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La Resistenza oltre gli eroismi nazionali

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festa della liberazione

La Resistenza oltre gli eroismi nazionali

Se esiste un campo di riflessione che negli ultimi settant’anni non ha subito contrazioni di interesse o ha solo parzialmente risentito le conseguenze delle mode intellettuali, quel campo è la Resistenza. E se le ragioni di tale continuità sono autoevidenti, la sistemazione di quella cesura nelle storie nazionali europee ha subito un’enorme quantità di rivisitazioni spesso più legate all’attualità politica dei paesi che ne furono protagonisti che non a veri sviluppi interpretativi.

Del resto la rifondazione degli Stati nazionali dell’Europa occidentale è largamente fondata sul mito della liberazione autonoma dalle atrocità nazifasciste e quegli ideali furono largamente trasfusi nelle costituzioni che si incaricarono di ridisegnare il profilo dei nuovi stati democratici e il loro rapporto con la storia precedente. Ma il ridimensionamento del mito resistenziale è ancora un esercizio scivoloso che attraversa questioni identitarie e sensibilità non sempre conciliate. Anche per questo motivo il lavoro di Olivier Wieviorka è importante: misurarsi con il repertorio mitografico e con le politiche della memoria anche per uno studioso che ha dedicato la sua vita scientifica a quest’argomento richiede l’equilibrio qui presente.

La tesi da cui questo lavoro muove è semplice e nella sua semplicità accoglibile: l’agiografia della Resistenza non è da sola utile a comprenderne la forza e, anzi, declamarne solo i tratti retorici poco aiuta a comprendere quanto essa costituì un tassello fondamentale nella costruzione dei rapporti di forza del sistema internazionale del Dopoguerra. Per meglio afferrarne i successi essa va collocata in un quadrante interpretativo più ampio e in uno spazio geografico che aiuti a comprendere l’intera vicenda bellica mettendo in relazione le storie nazionali e le loro peculiarità con quanto gli angloamericani fecero per sostenerla e indirizzarla. Lo spazio è l’occidente europeo accomunato dall’occupazione nazista sebbene con cronologie specifiche: Norvegia, Danimarca, Paesi Bassi, Belgio, Francia e Italia. Paesi che sarebbero stati liberati dagli angloamericani e non dall’Armata Rossa, un dato acclarato fin dalle prime conferenze Alleate durante la guerra.

Fin da subito l’autore si confronta con la pietra angolare della narrazione resistenziale: il sacrificio patriottico delle donne e degli uomini che nella clandestinità dell’Europa prigioniera minarono e accelerarono la sconfitta della Wehrmacht. Non si tratta di un mero approccio revisionista che stancamente mostra l’usurata corda dell’ovvia ambiguità che un movimento di popolo sempre può esprimere, è piuttosto il tentativo di affiancare alle radiose rappresentazioni formulate nell’euforia del dopoguerra dai leader dell’Europa liberata, il vero quadro in cui la Resistenza nacque e si radicò. Per cominciare non fu mai un’avventura facile, supportata dall’unanime volontà di liberarsi dell’occupante. Secondariamente sebbene essa si formò spontaneamente sulle basi di peculiarità nazionali, la sua crescita e il suo successo furono possibili solo grazie all’imponente aiuto degli angloamericani che la supportarono logisticamente, economicamente e ne orientarono la strategia. E, non ultimo, essa fu pianificata fin dapprincipio, con la consapevolezza che quel lembo di mondo sarebbe stato una parte costitutiva del “nuovo occidente” liberaldemocratico.

L’autore spiega efficacemente quanto il contributo degli Alleati sia stato ampiamente rimosso nella costruzione della narrazione postbellica, ma quanto esso fu complesso nei modi, nei tempi e nella progettazione interna a Washington e Londra. In entrambe le capitali, per esempio, i servizi segreti dovettero vincere uno scontro interno alle amministrazioni per organizzare in maniera efficace i lanci col paracadute di merci e armi ai resistenti. Allo stesso tempo i governi in esilio a Londra dovettero confrontarsi e temperare gli obiettivi del Gabinetto di Churchill. Ma proprio quei governi in esilio contribuirono in maniera determinante a costruire un ponte di comunicazione fra i movimenti di resistenza interni e le popolazioni autoctone. In effetti il contrasto fra gli obiettivi americani e britannici e quelli dei governi in esilio costituisce un passaggio determinante nella costruzione dei pilastri del dopoguerra: evidentemente i governi in esilio miravano a salvaguardare le popolazioni dalle devastazioni del dominio nazista adottando un approccio difensivo e civile; gli alleati, viceversa erano totalmente concentrati a raggiungere con ogni mezzo e nel minor tempo possibile l’annientamento militare della Germania nazista.

Un disaccordo che scontava la disparità di mezzi tra i due contendenti. Ciò che meglio emerge da questo lavoro è che Regno Unito e Stati Uniti adottarono, nel supporto dei movimenti resistenziali, un approccio globale che solo a singhiozzo interessava i casi nazionali, e questo perché il supporto all’ “armata delle ombre” era funzionale a una più ampia gestione delle operazioni belliche. Così contestualizzata è assai meglio comprensibile, per esempio, l’ondivaga attenzione riservata alle resistenze francesi e italiane a scapito di quelle danesi e norvegesi così come si comprende l’esigenza storiografica di tagliare l’erba sotto i piedi dei luoghi comuni più distorsivi sull’univocità di intenti fra gli attori che si mossero in quel periodo.

L’allargamento delle prospettive usato in questo volume apre, insomma, una strada assai complicata, ma percorribile e che aiuta a emanciparsi dalle frontiere nazionali nello studio delle resistenze. Affrontare con equilibrio l’incrocio di variabili semplificate, dall’onnipotenza degli alleati al ridimensionamento delle esigenze nazionali in nome dell’esigenza di combattere il comune nemico nazista, aiuta una narrativa resistenziale in cui trovano uno spazio equilibrato le forze che affrontarono la costruzione di un nuovo profilo democratico dell’Europa occidentale che molto poco si capirebbe se lo si amputasse di elementi valutativi che non nacquero autonomamente nella seconda parte degli anni Quaranta, ma erano già attivi già nel fondativo quinquennio 1940-1945.

Olivier Wieviorka, Storia della Resistenza nell’Europa occidentale, 1940-1945, Einaudi, Torino, pagg. 458, € 35

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