Domenica

È morto Tom Wolfe: fu tra i fondatori del «New journalism»

  • Abbonati
  • Accedi
Il falò delle vanità la suA opera più famosa

È morto Tom Wolfe: fu tra i fondatori del «New journalism»

Tom Wolfe  (Ansa/Ap)
Tom Wolfe (Ansa/Ap)

A 87 anni è morto lunedì, in un ospedale di Manhattan, Tom Wolfe. La sua morte è stata confermata dal suo agente, Lynn Nesbit. Sempre secondo quanto riferito da Nesbit, Wolfe era stato ricoverato per una infezione. Wolfe viveva a New York dal 1962, anno in cui era entrato al New York Herald Tribune come reporter (in precedenza aveva lavorato al Washington Post). Come giornalista ha contribuito a creare un nuovo genere definito “new journalism”, ovvero un genere ibrido in cui la trattazione della cronaca si innesca in una struttura pienamente narrativa e che si sviluppa prepotentemente negli anni sessanta negli Stati Uniti.

Termine, il new journalism, che però a Wolfe non piaceva. Nel suo lavoro di saggistica, riferendosi ad esempio alla strada illustrata da Gay Talese e Jimmy Breslin, disse: «Inciamparono nel rendersi conto che il giornalismo poteva essere scritto per “leggere come un romanzo”. Non hanno mai immaginato per un minuto che il lavoro che avrebbero fatto nei prossimi dieci anni, come giornalisti, avrebbe spazzato via il romanzo come evento principale della letteratura». In particolare commentando un pezzo di Breslin, scrisse: «Eccolo, un racconto, completo di simbolismo, in effetti, eppure di vita vera, come si suol dire». Sono anni questi molti vivaci, basti ricordare che Truman Capote pubblica il rivoluzionario “In Cold Blood”.

Wolfe, a cui si deve l’invenzione di neologismi come radical chic, statusphere, the right stuff, the Me Decade, good ol’ boy, pubblica il suo primo libro nel 1965: dal titolo The Kandy-Kolored Tangerine-Flake Streamline Baby, è una raccolta dei suoi articoli. Ed è sempre una raccolta il successivo The Pump House Gang.

Nel decennio successivo pubblica diversi testi, tra questi The Painted Word (una forte critica verso il mondo dell'arte) e The Right Stuff, che gli valse il National Book Award ed ha assicurato al pilota Chuck Yeager un posto nella storia dell'aviazione (il film che ne è stato tratto ha vinto quattro Academy Awards).

Marc Weingarten, nel suo libro del 2005 sul New Journalism, definì così la scrittura di Wolfe: «Facendo un passo indietro nel riportare le convenzioni e abbracciando la prosa che zingava e zumava con la stessa burrasca dei movimenti che stava coprendo, l’opera di Wolfe incarnava il dinamismo della cultura stessa».

La sua opera più famosa è Il falò delle vanità, pubblicata in una prima nel 1985 e poi nella versione definitiva nel 1987. Il libro ha ottenuto un enorme successo tanto che da questo viene realizzato l’omonimo film. Nella lista dei bestseller del Times infatti per un anno ha venduto più di 800mila copie in copertina rigida, 1,4 milioni secondo il sito web di Wolfe.

Il suo secondo romanzo, “A Man in Full” (1998), ha venduto quasi 1,4 milioni di copie in copertina rigida. Il suo terzo, “I Am Charlotte Simmons” (2004), ha invece avuto recensioni mediocri.

Riconoscibile nei suoi completi color vaniglia, Wolfe era attratto da storie che sembravano “incapsulare” i tempi. «La mia più grande ammirazione è per Balzac, che si è definito segretario sociale della società francese», ha detto Wolfe in un'intervista del 2004 rilasciata a Bloomberg News. «Sono qui solo per dirvi cosa sta succedendo, cosa è successo. È così che mi sento. Io non sono Paul Revere. Sono più un segretario di registrazione».

Dopo Il falò delle vanità, Wolfe ha scritto un saggio del 1989 per la rivista Harper sostenendo che il futuro della letteratura americana dipendeva dai romanzieri che uscivano dalle loro torri e facevano più osservazioni, relazioni e scritti sul mondo reale intorno a loro. Severo il giudizio su Wolfe di romanzieri come John Updike, Norman Mailer e John Irving che hanno liquidato “A Man in Full” come un’opera di intrattenimento. Updike addirittura diceva che la scrittura di Wolfe non costituiva la letteratura nemmeno «in una modesta forma di aspirante».

Con sua moglie, Sheila, Wolfe aveva due figli, Alexandra e Tommy.

Leggi anche:
Tom Wolfe ama l’America
Gli Eunuchi dell'universo

© Riproduzione riservata