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Alla Tate le mille forme della luce

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fotografia

Alla Tate le mille forme della luce

Otto Steinert, 1915-1978 - Luminogram II - 1952
Otto Steinert, 1915-1978 - Luminogram II - 1952

LONDRA - Un secolo fa arte e fotografia erano due discipline parallele e distanti; da allora si sono intersecate e intrecciate al punto che oggi è impossibile distinguere un confine tra le due. “La forma della luce”, una nuova grande mostra a Tate Modern, traccia per la prima volta il rapporto tra la fotografia e l'arte astratta dagli inizi del Novecento a oggi.
Il termine “fotografia” deriva dalle parole greche per “luce” e “disegnare”. La mostra, narrata sia cronologicamente che tematicamente attraverso oltre 350 opere di 100 artisti diversi, molte delle quali mai esposte prima, è una storia di continua innovazione, creatività e sperimentazione artistica e tecnologica. Racconta come i fotografi abbiano imparato a disegnare con la luce.

Ognuna delle dodici sale illustra un momento chiave di questo percorso, illustrato da foto ma anche da quadri e sculture per sottolineare lo stretto legame tra le arti. Si inizia negli anni della prima guerra mondiale con il Vorticismo, il movimento che ha reagito contro l'arte figurativa concentrandosi sulle forme geometriche astratte.

Questo ha ispirato il fotografo Alvin Langdon Coburn a fare altrettanto con le foto, creando assieme allo scrittore Ezra Pound le “vortografie”, immagini che potessero esprimere il dinamismo del mondo moderno. Coburn ha inventato il “vortoscopio”, uno strumento che usa specchi per fratturare l'immagine in immagini multiple, producendo un effetto-caleidoscopio.

Alfred Stieglitz scrisse che “la fotografia deve trovare possibilità di espressione uniche, altrimenti è uno strumento, non è un'arte.” Le sue foto del cielo, studi di nuvole, ambiscono a creare un nuovo linguaggio visivo, così come le foto astratte di Paul Strand. “Maiastra”, una maestosa statua di Constantin Brancusi del 1911, ricorda che anche la scultura stava seguendo lo stesso percorso di semplificazione estrema della realtà per arrivare alla forma più essenziale.
Si passa poi alle sperimentazioni del movimento Bauhaus e in particolare a Laszlo Moholy-Nagy, fotografo e pittore con la sensibilità di un architetto, che usa i “fotogrammi” o “rayografie”, immagini astratte create senza macchina fotografica, emerse ponendo oggetti direttamente sulla carta fotografica sensibile. Man Ray utilizza la stessa tecnica per rappresentare una realtà diversa. Il passo è breve verso il Surrealismo e l'esplorazione delle possibilità di esprimere l'inconscio attraverso le fotografie, usando immagini astratte ma anche distorcendo corpi umani e immagini riconoscibili ma stravolte.

All'inizio i fotografi imitano i quadri, cercando di rendere con le loro macchine fotografiche gli stessi effetti ottenuti dai pittori astratti con il pennello. Ben presto però la loro sperimentazione arriva ad anticipare e ispirare la pittura. Un esempio in mostra sono gli “schizzi di luce” di Otto Steinert e Harry Callaghan, fotografie che non vogliono rappresentare le realtà ma esprimere il punto di vista personale dell'artista e anticipano di dieci anni i quadri “spontanei” di Jackson Pollock.

Il percorso prosegue con altri parallelismi: le foto di Brassai e Aaron Siskind di graffiti sui muri di Parigi, o dettagli di muri incrinati e vernice scrostata accanto ai collage di poster degli anni '40 e ‘50. Dalla fase dell'Optical art al Minimalismo, sia quadri che sculture che fotografie puntano allo stesso obiettivo, giocando con gli effetti ottici o cinetici o semplificando la realtà fino all'essenziale.
La prima macchina fotografica digitale arriva nel 1975 e da allora l'innovazione tecnologica accelera il passo e la sperimentazione continua. L'ultima sala è dedicata ad artisti contemporanei che creano opere innovative, usando la fotografia come punto di partenza. L'italiana Luisa Lambri si concentra sulla purezza della luce e delle forme architettoniche, mentre Sigmar Polke crea sfere verdi di colore luminescente e sinistro, tracce di radiazione realizzate mettendo pezzi di uranio su carta fotosensibile.

Alla fine di un percorso talmente ricco la porta di uscita è un'installazione multi dimensionale realizzata quest'anno dalla giovane artista Maya Rochat utilizzando tessuti, dipinti su vetro e fotografia per una full immersion nell'astrazione e nel colore. La sperimentazione continua.

Shape of light: 100 years of photography and abstract art
2 maggio – 14 ottobre 2018
Tate Modern, Londra
www.tate.org.uk

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