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Italiano sotto attacco

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La QUESTIONE DELLA LINGUA

Italiano sotto attacco

Accademia della Crusca. La pala di Bastiano Antinori, detto il Grattugiato, accademico dal 1586 raffigura un panino sulla grattugia. Il suo motto è «Avversità seconda» (Giovanni Della Casa, Canzone 2)
Accademia della Crusca. La pala di Bastiano Antinori, detto il Grattugiato, accademico dal 1586 raffigura un panino sulla grattugia. Il suo motto è «Avversità seconda» (Giovanni Della Casa, Canzone 2)

Strano purismo, quello degli italiani. In molti si rivolgono all’Accademia della Crusca come a un tribunale censorio invocando severe condanne su formule come «scender giù» (anziché solo scendere) e «salir su» (anziché salire e basta), accapigliandosi sull’uso della maiuscola o della minuscola dopo il punto interrogativo, o deprecando alternativamente la presenza o l’assenza dell’accento nel sequenza «sé stesso» (meglio con l’accento, ma non è certo una questione cruciale). Giornalisti con ambizioni d’intellettuali e linguisti dilettanti pubblicano manuali di scrittura brillante e s’impancano a modelli di stile, e intanto nell’opinione pubblica, sotto la nuvola di questi frivoli cascami pedanteschi, fermenta il senso di una perfetta inutilità dell’italiano, di una sua fastidiosa obsolescenza. Della necessità, innescata da quella specie di nichilismo autodistruttivo che sta incinerendo tanti aspetti della nostra società, di rottamarlo (come si dice oggi) al più presto, per lanciarsi in un globalismo linguistico che vien fatto passare dai nevrotici del 4.0 per aria buona, internazionale. E che è invece la stessa aria che un claustrofobo pretenderebbe di far entrare dal finestrino di un aereo in volo. Non è l’aria del vero inglese, ma di quel Globish simile alle lingue creole degli schiavi, non scelto liberamente come produttivo investimento plurilingue, ma imposto dalla necessità e sancito dai padroni della piantagione come depauperato strumento di omologazione servile. E alla fine, di oppressione.

Di entrambi questi aspetti di una schizofrenia oggi tipicamente italiana si occupa Claudio Marazzini, presidente appunto dell’Accademia della Crusca, in un libro che non si rivolge – come di norma le sue pregevoli pubblicazioni scientifiche di linguista – ai colleghi studiosi, ma al grande pubblico. Un libro scritto in un italiano tutt’altro che accademico, che non indulge a rinvii bibliografici. E si concede ad ogni tornante di paragrafo un’appassionata invettiva sorvegliata dalla razionalità (si tratta pur sempre di un piemontese, e di uno scienziato), ma volta ad accendere le polveri della resipiscenza. Un Pietro Micca della lingua italiana, che mai avrebbe pensato di vivere, sotto forma d’assedio mediatico, un capitolo di quella Questione della lingua che, da storico, ha studiato occupandosi di Dante, di Bembo e di Pasolini.

Al centro di questo libro c’è, inevitabilmente, quell’attacco smanioso all’italiano che negli ultimi anni parte da quel che dovrebbe essere il cervello del Paese (ma si sa bene donde odori il pesce), cioè il mondo della sua ricerca avanzata, o di quel che ne resta, e della sua classe politica, o di quel che ne resta. È soprattutto qui che anziché affiancare – come in altri Paesi – l’inglese a una sana e robusta lingua di cultura tra le più titolate nel mondo, ci si sforza di imporne la sostituzione all’italiano giusto in quegli ambiti che fanno di una lingua qualsiasi una lingua di cultura.

Tra le vicende più ampiamente discusse, ovviamente, quella del Politecnico di Milano, dove un giorno gl’ingegneri si svegliarono decidendo di imporre l’inglese come lingua unica del loro Master e del loro Dottorato. Per tutti, architetti compresi. E per tutti gli studenti, anche per quelli che stando in Italia perché sperano di trovarci un lavoro, suppongono che in un grande studio italiano (ne esistono ancora?) l’inglese tecnico sia utile quanto l’italiano tecnico. Per non parlare del tedesco e del francese o del russo, che ormai sono il vero atout di un mondo professionale in cui lo pseudo-inglese lo sanno già tutti, e potersi rivolgere al cliente (o al capo) parlando la sua lingua significa davvero essere internazionali.

Così, vien da chiedersi se ci sia malafede in chi ha sparso la voce che il divieto, opposto da una sentenza definitiva, a realizzare la dittatura monolingue imporrebbe ora di raddoppiare ogni cosa, di creare copie costose e inutili, di danneggiare (ecco la parolina magica, il vuoto-a-perdere della nuova retorica) la competitività. Non è vero: basta leggere i passi della sentenza riportata da Marazzini, che aprono la strada a una sana complementarità d’offerte formative. Nessuno spreco: solo arricchimento.

Non è vero, ma c’è chi non legge e in compenso digita. E magari vagheggia progetti legislativi che scavalchino il buonsenso giudiziale: in tempi in cui la caratura del legislatore è quella che è, si può escogitare davvero di tutto. In fondo, sono gli stessi tempi in cui il ministero preposto alla ricerca avanzata pare non sapere che in base alle sue stesse statistiche, e in barba all’isteria dei tecnici, interi e pregevoli settori scientifici (dalle scienze dell’antichità alla giurisprudenza, dalle scienze sociali all’architettura) in Italia producono ricerca prevalentemente in italiano. E in Francia in francese, e in Spagna in spagnolo. Ad alcuni pare impossibile, ma una comunità scientifica colta e plurilingue là fuori esiste ancora, ed è notevole che proprio l’italiano vi voglia ora suonare la ritirata, realizzando il primo caso di suicidio assistito di una grande lingua di cultura, che fino a pochi decenni fa aveva chances paragonabili a quelle di altre omologhe. Certo, aveva anche altre dotazioni civili. Ma la confusione tra cause ed effetti dei mali è notoriamente un circolo vizioso da cui è difficile uscire. Vivi.

Le ultime pagine del libro raccontano di un recente vertice di capi di Stato a Davos, in Svizzera (Paese le cui lingue ufficiali sono notoriamente tre). Parla quello francese, che introduce in inglese, prosegue in francese, e chiude in inglese (totale: mezzo e mezzo). Poi quella tedesca, che dall’inizio alla fine usa solo la propria lingua. Infine l’italiano, che non pronuncia una sola parola in italiano. Zero. La tentazione di correlare questa condotta a qualche classifica che non riguarda le lingue, ma che le riflette, è troppo forte.

Claudio Marazzini, L’italiano è meraviglioso. Come e perché dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli, Milano,pagg. 252, € 17

@lorenzotomasin

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