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Rete mondiale di città e arte

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Rete mondiale di città e arte

Arte & vita. Mika Rottenberg,  «Still from Cosmic Generatir» (2017) presente alla mostra «Hopscotch (Rayuela)», in programma a Buenos Aires dal 6 al 12 settembre 2018
Arte & vita. Mika Rottenberg, «Still from Cosmic Generatir» (2017) presente alla mostra «Hopscotch (Rayuela)», in programma a Buenos Aires dal 6 al 12 settembre 2018

«Ci infiltreremo nella città cercando i luoghi nascosti di Buenos Aires, soprattutto vicino all’acqua, che avevano colpito Le Corbusier», spiega Cecilia Alemani, la curatrice che è stata incaricata da Art Basel, la maggiore fiera d’arte del mondo, di iniziare il suo primo programma di arte negli spazi pubblici. Succederà dal 6 al 12 settembre. Martedì scorso sono stati comunicati artistii e titolo della mostra, Hopscotch (Rayuela), tratto da una novella di Jullio Cortázar pubblicata nel 1963 e concepita in modo non lineare. Convocati tra gli altri Eduardo Basualdo, Alex Da Corte, David Horvitz, Leandro Katz, Barbara Kruger, Eduardo Navarro, Mika Rottenberg, Mariela Scafati, Vivian Suter, Stan VanDerBeck.

Pensata nel 2016, l’iniziativa è stata preparata già ai primi di novembre 2017 con una riunione che ha mobilitato un pubblico di 4mila persone, dove parlavano esperti di vita urbana: presso il quartier generale che l’organizzazione svizzera ha creato nella metropoli argentina, sono stati ascoltati i responsabili delle maggiori istituzioni locali per l’arte contemporanea. Ciò che ci si aspetta non è affatto una quarta fiera, che si affianchi all’ammiraglia di Basilea e alle sorelle-scudiere di Miami e Hong Kong. Art Basel Cities non ha scopo di lucro e nasce solo dal desiderio di mobilitare una vasta rete di collezionisti e di personaggi influenti nel mondo dell’arte per aiutare le città a celebrare se stesse, riscoprendo talenti locali e luoghi identitari. Buenos Aires è solo la prima tappa e in seguito si stringeranno in una catena molte altre città. La formula di selezione è aperta: c’è un modulo on line grazie al quale ogni Comune del mondo può candidarsi a fare parte della rete.

Il programma intende dipanarsi in un’attività pluriennale, capace di creare opportunità di sviluppo sia culturale che economico, portando inoltre alcune delle esperienze maggiori nelle mostre-mercato curate da Art Basel ed esponendole, dunque, a tutto il suo novero di opinion leader: la superfiera si predispone insomma a diventare una holding in cui i rapporti tra cultura e mercato, così come tra locale e globale, si faranno sempre più stretti e chiari.

Le premesse sono di altissimo profilo, a giudicare dai quattordici nomi che fanno parte del comitato promotore: i membri del Global Advisory Board includono l’ideatore, Patrick Foret, direttore delle Business Initiatives di Art Basel, il sociologo Richard Florida, grande studioso dei distretti creativi e delle dinamiche di gentrificazione, l’architetto specializzato in musei e riqualificazione urbana Jacques Herzog, e ancora Sam Keller, già direttore di Art Basel e ora anima della splendida Fondazione Beyeler, Lars Nittve, il primo direttore della Tate Modern che adesso dirige una fondazione sino/svedese di base a Hong Kong. L’unica italiana è Patrizia Sandretto, impegnata da oltre vent’anni in programmi di arte pubblica. Italiana, ma residente a New York, è anche Cecilia Alemani che appunto cura l’esperimento di Baires e che è stata selezionata per la sua direzione capace, dal 2012, del gigantesco programma di arte pubblica High Line Art a New York.

