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La Lituania «europea con orgoglio»

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parla la storica Dainora Pociute

La Lituania «europea con orgoglio»

In sala riunioni. Dainora Pociute , 50 anni, insegna storia della Riforma all’università di Vilnius la più antica dei Paesi Baltici (1579) ed è presidente del Senato accademico
In sala riunioni. Dainora Pociute , 50 anni, insegna storia della Riforma all’università di Vilnius la più antica dei Paesi Baltici (1579) ed è presidente del Senato accademico

L’università di Vilnius è un punto di riferimento della cultura della capitale. E non solo. È la più antica della regione (risale al 1579), ampia, con i suoi 13 chiostri, vi si respira un’aura d’accademia. Anche qui compaiono le celebrazioni del centenario dell’indipendenza: la biblioteca dei Gesuiti, tutta affrescata, è ora impreziosita da una mostra di libri antichi per festeggiare la ricorrenza.

Dainora Pociute, 50 anni, bionda con due grandi e vivaci occhi azzurri, insegna Storia della letteratura moderna della Lituania e Storia della Riforma; in particolare indaga i rapporti tra dissidenti religiosi italiani nel corso del ’500. «I due elementi identitari forti, nel 1918, furono la lingua lituana, dichiarata lingua nazionale, e la bandiera giallo, verde e rossa», racconta, prima donna presidente del Senato accademico, seduta in una sala dove tutti i suoi predecessori (ritratti nei quadri sulle pareti) erano uomini. Ma l’indipendenza dura poco più di 20 anni: a seguito dell’attuazione del patto Molotov-Ribbentrop arriva nell’estate del 1940 l’invasione sovietica, e la vita dei lituani cambia radicalmente. «Mia nonna fu deportata in Siberia, con il marito e cinque figli, per via della sua ingente proprietà: lei e la sua famiglia erano considerati nemici del comunismo. Mio padre aveva cinque anni quando andò nei campi, un viaggio infinito, tre mesi con i treni e le navi. È tornato dopo 20 anni. Lavoravano nei boschi, dovevano costruire qualcosa, erano trattati come schiavi; li chiamavano fascisti perché nemici dei comunisti. Dopo la morte di Stalin hanno avuto il permesso di tornare. Ovviamente non avevano più nulla, hanno dovuto ricominciare da zero, lo Stato assicurava loro qualcosa. Nel ’67 mio padre si è sposato con mia madre, che faceva l’insegnante».

La preziosa biblioteca dei Gesuiti, all'interno dell'Università

Ripercorrere la vita di Dainora vuol dire seguire la traiettoria storica del Paese. I ricordi personali s’intrecciano alla memoria pubblica. «A un certo punto - studiavo filologia - nell’estate dell’89 cominciarono le manifestazioni per le strade, montava la protesta, il partito comunista lituano voleva distaccarsi da Mosca. Nel gennaio del ’91 morirono 13 persone vicino al Parlamento, per difendere l’indipendenza proclamata l’11 marzo del 90. Lentamente, la situazione cambiò. Sino a quel momento l’economia, come qualunque cosa, dipendeva dall’Unione Sovietica. Per questo nel 2004, quando entrammo in Europa, ci riversammo in strada, vicino al fiume, a urlare la nostra gioia. Significava che eravamo di nuovo in Occidente: culturalmente il Paese è lì. Fino al ’90 si studiava obbligatoriamente il russo, lo si imparava dalla tv, attraverso i programmi e i film. Ora è obbligatorio l’inglese».

L’università è a pochi passi dal ghetto, un’area della città particolarmente gradevole e ben tenuta, con le stradine tortuose affollate di attività. Colpisce quindi ancora di più la tragedia della comunità ebraica di Vilnius, una delle più popolose dell’Est Europa, annientata con lo sterminio di 200mila persone. Dainora Pociute spiega che «la questione è molto spinosa. Benché ci sia una tradizione consolidata, legata ai libri, alla scrittura alle scuole ebraiche, l’accusa mossa ai lituani è di collaborazionismo con i tedeschi, in funzione antisovietica, perché l’obiettivo era liberarsi di Mosca». La storica racconta anche del caso della giornalista Ruta Vanagaite, autrice di un libro che ha fatto scalpore, I nostri, in cui denuncia il coinvolgimento politico dei lituani nei rastrellamenti e nelle fucilazioni, e di come molti civili consegnavano gli ebrei appropriandosi poi dei beni. Nel libro successivo, però, Vanagaite alza il tiro e «chiama in causa il partigiano Vanagas (aquila, era il suo nome in codice, ndr), un eroe nazionale, infangandone la memoria. Si è scatenato un putiferio tale che l’editore ha ritirato i suoi libri dalle librerie e lei quasi non può uscire di casa». La Resistenza ventennale contro l’Unione sovietica e il martirio dei partigiani è un tema assai sentito, un nervo scoperto nella società lituana, al tempo stesso l’ombra di 200mila morti rimane incombente. «È difficile oggi accettare l’accusa di antisemitismo, qui. I lituani – commenta la storica - si sentono essi stessi vittime di questa accusa, schiacciati tra i russi e i tedeschi. C’è una discussione aperta sulla restituzione dei beni da parte dello Stato».

Con una interlocutrice così, una riflessione sulla questione delle donne e del loro avanzamento è d’obbligo. Dainora Pociute si lascia andare a un sorriso, nel dire che «sicuramente ci sono più donne in prima linea ma non si può ancora dire che ci sia una effettiva parità. I posti più importanti sono nelle mani degli uomini, le donne dominano dove è necessario tanto lavoro, tanto impegno, tanta responsabilità. Del resto anche nell’era sovietica, nelle famiglie, nelle campagne avevano un ruolo: lavoravano tutte, la casalinga non era contemplata».

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