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Alle origini del «Manifesto»

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IL GIOVANE KARL MARX

Alle origini del «Manifesto»

Padre del «manifesto». August Diehl è Karl Marx ne «Il giovane Karl Marx» di Raoul Peck
Padre del «manifesto». August Diehl è Karl Marx ne «Il giovane Karl Marx» di Raoul Peck

Tra il 1843 e il 1847, molte cose cambiarono nell’esistenza di Marx e di Engels, nella vita pubblica come nella privata. Marx era nato nel ’18 e Engels nel ’20; a giudicarli con la lentezza dell’ingresso nella maturità che è tipica dei nostri anni, erano poco più che ragazzi, e la loro produzione intellettuale può apparire prodigiosa. Engels scrisse a 24 anni un’inchiesta fondamentale per la storia della sociologia che è La condizione della classe operaia in Inghilterra, Marx a 26 i Manoscritti economico-filosofici oltre ad articoli e saggi che intendevano rimettere sui piedi la filosofia legandola strettamente all’economia e intendevano ristabilire il rapporto fondamentale - oggi particolarmente dimenticato dai milioni di studiosi prodotti dalle università del pianeta, masticatori ossessivi delle idee correnti, anche le nuove o che appaiono tali - tra il pensiero e l’azione, un’ossessione che fu anche dei nostri profeti risorgimentali.

Il film di Raoul Peck, regista nero haitiano di cui si è apprezzato un formidabile film di montaggio su James Baldwin e la rivolta nera degli anni Sessanta negli Usa, I’m not your negro, ha osato un’impresa che non è mai stata tentata salvo che, incidentalmente, dai russi al tempo di Stalin e dai tedeschi della DDR, bensì con criteri opportunistici e agiografici. Ha voluto raccontare la vita di Marx e di Engels nel tempo della loro formazione, negli anni che precedono la stesura di quel Manifesto che ha avuto l’importanza e l’influenza che tutti conosciamo sulla storia della seconda metà dell’Ottocento e di gran parte del Novecento, fino alla rapida mutazione dell’economia dalla produzione alla finanza con il drastico ridimensionamento del peso della classe operaia, fino alla sconfitta di ogni rivoluzione (e finanche di ogni idea di rivoluzione) dovuta alla forza e al peso di un nemico sia esterno – un capitalismo infinitamente capace di rinnovarsi – che interno – i nuovi poteri, le nuove burocrazie prodotte dalle rivoluzioni-. La narrazione piana e didascalica di personaggi storici ma che leghi tra loro privato e pubblico, sentimenti ed eventi, ha precedenti illustri non tanto nelle agiografie degli anni Trenta e Quaranta (a Hollywood soprattutto, con i film sui “benefattori dell’umanità”, da Pasteur a Madame Curie, da Juarez a Zola) quanto nelle televisioni più intelligenti, come la francese, ai cui modelli Peck e il suo co-sceneggiatore Pascal Bonitzer si rifanno direttamente, o la inglese. Un modo di affrontare la storia, i suoi momenti e personaggi esemplari, avendo ben presente le necessità della chiarezza e della sintesi al fine di aiutare il pubblico a capirne le ragioni e le tensioni. (Un altro film, più vecchio, di Peck e Bonitzer ha riguardato la tragedia delle rivolte anticoloniali attraverso la grande figura di Patrice Lumumba, e sarebbe bello che qualche distributore lo recuperasse, dato che sulla Rai-Tv è ridicolo sperare).

Il giovane Marx, che sarebbe stato più giusto chiamare I giovani Marx e Engels, è un film sincero e onesto, da mostrare nelle scuole per il suo alto valore pedagogico. Ricostruendo un’epoca e due dei suoi protagonisti centrali – un po’ come di recente ha tentato di fare in Italia Mario Martone con Noi credevamo e più tardi col film su Leopardi, ma qui senza l’ambizione a un linguaggio autoriale – Peck non rinuncia, prevedibilmente, a mostrare la sua simpatia nei confronti dei personaggi, delle loro convinzioni e della loro impresa, ma ricerca un massimo di obiettività, e insiste sulle difficoltà dell’affermazione di una linea “scientifica” del pensiero rivoluzionario, che vada oltre l’indignazione e l’emotività per le condizioni del proletariato nell’Europa del tempo e oltre l’afflato umanitario dei gruppi e pensatori allora attivi, da Proudhon a Bakunin, narrati peraltro con molto rispetto. Non rinuncia neanche a raccontare Marx e Engels nel loro privato, e nel film hanno molto rilievo le figure delle loro compagne. Tutto però converge nell’evento storico fondamentale per gli autori, e non solo per loro: la stesura del Manifesto un anno prima dell’esplosione del ’48. Peck e Bonitzer si permettono infine una, pur contenuta, apertura epica, che nei titoli di coda insiste sugli esiti del Manifesto, sul peso storico delle lotte che alle sue analisi e affermazioni si sono ispirate, che di quelle idee si sono nutrite.

Film di rara onestà, Il giovane Marx racconta tuttavia un mondo passato, un mondo di ieri, non solo perché ci mostra figure di due secoli addietro, ma perché il mondo in cui oggi viviamo è mutato nelle sue strutture economiche e politiche e ha bisogno di nuove analisi, e anche di nuove risposte, perfino di nuovi modelli di organizzazione. Raccontare le fondamenta del nostro presente è un’impresa molto più delicata e difficile, che raccontare la storia, per quanto lodevole sia il farlo. E viene in mente un’impresa disperata sognata da Ejzenstejn nei primi anni dopo la rivoluzione sovietica, quella di tradurre in film nientemeno che Il capitale di Marx. Di questo forse si avrebbe bisogno oggi, di un racconto molto didascalico e convincente sul funzionamento attuale dell’economia, sul nostro preoccupante oggi e i sistemi di potere che a esso presiedono, Like a rolling stone.

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