Domenica

L’anteprima di «Loro»: sesso, droga e corruzione nel…

  • Abbonati
  • Accedi
cinema

L’anteprima di «Loro»: sesso, droga e corruzione nel film su Berlusconi

Sul sottofondo di una canzone napoletana Loro 1, prima parte dell'attesissimo film di Paolo Sorrentino su Silvio Berlusconi, da domani nei cinema, inizia riproducendo il muso di un animale. Una carrellata – di quelle che hanno reso celebre il regista napoletano- rivela che il muso appartiene a una pecora dal manto soffice e bianchissimo, in piedi su un prato verde smeraldo. Siamo in un lussuoso complesso in Sardegna e la pecora entra in un salotto dove si accendono alcuni sensori dell’aria condizionata che fa scendere la temperatura a zero. La pecora, ipnotizzata dalle immagini di un televisore che riproduce il quiz di Mike Bongiorno, subisce uno shock termico e cade stecchita.

L’immagine successiva ci porta su una barca in Puglia, dove si consuma una corruzione in cambio di un appalto. Il corruttore è Riccardo Scamarcio, nei panni di quel Gianpaolo Tarantini, divenuto famoso alle cronache per aver procurato al leader di Forza Italia un giro di prostitute. Tarantini sogna di poter arrivare a LUI, che nonostante non sia più al governo, abbia ceduto le aziende ai figli e stia per essere lasciato dalla moglie, è ancora l’uomo più potente d’Italia.

Scritto dallo stesso Sorrentino con il sodale Umberto Contarello (La Grande Bellezza , 2012, The Young Pope, 2016), il film si snoda per tutta una lunghissima parte a raccontare la corte di coloro che vorrebbero soddisfare i desideri di LUI. Tarantini per questo motivo si trasferisce a Roma investendo i suoi soldi per allestire un giro di prostituzione e di droga.

In Loro1 ci sono gli stilemi del cinema di Sorrentino, quelli che gli hanno fatto guadagnare un Oscar con La Grande Bellezza: la descrizione estenuata delle feste della Roma tentacolare, gli animali – qui pecore, rinoceronti, pantegane, come allora i fenicotteri; la politica, spessissimo concordata in “extramoenia”, nel salotto della potentissima cortigiana Cupa. C’è il mito del buono e del puro, come la Santa, che in questo ottavo film di Sorrentino è impersonato dal calciatore di colore, che ha letto Cecità di Saramago e non si lascia tentare da nessuna cifra per passare dalla Juve al Milan.

Come ne Il divo (2008) su Giulio Andreotti vi è un’esplosione: è quella di un camion di immondizia, atterrato sui fori imperiali per schivare una pantegana.

Tutte scene cinematograficamente impressionanti, ma fini a se stesse, incapaci di far progredire efficacemente la trama.

La morte della pecora stecchita dall’aria condizionata è una metafora del popolo italiano instupidito dalla televisione? Sembra un po’ semplicistico.

Toni Servillo e Giovanni Esposito (Gianni Fiorito)

A un certo punto LUI acquista un nome, Silvio Berlusconi, come la moglie (Elena Sofia Ricci) è la Veronica Lario a lungo sposata con l’allora leader del centrodestra, che si difende dalle barzellette e dalle manie di travestimento del marito leggendo le poesie di Brodzkij nelle edizioni Adelphi. Ha un nome che risponde alla realtà anche Noemi Letizia (che ha inibito generazioni di figlie a chiamare il proprio genitore Papi) e che all’epoca dei rapporti con Berlusconi era minorenne. Perché alcune identità sono vere e altre di fantasia?

Ciò che Sorrentino trasmette davvero è il senso di nausea per la completa scarnificazione della figura della donna, vista come un oggetto. Visione di cui è complice anche certa tipologia femminile, su tutti la cinica ape regina (Kasia Smutniak), che si ciba di se stessa come oggetto. La fotografia di Luca Bigazzi sembra tesa a mostrare l’atmosfera di putrescenza, rimarcando anche l’obsolescenza e la volgarità dei corpi.

Toni Servillo è eccellente nel rendere con le sue maschere il sorriso stampato di Berlusconi, la sua camminata senile, ma a volte il suo milanese vira al veneto e non riesce a entrare nel “mistero Berlusconi”: ovvero dell’Homo novus che ha ammaliato milioni di elettori.

Sorrentino ha avuto molto coraggio a confrontarsi con una figura così difficile a tutto tondo, tanto che perfino Nanni Moretti si era scottato nel 1996 con Il Caimano, pur avendo ristretto il campo al “solo” processo SME. Forse perché non ne subisce il fascino politico, il regista non è riuscito a spiegare, almeno in questa prima parte, l’uomo che rovesciò l’Italia con le televisioni private e le televendite, e un partito, Forza Italia, che nel 1994, dopo il ciclone di tangentopoli, in pochi mesi divenne il primo partito con il 21% dei voti, creando un tifo da stadio, tra pro e contro. Sorrentino per ora ha preparato il terreno ai cortigiani, agli emulatori del suo enorme potere di acquisto; ma l’equazione del successo di Berlusconi con ciò che può permettersi è troppo riduttiva.

Vediamo cosa accadrà nella seconda parte, Loro 2, nelle sale dal 10 maggio. Ma la scelta di dividere in due un tema così complesso non è felice e non basta la mano di un regista da Oscar per restituirci un quadro compiuto e contemporaneo.

© Riproduzione riservata