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Le bambole nere per la prima volta in Europa. Sfilata a Parigi

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Le bambole nere per la prima volta in Europa. Sfilata a Parigi

Materiali di recupero. La collezione di Black Dolls di Deborah Neff, presentata alla galleria La maison rouge, a Parigi, fino al 20 maggio. Foto di Ellen McDermott, New York City
Materiali di recupero. La collezione di Black Dolls di Deborah Neff, presentata alla galleria La maison rouge, a Parigi, fino al 20 maggio. Foto di Ellen McDermott, New York City

Strano come alcuni oggetti, per quanto piccoli, riescano a proiettare ombre di notevole grandezza, e strana la sensazione di sentirsi chiamati da quella schiera di fantasmi che si allungano sul muro. A questa genia di presenze magiche, così forti da sopravvivere a un secolo di schiavitù e a un razzismo mai finito, appartengono le black dolls, le bambole nere della comunità afroamericana che Deborah Neff colleziona da oltre vent'anni e di cui espone per la prima volta in Europa un'ampia selezione, tra le oltre cinquecento della sua raccolta, nella galleria La maison rouge di Parigi, fino al 20 maggio.

Viene spontaneo chiedersi perché mai una donna nata negli anni '50, avvocato societario da poco in pensione, treccia di capelli biondi, occhi e pelle chiarissima, un volto che ricorda Joni Mitchell, abbia scelto tra le infinite collezioni propria quella. E la risposta, da testimone o imputato di fronte a quello stesso gruppo di bambole bambine, bambole madri, bambole nonne, vestite con la tela di un sacco o una manica di pizzo recuperata, è che non avrebbe potuto fare altrimenti. «Ero ad Atlanta per una riunione e nelle poche ore prima del ritorno a New York, ho visitato una fiera antiquaria. Lei era lì, una bambola della metà dell'Ottocento, il volto ricavato da un ritaglio di cuoio, lo sguardo nel mio.

Ancora oggi non so se quel corpo sia maschile o femminile, di sicuro mi sembrava un esempio altissimo di arte moderna. L'ho comprata sotto ipnosi e quasi non mi sono accorta che a quel primo acquisto ne sono seguiti altri venti, e a quel punto ho capito che dovevo capirne di più. Di me, di loro». Le black dolls di Deborah Neff raccontano un secolo di storia afroamericana, dal 1840 al 1940, e sono nate in un paese che dal 1790 al 1860 ha deportato dall'Africa un milione di uomini e donne, un paese dove alla metà dell'Ottocento il 14% della popolazione era ridotto in schiavitù e dove, alla fine della Guerra Civile nel 1865, il 95% degli afroamericani era privo di ogni diritto, compresi quelli di sposarsi e allevare i propri figli. Ed è in questa nazione divisa a metà che le bambole, unico giocattolo a replicare le nostre sembianze e per questo oggetto politico assoluto, riuniscono il destino di migliaia di bambini. «Può sorprendere, ma le bambole nere non sono state create solo per le bambine afroamericane da quelle madri lontane, balie o cameriere al servizio delle famiglie bianche.

Al contrario nella mia collezione ho moltissime fotografie di bambine bianche che stringono tra le braccia la loro amata black doll. Perché? Perché un bambino vuole sentirsi protetto, vuole il contatto fisico, il latte che diventa carezza, e le madri di allora, candide quanto distanti, non toccavano i figli, non li allattavano, preferendo affidarli in quella fase della vita di puro istinto alle cure delle nunnies afroamericane», prosegue Deborah Neff. E se dunque le bambole nere mantengono intatta la magia di quel legame caldo e protettivo, sospendendo l'odio razziale, dall'altra esaltano la straordinaria abilità delle loro artefici. Leggere, scrivere e cucire, questo permetteva alle donne afroamericane di incamminarsi verso l'indipendenza economica, il rispetto sociale e il riconoscimento della propria individualità. «Ogni bambola nera, fatta a mano, recuperando materiali di scarto - una tazza da tè rotta per sostenere il collo, bottoni al posto degli occhi - è una creatura a sé, un elogio struggente alla mancanza di simmetria. Cos'è del resto l'arte moderna occidentale, che ha guardato a quella africana dall'inizio del Novecento, se non il desiderio di esaltare proprio questa mancanza di specularità per trovare un altro ordine? Penso ai volti di Paul Klee e alle bambole di Nellie Mae Rowe, straordinaria artista afroamericana.

Tra loro si parlano». Ma c'è anche l'altra parte della storia, e quando una bambina afroamericana di inizio '900 doveva scegliere il giocattolo preferito con cui farsi ritrarre insieme ai genitori, non di rado si presentava con una bambola bianca, le guance rosee, il vestito di pizzo colore della neve. La risposta a un ovvio perché è il test di Kenneth e Mamie Clark, psicologi afroamericani e attivisti del Movimento dei Diritti Civili, che negli anni '40, quando ormai anche le black dolls venivano prodotte in serie, chiedono a un gruppo di bambine afroamericane quale giocattolo desiderino di più, e a sorpresa la scelta cade su una bambola bianca, tali erano ancora i pregiudizi razziali e la voglia di aspirare, attraverso quella donna in miniatura, a un futuro socialmente migliore. Sembra assurdo ma ci sono stati tempi in cui era proibito persino possedere una bambola bianca e di questo parlano le topsy–turvies, le bambole doppie, tagliate alla vita, metà nere, metà bianche, dove la gonna del vestito, girandola, nascondeva una o l'altra identità. Aspirazione di ogni bambina nera a possedere una white doll, oppure obbligo razziale a specchiarsi tra simili? O ancora, prova evidente degli stupri subiti dalle donne afroamericane e del destino meticcio dei loro figli? «Del resto Toni Morrison, ne L'origine degli altri, ricordava di quando sua nonna, scurissima di pelle, puntava il bastone contro lei e sua sorella, e rimproverando la madre diceva: c'è qualcosa di strano in queste due bambine, è troppo chiara la pelle», prosegue la Neff.

Anche lei a modo suo ha vissuto l'incontro tra due realtà diverse, figlia di matematici di origini polacche, madre democratica, «nata nel 1920, ma è riuscita votare Obama», e padre fervente repubblicano, «ma quando George Bush ha scelto come vicepresidente Danforth Quayle, ha capito che era troppo ed è passato dall'altra parte». Riunita davanti alla televisione, la famiglia Deff ha assistito alla morte di Martin Luther King e alle lotte delle Black Panthers, e «ricordo perfettamente il nostro sgomento di fronte alla polizia che lanciava i cani contro i manifestanti. Ma quando sono andata all'università la mia compagna di stanza era afroamericana, cosa che ha fatto della nostra camera l'unica multirazziale dell'interno campus. Il motivo l'ho scoperto dopo. Eravamo state le sole due studentesse ad aver scritto nel questionario scolastico di non avere problemi a dividere la camera con qualcuno di un'altra “razza”. Era questa l'America degli anni '70». Erano queste le ombre che sono venute incontro a Deborah, salutandola.

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