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Le Allegre madame di Shakespeare

Letteratura

Le Allegre madame di Shakespeare

Una sequenza del film diretto da John Madden (1998) che racconta la storia d’amore di William Shakespeare (qui interpretato da Joseph Fiennes) per la nobildonna Lady Viola De Lesseps(interpretata da Gwyneth Paltrow) durante la preparazione del «Romeo e Giulietta» allestito al Globe di Londra
Una sequenza del film diretto da John Madden (1998) che racconta la storia d’amore di William Shakespeare (qui interpretato da Joseph Fiennes) per la nobildonna Lady Viola De Lesseps(interpretata da Gwyneth Paltrow) durante la preparazione del «Romeo e Giulietta» allestito al Globe di Londra

Dante e Shakespeare si dividono il mondo moderno, dicevano Ezra Pound e T.S. Eliot, coloro che lanciarono il Modernismo un secolo fa. Il fatto è, però, che Dante e Shakespeare creano il mondo moderno, creano noi quali ancora siamo. Shakespeare, per esempio, che insegue la felicità terrena, ne contempla i fallimenti in tutti i campi dell’attività umana: nel potere, nel sapere, nell’amare. Ha, Shakespeare, una latitudine immensa: sue sono, per parafrasare il Polonio dell’Amleto, tragedia, commedia, dramma storico, pastorale e romanzesco, e persino il sonetto d’amore. Ricostruisce la storia d’Inghilterra dal Medioevo al Rinascimento, mette in scena quella romana nei suoi nodi cruciali, e tutto mescola e rivolge come in un gigantesco ciclotrone: nella tragedia compatta e assoluta del Macbeth c’è per esempio una scena comica formidabile. Insomma è, Shakespeare, un mondo, un “grande globo” come quello che Prospero vede svanire nella Tempesta: un universo e il teatro che lo rappresenta a Londra, il Globe, nel quale venivano messi in scena i suoi drammi.

Guardiamo alla costellazione di lavori shakespeariani quale si presenta in questo lasso di tempo in Italia. Ci sono Le allegre madame di Windsor, il Re Lear, e tutti i drammi storici: volumi curati dai migliori anglisti del paese. Ebbene, nella commedia delle Allegre madame, come nelle due parti di Enrico IV, gioca un ruolo centrale Falstaff, uno dei personaggi più straordinari che Shakespeare abbia mai inventato. Ma Falstaff, il pancione in cerca di donne e quattrini sbeffeggiato e umiliato proprio dalle madame, colui che accompagna il giovane Principe Harry nelle ribalderie e nelle bevute, che esalta lo sherry in un famoso monologo, proprio quel Falstaff del quale la Regina Elisabetta voleva vedere di più («More Falstaff, more Falstaff», pare chiedesse a Shakespeare) – è per certi versi l’opposto di Lear, il re che piomba nella follia per colpa delle figlie crudeli. A lui e al suo compagno, il Duca di Gloucester, non si rivolgono personaggi alla Falstaff, ma il “povero Tom” e il Matto, pronunciando la verità. Lear, però, che cede il regno alle figlie e finisce per errare sulla brughiera urlando agli elementi e invocando la distruzione del mondo, è – fa notare Serpieri – per tanti versi una controfigura di Riccardo II, il sovrano deposto da Bolingbroke-Enrico IV, quel Riccardo che dei re predica, in un celebre discorso, la morte, e che, proprio come Lear, è ridotto a nulla: «Ma chiunque io sia», dice nella mirabile traduzione di Claudia Corti all’interno dei Drammi storici, «né io, né nessun altro che sia solo un uomo, in nulla troverà soddisfazione finché non si sentirà pago di essere un nulla». Di converso Lear, ancora ottenebrato dalla follia, offre a Gloucester, che gliela vuole baciare, una mano regale sì, ma che «puzza di mortalità», e più tardi, quando ricompare in scena portando in braccio il cadavere di Cordelia, in punto di morte esala (torno a Serpieri): «E la mia povera matterella è impiccata! No, no, niente vita! / Perché un cane, un cavallo, un topo devono avere vita, e tu neppure un respiro? Oh, non tornerai mai più, / mai, mai, mai, mai, mai».

Re Lear è una tragedia enorme, forse la più profonda ed estesa di quelle di Shakespeare, che pure comprendono capolavori quali Macbeth, Otello, e Amleto: doppia in primo luogo nella trama parallela di Lear e di Gloucester; doppia nella tresca di Edmund, il figlio “bastardo” di Gloucester, con Goneril e Regan, le figlie malvage di Lear; doppia infine nella caduta del protagonista, dapprima nella pazzia, poi – dopo l’intervallo che fa presagire la salvezza nel ricongiungimento con Cordelia e che pare aprire agli esiti felici dei drammi romanzeschi – nella sconfitta e nell’assassinio della figlia amata e del protagonista. Ogni speranza, ogni luce viene nel Re Lear negata due volte.

