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Addio a Tom Wolfe, maestro delle parole e fustigatore degli intellettuali

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lo scrittore usa morto a 87 anni

Addio a Tom Wolfe, maestro delle parole e fustigatore degli intellettuali

Tom Wolfe (Epa)
Tom Wolfe (Epa)

Basterebbe una sua fotografia e un paio di titoli di quei suoi romanzi a metà strada tra cronaca e approfondita riflessione sulla realtà americana contemporanea per stupirsi del fatto che fosse un ammiratore di scrittori realisti e naturalisti dell'Ottocento come Balzac, Dickens e Zola.

Estate e inverno andava in giro vestito di bianco e con le ghette sopra le scarpe, probabilmente per non passare inosservato e perché la gente nei salotti non dimenticasse che veniva dal Sud come il grande Mark Twain, come lui maestro nel far ridere facendo sul serio.

Tom Wolfe, morto in un ospedale di Manhattan all'età di 87 anni, oltre che un dandy era uno snob. E lo era in un'epoca, gli anni '80, in cui esserlo significava prendere le distanze dal mondo degli straricchi e dei potenti, in nome di un orgoglio americano che consiste sentirsi “speciale” proprio per il fatto di essere come gli altri.

Il suo bersaglio preferito, oltre a finanzieri, magistrati e giornalisti, che ebbe a maltrattare nel suo libro più famoso, Il falò delle vanità (1987), da cui fu tratto un film con Tom Hanks, Melanie Griffith e Morgan Freeman (1990), era «quella incarnazione di disprezzo per gli altri, cinismo, scetticismo e altezzosa ironia che è l'Intellettuale». Una curiosa creatura, come lo stesso Wolfe ebbe a scrivere in un libro di saggi, La bestia umana (2003), importata in America dalla Francia alla fine della Prima guerra mondiale, e che nel corso dei decenni ha subito diverse mutazioni genetiche, cioè ideologiche, ferma restando la sua aria di superiorità morale. Che è poi superiorità estetica.

In genere l'intellettuale delle riviste chic non sa di che cosa parla ma ne parla – anzi bisbiglia – con indignazione. «L'Intellettuale non ha bisogno del pesante carico di documentarsi e fare ricerche ». Gli basta essere intelligente, distaccato, diverso nei gusti e nelle scelte, dalla pazza folla.

C'è, in queste parole di Wolfe, una buona dose di anti-intellettualismo – un segno caratteristico, peraltro, sul passaporto di tutti gli americani – ma quel che importa è che, dovendo frequentarli, gli intellettuali, lo stesso Wolfe ha sempre tenuto a stravincere sul piano delle apparenze.

Destino vuole, ha sempre detto Wolfe, che oggi la pazza folla non sia più il conglomerato berciante e analfabeta che si accalcava nelle piazze due secoli fa, ma lo sterminato popolo della classe media. Ordinata, laboriosa, libera, responsabile, prospera, civile e decente. Soprattutto decente.

Non bisogna spingersi a credere che Wolfe sostenesse che l'America fosse il migliore dei mondi possibili, ma bisogna ricordare che era sinceramente convinto di una cosa. Che da quando esistono le società umane non si era mai visto niente di simile per un numero tanto grande di individui. Certo, diceva, questi americani – che sono tutti gli americani, tolti i ricconi e le frange dei poveracci – leggono Tom Clancy o … Tom Wolfe, piuttosto che Mallarmé, e usano deodoranti e dopobarba da supermercato. Ma questo è dovuto al fatto che, piaccia o no agli intellettuali, esistono altri mestieri, oltre a quello del letterato e che balsami e profumi sono prodotti per la pelle prima che simboli di un certo status.

Gli americani sono volgari e quando aprono un libro – ed è così fin da quando leggevano la Bibbia in traduzione – vogliono capire quello che c'è scritto; e quando aprono un boccettino si apprestano a una pratica igienica quotidiana e non a una esibizione di lusso.

Tom Wolfe ha condotto battaglie memorabili contro l'arte moderna e contro poeti e romanzieri che parlano soprattutto di quanto sia difficile scrivere. Come se ai lettori la cosa potesse importare. E per questa ragione è e sarà una di quelle rare voci di cui sentiremo la mancanza.

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