Domenica

Bordeaux tra le acque

  • Abbonati
  • Accedi
GIROVAGANDO/GIRONDA

Bordeaux tra le acque

Il porto. Dipinto di  André Lhote, 1912, Musée des Beaux-Arts , Bordeaux
Il porto. Dipinto di André Lhote, 1912, Musée des Beaux-Arts , Bordeaux

Ci sono parecchi itinerari per attraversare la città di Bordeaux, a cominciare dalle linee segnate dall’odore del vino, la traiettoria più riconosciuta ma probabilmente anche la più battuta dai turisti e dunque la meno originale. Meglio lasciarsi avvolgere dalle pietre dei palazzi che sorvegliano Cours du Chapeau Rouge, si spalancano nei pressi di Place de la Bourse e poi stringono a tenaglia la Rue Royale fino alla Place du Marché Royale.

Sono edifici di una borghesia agiata e con lo sguardo benevolo al futuro, costruiti secondo una disposizione dei livelli che decresce, partendo dal piano terra adibito a magazzini o a locali prestati al commercio, e presenta altezze variabili di mano in mano che si sale al piano intermedio, dove alloggiavano i dipendenti che lavoravano sotto, poi al piano dove i proprietari ricevevano gli ospiti con cui stringere affari, fino alle stanze da letto padronali e, al livello degli abbaini, della servitù. Per queste strade bisogna passarci in primavera, quando il cielo è azzurro, perché la luce restituisce alle facciate lo splendore del tempo in cui la città ha abbandonato il volto ruvido e opaco del legno, con cui erano costruite le abitazioni fino a quando la colonizzazione delle Antille, nel secolo XVIII, fece di Bordeaux uno dei luoghi la cui ricchezza trovò il modo per essere ostentata proprio attraverso i materiali da costruzione ricavati dalle cave cosiddette entre deux mers.

Il fiume Garonne scorre a pochi passi dalla Borsa ed è lento, forse anche un po’ limaccioso, ma nella tradizione ha dato la sensazione di essere così largo da sembrare un anticipo dell’oceano, che è a meno di cento chilometri: un fiume-mare, mezzo salato e mezzo dolce, una zona di confine che forma il grande estuario della Gironde, quando la Gironde si divide a metà, diventando, da un lato, appunto, la Garonne, e dall’altro la Dordogne. Da questa terra di nessuno, che non è confine e non è centro, non è più fiume ma non è ancora Atlantico, proviene la pietra che ha celebrato l’epoca d’oro di Bordeaux. La Garonne compie una curva panciuta, sembra che l’acqua preferisca rallentare per pensare e in quella curva, che assomiglia alla forma di una mezza luna, comincia a crescere il profilo di una città che ha fatto della beffarda vocazione a celebrare le zone d’ombra la sua cifra più convincente.

Parlo della pietra, che è tanto luminosa (quando il nero dell’inquinamento non la ricopre tutta) quanto friabile al tatto e ruvida, porosa, addirittura della consistenza di una terra fossile, com’è nell’aspetto di qualcosa che conserva i segreti con troppa gelosia per mostrarli al primo venuto. Ma questo atteggiamento burlone non si esaurisce solo nel colore delle pietre. Per esempio sopravvive lungo i balconi che accompagnano il rettilineo delle strade, anzi pare scorrano paralleli, soltanto a un’altra altezza. «Se non ci fossero i carciofi» mi suggeriscono gli amici dell’associazione Notre Italie, che mi fanno da scorta, «potremmo attraversare il centro di Bordeaux seguendo il corridoio dei balconi».

Viene spontaneo chiedersi cosa c’entrino i carciofi con la passeggiata bordolese. In effetti la parola artichaut, che traduce alla lettera il nostro carciofo, indica un apparato di ferro battuto che divide il balcone da una proprietà a un’altra, interrompe l’ideale traiettoria con cui l’occhio segue la linea dei ballatoi stretti e prolungati, da spigolo a spigolo, prossimi a ricongiungersi con il successivo palazzo. Si contano tantissimi artichauts, è quasi un’ossessione visiva perché sono fatti dello stesso ferro battuto, che si aggroviglia sul lato frontale delle ringhiere, ma ha qualcosa di insolito, qualcosa che si comprende solo quando uno dei miei accompagnatori strizza l’occhiolino e mi dice che gli artichauts hanno una funzione altra rispetto a quanto comunemente si intende.

Nella tradizione bordolese essi non dividono soltanto la proprietà, ma vi si aggrappavano furtivi gli uomini in fuga dalle camere da letto delle ricche signore, servivano da appiglio per gli amanti scompigliati. Non a caso sono conosciuti con un altro nome: garde-cocu, guardacornuti. Bordeaux esibisce il suo sfarzo e le sue debolezze, le sagome panciute dei suoi abitanti e gli intrighi delle alcove.

È una città che gode dei piaceri e non si cura di mostrare un volto eccessivamente ilare e scanzonato, quasi a sfidare l’umido delle acque, l’indolenza dei fiumi, i venti dell’oceano con la fiducia di chi ha fondato le sue fortune su territori nemmeno immaginabili all’orizzonte. Ce lo rivela un ultimo scherzo architettonico: le facce scolpite sopra ogni apertura di balcone, ogni finestra, ogni stipite di portone. Sono visi di uomini dall’atteggiamento contraddittorio: soffiano all’aria, gonfiano le gote, ridono al cielo, assumono espressioni di stupore e di paura, dormono sonni placidi o osservano pensierosi il volo dei gabbiani, in certi casi richiamano i volti dei personaggi mitologici o degli schiavi africani. Si chiamano mascaron. Erano una maniera di personalizzare il palazzo, identificavano i suoi proprietari, al tempo in cui non occorreva indicare il numero civico di fianco a ogni ingresso.

© Riproduzione riservata