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Cannes, il tentativo di Golino di canzonare la morte riesce a metà

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Cannes, il tentativo di Golino di canzonare la morte riesce a metà

Un giovane fisico maschile scolpito si muove al ritmo di una musica: lo si intravede ripreso, sotto un fascio di luci intermittenti, dalla parte opposta di un corridoio. La sensualità delle movenze viene interrotta da una marcetta militare che costringe il ballerino ad assumere un tono marziale che fa virare la scena in un tono ironico e tenero.

Su questi due registri, nonostante la tragicità del tema portante del film, si sviluppa Euforia, film di Valeria Golino, presentato oggi al Festival del Cinema di Cannes, alla sezione Un certain Regard, dove nel 2013 la regista- attrice aveva presentato Miele, tratto liberamente dal libro Vi perdono di Angela Del Fabbro, pseudonimo dello scrittore Mauro Covacich.

Golino aveva scritto la sceneggiatura di Miele con Francesca Marciano e Valia Santella, le stesse autrici con cui ha realizzato quest’ultimo soggetto, che vede anche la collaborazione dell'autore, premio Strega, Walter Siti.

Il segreto per canzonare la morte
Come in Miele anche in Euforia si parla di morte e della capacità degli esseri umani di saperla affrontare e addirittura canzonare. Protagonista della storia è Matteo (Riccardo Scamarcio), un quarantenne di ottimi guadagni, con un lavoro da consulente multimediale e di immagine per il Vaticano e per grandi aziende. Vive in maniera sfrenata, come se non ci fosse un domani, contornato da una compagnia di amici disinibiti, cinici, compiaciuti di condurre un’esistenza irregolare, spiantata, tesa alla soddisfazione massima del piacere, tra sesso occasionale, alcol o droga. Matteo ha alle spalle una famiglia di origini umili che a un tratto lo richiama a sé, quando scopre, grazie a un medico amico cui affida il fratello Ettore (Valerio Mastandrea), che quest’ultimo ha un tumore incurabile. Matteo decide di assumersi la responsabilità di tacere la gravità della faccenda a tutti, soprattutto a Ettore. È un ruolo titanico quello di Matteo, deciso a liberare in questa occasione la sua parte più generosa: ospitare il fratello nella sua elegante e domotica casa di Roma, mettendogli a disposizione carta di credito e autista, cercando di ritrovare l’armonia tra Ettore, la madre (Marzia Ubaldi) e la moglie di Ettore, Michela (Isabella Ferrari), che il fratello ha lasciato.

Propositi buonisti e generosità pelosa
Ma i propositi buonisti nell’affrontare la malattia del fratello non funzionano, forse perché Matteo si arroga il diritto di condurre la regia delle vite altrui dissimulando una generosità pelosa e narcisistica, senza rispettare la necessità di Ettore di confrontarsi con se stesso e con ciò che gli sta accadendo.
Golino ha il pregio di non essere manichea, di raccontare i pregi e i difetti dei suoi personaggi: l’iper attivismo con cui Matteo camuffa il vuoto dentro di sé, il desiderio di essere demiurgo e accentratore, essendo abituato a misurare tutto con il metro del denaro, anche il sesso (e qui si sente la presenza di Walter Siti e della sua recente e acuta riflessione in Pagare o non pagare, pubblicato con Nottetempo) . Ettore allo stesso modo, nonostante la sua statuaria etica pauperista, spesso moralista, cede presto alle comodità e alle lusinghe del lusso, e si trova a constatare di aver rinunciato al vero amore per Elena (Jasmine Trinca) perché anche lui soggetto ai crismi perbenisti che gli hanno impedito di lasciare moglie e figlio.

Il rischio del grottesco
La regista è brava a cogliere il profondo lato umano dei suoi personaggi e la quotidianità , che non è mai banale, delle piccole cose, ma in Euforia forse per “smorzare” la tragedia a volte cade nel grottesco: la figura di Matteo risulta artefatta, il sarcasmo sul business della misericordia eccessivamente calcato. E la stessa Golino, che è una figura di donna e artista notevole e vera, in questa occasione è come se avesse mortificato tutte le presenze femminili.

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