il 28 dicembre 2015, Lemmy Kilmister, il leader dei Motörhead (Chi può davvero essere più rockstar di Keith Richards? Sì, forse Lemmy sì, ma non c'è più) aveva continuato a cantare Killed By Death e Overkill con il microfono posizionato in altissimo, nella sua personale maniera, e quindi con una torsione del collo che avrebbe provocato la cervicale a un adolescente. Un comunicato ufficiale ha tranquillizzato i fan: Lemmy ha trascorso serenamente, a casa con la sua famiglia, i pochissimi giorni di malattia. Giocando al suo videogame preferito.

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