Anche Falstaff muore. Rifiutato dal Principe Harry quando diventa re col nome di Enrico V, Falstaff se ne va, racconta l’Ostessa nell’Enrico V, gridando «Dio, Dio, Dio» tre o quattro volte, farfugliando di campi verdi, tastando le lenzuola, palpando i fiori, sorridendo alle punta delle dita. Il naso affilato «come una penna», egli ora chiede «di mettergli più roba sui piedi», e quando l’Ostessa glieli sente con le mani, e poi ne tasta le ginocchia «e più su e più su», è ormai «tutto freddo come la pietra». Non muore da eroe tragico, Sir John Falstaff, ma con pathos tutto umano, e infine, lui già gaudente codardo, con la nobiltà del cavaliere che è: «No, sicuramente non è all’inferno», dice l’Ostessa nella splendida versione di Franco Marenco, «Lui è nel seno di Arturo, se mai un uomo è finito nel seno di Arturo. Lui ha fatto una fine più bella, e se n’è andato come un bambino appena battezzato. Se n’è andato proprio fra mezzogiorno e l’una, proprio al volgere della marea». Shakespeare aggiunge all’immagine commovente, e alla dottrina cristiana, del bimbo quella del «seno di Abramo» dalla parabola del ricco Epulone di Luca: ma contamina Abramo con Artù, il re della Tavola Rotonda. Morendo, Falstaff torna nel grembo dei padri, nel paradiso originario della cavalleria: maledicendo il vino di Spagna e (forse) anche le donne quali «diavoli incarnati», dopo averne – si leggano le pagine formidabili di Nadia Fusini – «per davvero maneggiate» molte.

Leggere i drammi storici nella loro sequenza compositiva vuol dire formarsi un’idea dell'evoluzione di Shakespeare artista, ma leggerli nella loro sequenza storica, da Re Giovanni a Enrico VIII, passando per Riccardo II e Riccardo III, significa percepire come attuale la vita dei Grandi e rinvenirvi squarci della vita e delle parole di un personaggio, Falstaff, meno storicamente grande, ma forse umanamente maggiore. E trovarli ricomposti in volume preciso, con i testi di Oxford, introduzioni, note e traduzioni ottime, è piacere pari all’impresa di chi ha coordinato l’edizione. Tuttavia, in Falstaff c’è anche «un che di divino»: così Nadia Fusini nella sua introduzione alle Allegre madame: cangiante, plurivoca, allusiva, spumeggiante al pari della commedia e della sua traduzione. Sileno per un attimo quanto il Socrate di Alcibiade, Bacco inglese; e poi man mano vecchio Casanova, libertino Don Giovanni, «gran signore» dotato di «femminile, remissiva sottomissione»: infine naufrago, mendico, outsider. Sì, sebbene Falstaff sia «il nome che potremmo dare al piacere dell’effrazione, alla gioia della pancia piena, alla soddisfazione del sesso, insomma alla festa», pure egli finisce per costituire «un corpo estraneo, grottesco e inassimilabile», una «figura del passato»: una «balena con tante tonnellate d’olio in pancia» che qualche tempesta ha “spiaggiato” a Windsor. Le “madame”, esponenti del puritanesimo borghese, lo vincono pur giocando con lui. Ma lui, Falstaff, non se ne dà per inteso, si arrende senza problemi: «Fate di me quel che volete», sono le sue ultime parole, un attimo dopo un guizzo verbale dei suoi. A Evans che lo accusa, «Formacio non buono per purro, la pancia vostra è tutta purro», Sir John replica: «”Formacio” e “purro”? E sarei vissuto fin qui per farmi prendere in giro da uno che fa l’inglese a frittelle? Tanto basterebbe a decretare la fine dei libertini e dei nottambuli in tutto il regno». Appunto.

William Shakespeare, Le allegre madame di Windsor, a cura di Nadia Fusini, Feltrinelli, Milano, pagg. 245, € 9; Re Lear, a cura di Alessandro Serpieri, Marsilio, Venezia, pagg. 460, € 20; I drammi storici (Tutte le Opere, vol. III), coordinamento di Franco Marenco, Bompiani, Milano, pagg. 3.300, € 55,
tutti con testo a fronte.

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