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E Giuseppe Verdi incantò Lione

OPéRA

E Giuseppe Verdi incantò Lione

Buia e scura. L’Opéra di Lione  è stata ristrutturata da Jean Nouvel nel 1993
Buia e scura. L’Opéra di Lione è stata ristrutturata da Jean Nouvel nel 1993

Sabato 17 marzo si festeggia San Patrizio patrono d’Irlanda e le vie antistanti la Piazza Terreaux, superato il pont de la Feuillée, brulicano di giovanissimi che birra in mano sbucano da ogni dove e si assiepano davanti ai bar. Hanno magliette colorate di un verde smeraldo e cappelli dalle foggie allungate.

Il Don Carlos tratto dall’omonima tragedia di Friedrich von Schiller, nella sua versione francese in cinque atti, è finito tardi e, libretto in mano, la gente sciama infreddolita dall’Opéra de Lyon. Sotto un vento sferzante, come nella Milano di tanti anni fa, o forse nella Parma di appena alcuni decenni orsono i ragazzi, sì proprio loro, ti fermano e chiedono dell’opera. Si informano, vogliono sapere com’era e c’è da stupirsi, dal momento che la scena si ripete a più riprese.

È stato un successo per questo Don Carlos al centro del Festival dedicato a Verdi, con in cartellone anche il Macbeth e l’Attila e, di tutta evidenza, nel capoluogo dell’Alvernia-Rodano-Alpi si è messa a punto una formula per capire e partecipare diversamente all’opera lirica. Il direttore dell’Opéra, Serge Dorny, che è qui dal 2003 (per restare fino alla scadenza del suo contratto nel 2021, quando traslocherà alla Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera) così racconta il suo lungo quindicennio alla guida dell’istituzione: «Si tratta di una sorta di osmosi con la città. L’Opéra si è aperta al dialogo con la Ville. Abbiamo stabilito una relazione di confidenza con i lionesi. I cittadini vogliono capire e anche i giovani partecipano (1/4 del pubblico è costituito da persone con meno di 26 anni, e normalmente la loro partecipazione è ben più alta che alle prime più costose) e tutto questo ci consente di variare il nostro cartellone, esteticamente aperto, con scelte difficili altrove, come quella di proporre De la Maison desmorts di Leóš Janáček».

Buia, scura all’interno tutto denso di neri, come voluta dal discutibile restauro del 1993 di Jean Nouvel, l’Opéra appare un po’ come lo specchio a cui rivolgersi in attesa di risposte anche disturbanti. Perché no? «Abbiamo un pubblico che vuol capire e vuol vedere, e un pubblico più diverso e eterogeneo consente un programma più vario. Bisogna abbattere le barriere perché queste istituzioni vivano nel XXI secolo. Non si può pensare di mantenerle in piedi come mausolei. Di più, un’istituzione come questa da me diretta deve essere un attore politico nel senso più nobile del termine» aggiunge Dorny, spiegando che le sue scelte sono improntate a «un Teatro e un’estetica aperti, dal momento che io stesso mi definirei policromo e non monocromo».

Davanti a lui, appena sotto le ampie vetrate che circondano il suo studio ai piani alti dell’edificio, mentre Dorny parla, i ragazzi fanno prove di salto sullo skateboard e i poliziotti e i militari che fanno sentinelle al Teatro, li guardano attenti e divertiti. La scena appare come sospesa e composta, la paura di attentati non sembra aleggiare a Lyon. «L’importante è mantenere sempre un livello di eccellenza» ha insistito Dorny congedandosi, anche quando la proposta riguarda L’Opéra Underground con le sue «Musiche dal mondo».

Per Daniele Rustioni, il trentacinquenne formato alla Scala che ha diretto con successo e con rigore filologico le tre opere nel week-end, si è trattato del «Viva Verdi» di questa città e suo personale. Certamente le logiche e i giochi di potere al centro delle tre opere ben si attagliano ad interloquire con più pubblici. Il dramma umano di Don Carlos e i contrasti all’interno della sua famiglia principesca hanno per contraltare le immagini contestatarie di Occupy Wall Street e i globalmente dominanti grafici delle società di rating al centro della messa in scena del Macbeth. Il pubblico più giovane lo sa e ne resta evidentemente attratto, a conferma dell’attualità per certi versi sorprendente e mai datata del Verdi anche più politico, che nel caso di Attila genera perfino applausi da stadio a scena aperta.

E così, mentre linguaggi lontani nel tempo sembrano confluire in un’unica sintassi, a Lyon, terza città di Francia con poco più di cinquecentomila abitanti, l’abitudine al dialogo, facilmente snobbato nelle frenesie dell’altrove, è il quotidiano che non ti aspetteresti. Tanto meno all’Opéra.

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