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L’eterna giovinezza di Pickwick

charles dickens

L’eterna giovinezza di Pickwick

Monumento editoriale. Gli episodi umoristici, nella cornice di un’Inghilterra sopravvissuta alla minaccia napoleonica, riscossero subito un grande successo
Monumento editoriale. Gli episodi umoristici, nella cornice di un’Inghilterra sopravvissuta alla minaccia napoleonica, riscossero subito un grande successo

«Arrivederci alla prossima puntata». Ai tempi della regina Vittoria, e anche un po’ prima, in Gran Bretagna i romanzi uscivano periodicamente a fascicoli e solo in un secondo momento raccolti in volume. Da parte dell’editore era, questo, un modo di controllare le spese; e, da parte dell’autore, un impegno a tenere desta l’attenzione del pubblico. La fine di ogni puntata creava una suspense, come davanti all'orlo di un precipizio, e la cosa prese infatti il nome di «cliffhanger ending», tuttora in uso nel gergo dei critici televisivi quando parlano di programmi come I Soprano o Melrose Place. I romanzieri, e Charles Dickens è un esempio, furono costretti a chiedere alla Musa di tener conto dei gusti del lettore; e, al pari della gente di teatro e del circo, dovettero imparare – applausi o fischi, fiori o pomodori – che il cliente ha sempre ragione.

Dopo un breve tirocinio come ragazzo di bottega in uno studio legale, Dickens divenne cronista parlamentare. Ebbe occasione di seguire la campagna elettorale di un candidato e ne fece un resoconto, più tardi ripreso in un episodio del Circolo Pickwick, che aveva tutta l’aria di un carnevale in maschera. Firmò una serie di bozzetti per il «Morning Chronicle», in seguito pubblicati dall’editore John Macrone come Sketches by Boz che sono stati tradotti di recente in italiano da Mattioli 1885 con il titolo di Il grande romanzo di Londra (Fidenza 2015).

Il libro fu notato da Chapman e Hall della omonima casa editrice, i quali gli chiesero di scrivere brevi testi in prosa per riempire gli spazi tra le vignette che Robert Seymour avrebbe disegnato per una prossima pubblicazione mensile a fascicoli. Scene di vita campestre con cavalli che si piantano in mezzo alla strada e non vogliono ripartire; un fucile che spara a casaccio – e nemmeno a salve – per l’imperizia del cacciatore che lo imbraccia; ami e lenze che volteggiano nell’aria e finiscono per agganciare la canna al cappello o al fondo dei pantaloni del pescatore vicino. Episodi umoristici nella cornice di un’Inghilterra sopravvissuta alla minaccia napoleonica, che sembra essere ancora – postiglioni e locande, strade sterrate e villaggi addormentati nel verde – quella dei tempi di Fielding e Goldsmith se non, addirittura, dei Racconti di Canterbury.

Dopo soli due numeri, Seymour morì e il giovane Dickens prese in mano la situazione. Le pagine dei fascicoli diventarono 32 e gli schizzi che dovevano essere un riempitivo diventarono il testo di un corposo romanzo, ambientato tra il 1827 e 1828. Dopo il terzo numero, fu Phiz, al secolo Hablot Knight Brown, a illustrare, tra il giugno 1836 e il novembre 1837, The Posthumous Papers of the Pickwick Club, Containing a Faithful Record of the Perambulations, Perils, Travels, Adventures and Sporting Transactions of the Corresponding Members.

Il titolo, enfatico al pari dell’inglese che parlano tanto i soci del Circolo quanto certi personaggi che s’incontrano nel corso delle brevi ma perigliose peripezie e perambulazioni – per dirla nell’altisonante linguaggio del loro leader –, rifletteva un mondo già perfettamente dickensiano di avidi cacciatori di dote, truffatori e furfanti, gioviali signorotti di campagna con relativo codazzo di nipoti, sorelle, servette e servitori, e un irresistibile grassone, Fat Joe, probabilmente affetto da narcolessia, che si addormenta non appena smette di parlare. Ai quali bisogna aggiungere affittacamere e cameriere, cocchieri e facchini, guardacaccia e villani, viaggiatori anonimi e azzeccagarbugli dal volto e dal nome ben definiti, per un totale di più di 300 personaggi (stavolta li ho contati) che sono i primi abitanti di quella che sarà la brulicante Città di Dickens.

Il primo fascicolo di Pickwick ebbe una tiratura di 400 copie; il quindicesimo arrivò a 40mila. Dickens aveva 24 anni e divenne famoso, se non dalla sera alla mattina, dopo tre o quattro mesi dall’inizio, quando entrò in azione il personaggio di Sam Weller, un arguto servitore che divertirà i lettori fino alla fine della storia et ultra, se è vero, com’è vero, che ancora qualche decennio fa si aveva l'impressione di risentirne la voce in certe battute dei bigliettai sugli autobus di Londra.

Vecchi e giovani, il giorno dell’uscita di una nuova puntata andavano incontro al portalettere percorrendo a piedi due o tre miglia di strada. E persino gli analfabeti, raccontano i biografi, provvedevano a mettere da parte qualche soldino per poter pagar da bere a chi gli leggesse l’ultima puntata.

Ma se, come sappiamo, di arrivare a tirature stellari, oggi, sono ormai buoni un po’ tutti (si fa per dire), Pickwick deve considerarsi un caso a parte. Non nasce nel gabinetto dell’alchimista specializzato in bestseller con fusione a freddo – una dose di questo, una di quello, sesso in abbondanza e una spolverata di humour –, ma è un’opera torrenziale in cui i singoli personaggi cominciano a muoversi assai prima che lo stesso autore abbia avuto modo di progettarli. Hanno la forza della verità perché provengono dalla sede naturale dell’immaginazione, che è l'inconscio – se collettivo o del solo autore non saprei proprio dire –, e ognuno di loro, grandi e piccoli, buoni e cattivi, ha le fattezze di un eroe o di una divinità del folklore inglese.

Gilbert K. Chesterton, che secondo T. S. Eliot era quanto di meglio si potesse leggere su Dickens, si disse sempre persuaso che Pickwick non fosse nemmeno un romanzo, ma una creazione che è all’origine di un mito. E questo in quanto i romanzi, aggiungeva il grand’uomo, hanno una trama e arrivano a una conclusione, mentre Pickwick lascia dietro di sé un senso di indefinito e di eterna giovinezza; come se si svolgesse in un tempo ciclico e non lineare e i suoi personaggi stessero tuttora vagando nella campagna inglese.

Non è insomma né un best-seller né long-seller, Pickwick, ma un monumento, e se qualcuno ancora non lo conoscesse può ora recuperare il tempo perduto leggendo la nuova traduzione di Marco Rossari che Einaudi ha mandato in libreria. E poiché, tra quelle tuttora in commercio e quelle che si prendono a prestito dalla biblioteca, le edizioni italiane, integrali o ridotte, sono ormai trenta – anzi, trentuno, se contiamo quella della Cooperativa «A prima vista» in alfabeto braille (2002) –, ci si comincia a chiedere, come ha scritto Mariarosa Mancuso alcuni anni fa, come mai a nessun editore venga mai in mente di offrire al pubblico una pubblicazione in più volumi di tutte le opere di Dickens. Una serie di monumenti che, come Pickwick e in qualche caso ancor più di Pickwick, continuano a essere frequentati dai lettori e che nobiliterebbe l’antica corporazione degli stampatori.

Charles Dickens, Il Circolo Pickwick, traduzione di Marco Rossari, Torino, Einaudi, pagg. 770, € 26

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