Domenica

Il «buen retiro» e i giochi di Giacomo bambino a San Leopardo

  • Abbonati
  • Accedi
recanati e i luoghi leopardiani

Il «buen retiro» e i giochi di Giacomo bambino a San Leopardo

Particolare del soffitto decorato a tempera della parte padronale del Villino di San Leopardo
Particolare del soffitto decorato a tempera della parte padronale del Villino di San Leopardo

«Sdraiato presso un pagliaio a San Leopardo sul crepuscolo vedendo venire un contadino all’orizzonte…». Sono i ricordi dell'infanzia e dell’adolescenza di Giacomo Leopardi, quando era ancora “Muccio”, dei giorni passati nella casina di San Leopardo: un tesoro “nascosto” tra i luoghi leopardiani, che racconta un lato inaspettato della sua vita e della sua personalità. Se tutti conoscono la biblioteca, il Colle dell'Infinito o la casa di Silvia, pochi sanno del villino dove la famiglia spesso si spostava per brevi soggiorni in campagna. E le cui porte sono state aperte per la prima volta al Sole 24 ore. Fatto costruire alla fine del Settecento dal conte Monaldo, fu affidato alla mano dello stesso decoratore che aveva affrescato la sua stanza nel palazzo di Recanati distante dal buen retiro di campagna poco meno di 5 chilometri. Una strada che Giacomo, fin da bambino, percorreva in calesse o a piedi, in compagnia dei fratelli del fattore e del precettore, definito il “Pedante” : «D’un attempato e ruvido fattore in compagnia, vermiglio, grasso florido, Pedante li segua...».

Il villino di San Leopardo è stato per Giacomo la “via di fuga” dal paterno ostello. E se l’austero palazzo di Recanati è associato agli anni di studio “matto e disperatissimo”, San Leopardo è il luogo dei giochi, delle battaglie storiche e mitologiche. “Muccio” nei giochi con i fratelli Carlo e Paolina vestiva sempre i panni dell’eroe e, con il potere della fantasia, trasformava la carriola usata per i lavori agricoli nel carro del vincitore.
Un tempo sereno trascorso fino all’adolescenza nella casina di campagna in cui la famiglia Leopardi “conviveva” con il fattore e i contadini, che abitavano il piano inferiore. «Alla condivisione degli spazi – spiega Vanni Leopardi, discendente del poeta – non corrispondeva una “confidenza”, le differenze sociali erano molto più marcate di oggi. Poteva anche capitare che i giovanissimi Leopardi giocassero con i figli dei coloni, ma questo non accorciava le distanze».

San Leopardo “torna” nelle opere di Giacomo, “Il sogno”, “La vita solitaria” e “La Dimenticanza”. Della tenuta dei Leopardi fa parte anche un'antica scuderia e, a poca distanza della casina, c'è la tomba di Carlo Leopardi: il fratello prediletto di Giacomo. Una costruzione circolare in stile barocco che imita il tempietto di San Pietro in Montorio a Roma. Rapporti tesi, per questioni ereditarie, avevano portato un nipote a negare la cappella di famiglia per la sepoltura dello zio, per questo la vedova di Carlo fece costruire la tomba nel terreno annesso alla propria residenza di campagna, attigua al villino di San Leopardo.

Il villino, già lesionato dai terremoti precedenti è stato gravemente danneggiato dall'ultimo del 2016. «Vorremmo ristrutturarlo perché è un posto che ci “racconta” di un Giacomo libero, sereno, che gioca con i suoi fratelli – spiega Vanni - il paesaggio intorno non ha subìto grandi modifiche architettoniche ed è rimasto abbastanza intatto».

© Riproduzione riservata