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Se pagare non è un peso ma un piacere

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saggi

Se pagare non è un peso ma un piacere

«“Pagare” è ormai un verbo sotto accusa: pagano sempre gli stessi, loro mangiano e noi paghiamo – indignazione digestiva da talk e telegiornali della sera. Pagare troppe tasse, pagare irragionevoli accise sulla benzina, pagare i privilegi dei politici, pagare imposte occulte o penali non dovute, pagare anche l'aria che respiriamo; si paga, mugugnando, per ciò a cui si avrebbe naturalmente e civilmente diritto: il silenzio, l'acqua pulita, un'ecografia tempestiva, un letto in ospedale o un parcheggio incustodito».

Come è cambiato il rapporto con i soldi nell'arco di pochi decenni? Walter Siti, critico letterario, saggista e scrittore, vincitore del Premio Strega nel 2013, pubblica per Nottetempo un pamphlet in cui racconta come in questi anni sia mutata la percezione di un gesto quotidiano che un atto sì consueto ma anche un processo, un simbolo.

«Si “unge” un impiegato per non essere scavalcati da qualche prepotente; i gay talvolta pagano per avere figli, le signore ricche pagano per restare eternamente giovani, perfino la morte (dolce) si paga; “pagare” è diventato un sigillo d'ingiustizia, la cicatrice d'uno sviluppo distorto e di un consumismo uscito dai cardini. Eppure io che ho settant'anni, e provengo da quella che un tempo si chiamava la classe operaia, ricordo il piacere di pagare: una sensazione di trionfo, o almeno di soddisfazione profonda, le prime volte che potevo procurarmi, pagando con soldi guadagnati da me, qualche piccolo lusso».

Se dunque per la generazione di Siti pagare era un piacere perché nel definire una identità segna anche il riscatto sociale, l'emancipazione dell'individuo al punto che «pagare era una sottospecie del pregare», negli anni il pagare diventa un processo che provoca l’identificazione tra l’atto e ciò che è conquistato: «Interiorizzavo l'idea marxiana della merce come feticcio e l'illusione consumistica per cui, acquistando un singolo prodotto, l'intera rappresentazione di vita simboleggiata da quel prodotto sarebbe stata a mia disposizione». Fino ad arrivare ad arrivare alla generazione dei “nativi digitali”. Con loro sono mutati i parametri mentali: «pagare (ed essere pagati) è diventato più aleatorio, lavorare per comprare è più una teoria che un fatto, il rapporto stesso con l'economico è diventato più rabbioso, indolente e disperato al tempo stesso».

Così nel ragionamento di Walter Siti, il concetto di pagare diventa lo spunto originale e personale per una riflessione critica e un'analisi sociologica e storica di una trasformazione ancora in atto.

Pagare o non pagare inaugura la serie di gransassi Trovare le Parole. Per tante cose non abbiamo le parole. Per certe altre ne abbiamo troppe e non sappiamo quali scegliere. “Trovare le parole”, spiega l’editore « ha chiesto agli autori di farlo per noi, rinunciando al velo della finzione e facendosi avanti senza maschere, in prima persona, usando l'immaginazione e i nervi per inoltrarsi in questioni aperte, che ancora faticano a trovare una cornice. Siamo convinti che, se non smetteremo di cercarle, saranno le parole a trovare noi».

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