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Da Mr. Bean ai Backstreet Boys: Dubai viale del tramonto delle star

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vip occidentali «riciclati» dagli emiri

Da Mr. Bean ai Backstreet Boys: Dubai viale del tramonto delle star

«Mr. Bean» testimonial della telefonia a Dubai
«Mr. Bean» testimonial della telefonia a Dubai

Il cartellone sarà alto circa 100 metri: occupa tutta la facciata di un grattacielo, uno delle decine in costruzione nella zona di Jumeirah Beach, la spiaggia super modaiola di Dubai, quella della Vela per intenderci. Sopra c’è una vecchia conoscenza del mondo dello spettacolo: Mister Bean che contorce il viso nelle sue famose e ridicole smorfie mentre cerca di prendere campo con un telefonino. Che ci fa Rowan Atkinsons, l’attore comico inglese che ha creato il personaggio, raffigurato su un mega cartellone di Dubai? Fa la pubblicità a Etisalat, la Tim degli Emirati, la più grande compagnia telefonica del Paese.

Mister Bean è collocato in una strada, ma sarebbe meglio dire tangenziale, a 10 corsie, la più trafficata di Dubai: milioni di automobili, ogni mese milioni di automobilisti. Fossimo in Italia ci sarebbe una super top model semidiscinta, ma qui siamo in un paese islamico. Così ecco che compare invece il dimenticato Atkinsons. Indossa lo smoking, come nel film del 1997, una sorta di parodia di James Bond che segnò peraltro l’apice della sua carriera da comico. In Italia, le gag di Mister Bean andavano in onda su Canale 5 nei pomeriggi d’estate, 20 anni fa; l’imbranato Fantozzi inglese è da tempo finito nel dimenticatoio in Europa.

Chris De Burgh, chi era costui?
Ma non qui a Dubai che si sta trasformando un po’ in un cimitero delle vecchie glorie: star sul viale del tramonto vengono nella Las Vegas del Medio Oriente, strappate a suon di assegni dagli arabi, entusiasti di veder dal vivo cantanti che hanno solo guardato in Tv o su internet. E poco importa se ormai non sono più sulla cresta dell'onda. E magari trovano anche una seconda vita, non necessariamente peggiore della prima. Poco più avanti sulla medesima e trafficata autostrada un altro cartello informa che il 20 aprile Chris De Burgh sarà in concerto all’Auditorium di Al Sharja, emirato satellite di Dubai, città più piccola e molto meno glamour. Se vi chiedete chi sia De Burgh, non preoccupatevi: non siete degli ignoranti della musica; è solo che il musicista angloargentino ebbe una certa fama solo in Inghilterra e Irlanda con la canzone High on Emotion nell’ormai remoto 1984, quando il mondo era comandato da Ronald Reagan e Michail Gorbachev. Il bello è che un biglietto in prima fila per ascoltare De Burgh costa 795 Dirham, circa 200 euro. Prezzi che in Europa si possono permettere di fare gente come i Rolling Sontes, gli U2 o Bruce Springsteen, i mostri sacri. Ma i ricchissimi di soldi (poverissimi di eventi) Emirati hanno bisogno di importare celebrità e «nomi» dall’Occidente per intrattenere i quasi 16 milioni di turisti che ogni anno sbarcano a Dubai e una popolazione araba sempre più esigente.

Riecco i Backstreet Boys
Gli emiri hanno budget a cinque zeri da offrire a celebrità che si prestano a fare da testimonial per i marchi locali o a suonare in località che snobberebbero tranquillamente in tempi di gloria e fama. Lo stesso giorno in cui De Burgh si esibirà a Sharja, al Base, locale trendy del Design District, nuovo quartiere alternativo di Dubai, saliranno sul palco niente poco di meno che i redivivi Backstreet Boys, fenomeno dei teenager degli anni Novanta (adolescenti che forse ora si sono trasferiti proprio a Dubai fare soldi): la band americana, che nacque nel 1993, ha navigato per 20 anni tra alti e bassi, tra mezzi scioglimenti e mezze reunion, con membri della band che uscivano e rientravano. Di recente si sono lanciati in un imbarazzante tour che fa tanto nostalgia e sindrome da Peter Pan (visto che ormai i Ragazzi del Vicolo non sono tanto più boys ma 40enni pure loro).

Stereophonics, per palati indie
Se invece schifate il pop mainstream e commerciale e avete gusti più indie, nessun problema: a maggio a Dubai sbarcheranno gli Stereophonics, band alternativa gallese coeva dei Backstreet (si formarono nel 1992) che visse il suo zenith nel 2001 quando le radio mandavano in heavy rotation la loro Have a Nice Day, successo planetario che due anni la compagnia assicurativa tedesca Allianz ripescò dal dimenticatoio per un loro fortunato spot in tv. La band di Kelly Jones, ormai attempato sex-symbol dalla voce roca alla Rod Stewart, ha ancora un suo seguito di aficionados, anche perché, analogamente ai BackStreet non hanno mai smesso di incidere dischi e non si sono mai sciolti ma, a differenza della boy band americana, non sono mai veramente state delle star planetarie e sono sempre rimasti sul punto di fare il grande salto che non è mai arrivato. Al Drai’s Dubai, la filiale Emiratina del noto locale di Las Vegas, in soli tre mesi dell’apertura, è motivo di vanto aver avuto celebrità del calibro di Nelly, Trey Songz e Craig David. I primi due sono dei rapper americani abbastanza ignoti in Europa, Craig David è invece nome di prestigio, ma anche lui una star impolverata: divenne famoso nel 2000 col singolo Rewind che divenne una sorta di inno dei pub inglesi e poi anche lui si è eclissato. Diciotto anni nel mondo dello spettacolo possono pesare come ere geologiche.

Benvenuti nella «nuova Mosca»
Dubai è la nuova Mosca: negli anni Ottanta e Novanta, era la Russia il paese dove sbarcavano in massa le star in disarmo. E i nuovi ricchi moscoviti, gli oligarchi alla Abramovic e alla Usmanov, emersi dopo la caduta del comunismo, sborsavano montagne di rubli per ospitare i cantanti dell’Occidente (come dimenticare il mega concerto alla Crocus Hall nel 2013 per la reunion di Al Bano e Romina). Gli emiri pagano fior di soldi per avere le cariatidi del mondo dello spettacolo. Eppure non è detto che sia una strategia sbagliata, anzi: «Mister Bean? Lo vedo sempre, mi fa ridere», afferma compiaciuto Savaad, autista indiano che da 10 anni vive a Dubai. Alla replica che in Europa è roba morta e sepolta, risponde serafico: «Ah sì? Io qui lo vedo sempre sul telefonino». Non sottovalutare la potenza di YouTube: nell’era di Internet e degli smartphone la celebrità diventa eterna.

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