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Il potere del cinema secondo Jafar Panahi: il regista iraniano a Cannes con…

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Il potere del cinema secondo Jafar Panahi: il regista iraniano a Cannes con «Three Faces»

Tre anni dopo aver vinto l'Orso d'oro al Festival di Berlino con «Taxi Teheran», il grande regista iraniano Jafar Panahi è in concorso a Cannes con «Three Faces», un film che farà discutere a lungo.
Ancora una volta Panahi cerca di scuotere e di far ragionare contro i gravi limiti di un paese che gli ha tolto completamente la libertà: condannato nell'ottobre del 2010 a sei anni di reclusione per aver protestato contro il governo, gli venne inoltre preclusa la possibilità di andare all'estero e di girare film per ben vent'anni.
Nonostante il divieto, Panahi ha continuato a lavorare in semi-clandestinità, realizzando «This Is Not a Film», «Closed Curtain», «Taxi Teheran» e proprio «Three Faces», film in cui compare nuovamente anche davanti alla macchina da presa.

Un immagine tratta dal film «Three Faces»,

La pellicola si apre con il videomessaggio di una ragazza che chiede aiuto per sfuggire alla morsa di una famiglia conservatrice che non le permette di intraprendere la carriera di attrice. La destinataria è la diva del cinema iraniano Behnaz Jafari, che insieme al regista Jafar Panahi partirà per capire se la ragazza si è realmente suicidata come il video lascerebbe intendere.

Inizia in maniera particolarmente incisiva l'ultimo lavoro di Panahi, che a Cannes aveva vinto il premio come miglior opera prima nel 1995 con «Il palloncino bianco»: un prologo che è già una dichiarazione d'intenti sui temi principali di un film che ragiona sul potere del cinema, sul confine tra realtà e finzione, su come l'arte possa rappresentare una speranza per il futuro del paese. Allo stesso modo il finale, che ricorda quello del precedente lungometraggio del regista, è una lunga sequenza di notevole spessore.
In mezzo c'è un film ricco di spunti importanti, ma vittima di troppe ridondanze narrative e di molti momenti davvero prolissi.

Una scena del film «Girls of the Sun»

I messaggi di Panahi arrivano forti e chiari allo spettatore e il suo cinema di resistenza continua a scuotere e interessare, anche se in questo caso i cali di ritmo sono molto evidenti e alcuni passaggi sanno di già visto.
Film impegnato è anche «Girls of the Sun» della francese Eva Husson, inserito all'interno del concorso principale.

Al centro della trama c'è Mathilde, una reporter di guerra che finisce in Kurdistan, dove viene affidata a una pattuglia di sole donne. Capitanate dalla coraggiosa Bahar, lottano per liberare il loro paese anche a costo di morire.
La materia alla base del film (tratta da una storia vera) è di grande interesse, ma la regista calca troppo la mano sull'enfasi e la retorica, cercando forzatamente di far emozionare il pubblico. Così, il risultato è un progetto più furbo che sincero, troppo costruito a tavolino per coinvolgere come avrebbe voluto.
Una figura decisamente migliore l'avevano fatto i due precedenti registi transalpini in concorso: Christophe Honoré con «Plaire, aimer et courir vite» e Jean-Luc Godard con «Le livre d'image».

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