Ma perché il gigante svizzero ha optato per investire in questo modo, cioè spendendo? Buona parte delle risorse devono infatti provenire dalle città, nelle diverse componenti pubbliche e private coordinate e guidate dalla speranza di un effetto-Bilbao: quello per cui dopo l’arrivo del Guggenheim Museum, pure pagato dalla capitale basca, il territorio ne ha ricevuto una insperata spinta sia culturale sia in termini di attività turistiche e posti di lavoro. Ma Art Basel ci mette – e paga – tutti i maggiori aspetti organizzativi e comunicativi. Percorre insomma la traiettoria inversa rispetto a Frieze, la rivista che nacque dal genio di Matthew Slotover negli anni novanta e da cui poi è nata una fiera, anzi tre: all’appuntamento londinese si sono affiancate Frieze New York e soprattutto Frieze Masters, dove si mostra anche l’antico, l’esotico e il decorativo: simpatica proprio per la sua impostazione anacronista e multidisciplinare, in effetti cerca soprattutto di aprire nuovi mercati. Frieze è partita insomma dal mondo della cultura ed è arrivata soprattutto al denaro; lo stesso Slotover si è sentito rivolgere frasi cocenti già nel 2010, quando si incominciava a intuire la proliferazione delle fiere d’arte nel mondo e la loro progressiva conquista del pubblico che un tempo era rivolto prevalentemente alle mostre: Jerry Saltz tuonò infatti al suo indirizzo che «le fiere d’arte sono perfette tempeste di denaro, promozione e gratificazioni istantanee». Forse è a questo genere di accusa che Art Basel vuole sottrarsi adesso, attraverso appunto il suo impegno nelle città.

Ma uno sguardo agli ultimi dati, tra cui un rapporto curato da Claire McAndrew di Art Economics proprio per Art Basel e il suo main sponsor UBS, lascia vedere scenari complessi. È vero che dopo due anni di calo, nel 2017 il mercato globale dell’arte è tornato a crescere, raggiungendo i 63,7 miliardi di dollari con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente. Ma è anche vero che l’incremento ha favorito solo le gallerie maggiori, inducendo molte tra le più piccole a chiudere. Funzionano realtà gigantesche come Hauser&Wirth, Zwirner, Gagosian, spesso con molte sedi in diverse parti del mondo, ma non funzionano più le attività artigianali che si spezzano la schiena per seguire, sovente con dedizione, pochi artisti emergenti o locali. Inoltre, se è vero che le opere più care dell’anno sono in massima parte moderne o contemporanee, è anche vero che la vendita più clamorosa, la più alta di sempre – 450 milioni di dollari - è stata il Salvator Mundi recentemente attribuito a Leonardo da Vinci; questo potrebbe fare pensare che l’attenzione torni a rivolgersi all’arte antica e, più sommessamente, agli oggetti di antiquariato. Ancora, le vendite on line stanno crescendo e in cinque anni sono più che raddoppiate raggiungendo i 5,4 miliardi di dollari, pari all’8% del mercato. Ciò tende a destabilizzare il sistema perché induce a bypassare le gallerie. Una ulteriore minaccia arriva a queste, e dunque alle fiere che vivono grazie a esse, dalle applicazioni per dispositivi elettronici come Artland e Magnus. La prima è una sorta di Instagram dell’arte che consente di visionare moltissime opere in vendita, mettendo immediatamente in contatto il venditore e il compratore potenziale. La seconda ha un archivio immenso di immagini e consente, un po’ come Shazam per la musica, di capire chi è l’autore dell’opera che si sta guardando e quali sono i prezzi pagati per opere simili.

Proibito dimenticare, in questo quadro, lo sviluppo nel numero di funzioni che si stanno dando le case d’asta, spesso capaci di scegliere, esporre, lanciare un artista, venderne le opere ed eventualmente ricomperarle, invadendo un terreno che un tempo era del cosiddetto mercato primario.

Insomma Art Basel sembra avere capito che il problema con cui fare i conti non sono le fiere rivali, ma le scosse telluriche che il sistema sta per subire.

Sviluppare la public art nelle capitali del mondo, coinvolgere istituzioni locali sollecitandole a casa loro, promuovere eventi legati a una cultura specifica senza obbligarla a tradursi in un linguaggio globale, insomma penetrare il tessuto di capitali dalla grande storia e dal vasto potenziale, sono impegni nobili e intelligenti. Ma potrebbero essere anche letti come un modo per comprendere su quali artisti puntare in ogni singola area del mondo e per diventare capillari nella ricerca dei collezionisti, anche di quelli che non viaggiano o non frequentano fiere. Ecco dunque che Art Basel Cities ci si presenta non come pura charity né solo cultura, ma un modo nuovo per dominare il terreno globale dell’arte. Però, se così ha da essere, sarebbe bene che qualche città italiana compilasse il questionario richiesto e cercasse di diventare partner city.

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