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Periferia fosca e feroce

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«voragine» di andrea esposito

Periferia fosca e feroce

Arte amara. Mario Sironi, «Gasometro», 1942
Arte amara. Mario Sironi, «Gasometro», 1942

Come eco prolungata e amara di un latrato di cani e di lupi nelle notti di un raggelato inverno, Voragine, libro d’esordio di Andrea Esposito, è un dirupo di vertigine. In una periferia fosca e feroce - protagonista anch’essa, ben oltre lo sfondo d’ambiente, nel suo essere un inumano “non luogo” ai margini di un acquedotto romano, più torvo delle evidenti pasoliniane memorie - troviamo Giovanni, randagio inseguitore di un conforto impossibile in un nulla di degrado e precipizio. «Giovanni il giorno lavora allo sfasciacarrozze e la sera torna dal padre. Al risveglio incontra il padre e torna allo sfascio e poi va alle rotaie morte».

L’impiego precario in un sito di auto-distruzione e il ritorno alla sera in una casa scarna d’affetti e parole, con davanti un giardino di ferraglie ricomposte in scheletri surreali da un padre che, come dicono, «è pazzo dopo che gli è morto il figlio». E «se Giovanni domanda il padre risponde, se il padre domanda Giovanni risponde. Possono stare zitti per giorni». Eppure Giovanni, in quella figura di padre disturbato, non può rinunciare del tutto a trovare, se non un porto sicuro, almeno un possibile approdo. «Guardava il padre sforzarsi di essere un’altra persona. Sforzarsi inconsapevolmente di trasformarsi in un’altra persona sconosciuta e mostruosa, tendere senza fine a una forma irraggiungibile e incomprensibile, che a Giovanni appariva solo in lampi di dolore nelle smorfie del padre. E diceva che uno non è mai una cosa sola. Diceva che poi col tempo ci diventa una cosa sola, ma all’inizio non lo è mai». Un padre incapace di vivere ma non di pensare: «Diceva che un uomo oscilla sempre a metà. Oscilla tra bestia e cosa. Quando mangia è una bestia e quando costruisce è una cosa. Quando costruisce una porta è una cosa. Quando fa qualcosa che serve è una cosa. Ma quando è una cosa lo fa per obbedire alla bestia. Costruisce per allungarsi la vita e durare il più a lungo possibile. La bestia vuole soltanto durare». Ma non il padre, e men che meno la casa sgangherata, ossimorico simbolo di precarietà e dissolvenza, possono dare riparo al protagonista di questa parabola votata all’abisso fin da principio. Solo aspetta Giovanni che «il sonno sorga e coli su di lui impotente». Poi è un barlume nel suo «continuare a parlare con parole strane e una voce strana che non sembra la sua e qualcosa lo dice a se stesso e qualcosa lo dice guardando l’altro negli occhi e senza guardarlo davvero». E’ la storia di «un uomo solo che deve raccontare una storia a qualcuno. La storia fermenta nella sua bocca e la deve estrarre. Ma non c’è nessuno intorno». Fino a incontrare, forse in un sogno o un delirio, il precipizio e l’abisso. Un’apocalisse che non risparmia nessuno e dove “la gente aspettava di vedere la gente morire per poterla mangiare”. Un primitivo e ferino gorgo dantesco senza uscita per sopravissuti, che la paratassi continuata rende metamorfosi ritmata di spire. Esposito abbonda di serie numeriche e di riprese, quasi un Chad Gadya che con la sua caducità si fa canzone per echi. «Con il ciocco dà fuoco al resto della legna e aspetta che il fuoco cresca. Prende il corpo di uno dei due cani e lo lascia cadere sul fuoco con un piccolo tonfo che sparge scintille. Posa sul fuoco anche l’altro. Li guarda bruciare». E ancora «un uomo si è ucciso e un altro è impazzito. Uno è scappato e uno ha aspettato. Un uomo a quella vista si è ammalato. Allora si è scavato una buca e in questa e in questa buca si è steso». Narrato in terza persona, con un narratore e focalizzazione interni, Esposito dà ottima prova d’esordio, anche se le ultime pagine appaiono a tratti allungarsi a fatica fino all’inevitabile e profetica Voragine finale.

Andrea Esposito, Voragine, il Saggiatore, Milano, pagg. 192, € 19

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