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«Fare, disobbedire, votare»: l’eredità del…

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addio al regista

«Fare, disobbedire, votare»: l’eredità del maestro Ermanno Olmi

Ermanno Olmi è mancato proprio alla viglia del festival di Cannes, che nel 1978 gli tributò la Palma d'oro per L'albero degli zoccoli, consacrandolo come uno dei migliori registi italiani e internazionali. Quel film gli diede l'abbrivio per molte altre affermazioni importanti - il Leone d'oro nel 1989 per La leggenda del santo bevitore, tratto dall'omonimo racconto di Joseph Roth, e due anni prima quello d'argento per Lunga vita alla signora! -, ma non lo inchiodò mai a cantore della vita ancestrale e contadina.

Rimase sì sempre legato a una forma di spiritualità e di incanto verso la Natura, ma la sua inquietudine lo portò a sviluppare temi molto diversi, che accendevano la sua fantasia. Nato nel 1931 a Bergamo, si fece le ossa tra il 1956 e il 1961 raccontando il mondo dell'industrializzazione e della modernità, su commissione di Edisonvolta, per cui realizzò titoli come La diga sul ghiacciaio, Tre fili fino a Milano, Un metro è lungo cinque. Narrava i prodigi dell'elettricità, ma guardava con attenzione al mondo operaio e all'umanità spiccia, che continuò a indagare con il primo lungometraggio Il mondo si è fermato e Il posto (1961). La pellicola parlava di lavoro, spiegando le aspirazioni di due giovani alle prese con il loro primo impiego, aggiudicandosi il premio della critica alla Mostra del cinema di Venezia del 1961. Ma in realtà andava molto più a fondo con un'attenta analisi della gente comune, delle piccole cose, che torna anche ne I fidanzati, racconto di un’immigrazione al contrario da Nord a Sud(1963).

Scantonò anche dalla definizione di portavoce della piccola quotidianità, realizzando nel 1965 E venne un uomo (1965), biografia non agiografica, film-saggio molto ardito, di papa Giovanni XXIII, che rivela la forte influenza del retroterra cattolico familiare. Quella religiosa è una vena che scorre in tutto il cinema di Olmi, ma è ribelle alle sovracostruzioni, si limita a quella purissima delle origini del cristianesimo, come si legge chiaramente nei Centochiodi (2007) e ne Il villaggio di cartone (2011), in cui il messaggio di pietà cristiana, resa in forma teatrale, è rivolto alla categoria dei più bisognosi della nostra società, gli immigrati.

Dagli anni Ottanta, Olmi si era trasferito ad Asiago, in provincia di Vicenza, e nel 1982, a Bassano del Grappa, aveva dato vita a Ipotesi Cinema, 'bottega del cinema' che collaborerà con la Rai di Paolo Valmarana, vivaio di nuovi registi. L'altopiano di Asiago era il suo buen retiro, che lo riportava alle origini rurali e qui aveva trovato conforto dopo essere stato colpito da una malattia autoimmune, la sindrome di Guillain-Barré.

La malattia aveva soprattutto accentuato gli strascichi di una depressione latente, con uno stallo di creatività fino al grande ritorno, dopo la seconda metà degli anni Ottanta, con Lunga vita alla signora! e con La leggenda del Santo bevitore e il Leone d’Oro alla carriera ritirato nel 2008.

Proprio sull'altopiano di Asiago aveva deciso di girare l'ultimo dei suoi film, Torneranno i prati del 2014, che raccontava la prima Guerra mondiale alla vigilia di Caporetto in maniera umanissima, forse perché la guerra toccava le corde più profonde della sua infanzia e adolescenza, legate alla prematura scomparsa del padre caduto durante la Seconda guerra mondiale.

La cifra umana, la tenerezza, la compassione sono probabilmente le tracce più resistenti che ci lascia Olmi. Si percepivano de visu, nello sguardo vigile e ironico, e perfino al telefono quando rispondeva alle sollecitazioni del Sole 24 Ore a scrivere. Dava sempre poche speranze all'interlocutore, dicendo di essere stanco, o troppo impegnato a montare i suoi film. Ma poi nel pomeriggio arrivava puntualmente il suo articolo in cui offriva, con consapevolezza, parole di incoraggiamento e fiducia. Si rivolgeva soprattutto ai giovani: spiegando il senso della dignità e della solidarietà, dolendosi delle crisi politiche mondiali, del degrado ambientale del pianeta. Parlava del suo amato Tolstoj, si rivolgeva al bambinello Gesù, invitava alla disobbedienza contro l'ingiustizia: «Non dobbiamo limitarci a disapprovare o sottoscrivere, ma dobbiamo agire, fare. Essere onesti, come lo è Corrado Stajano, come lo è stato Tiziano Terzani. Dobbiamo essere disobbedienti quando gli ordini sono degli atti criminali. I peggiori tra noi sono coloro che non vanno a votare. Il rischio è rimanere affogati in questa sonnolenza, dove tutto va bene». In queste parole la sua eredità più bella.

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