Domenica

Il latino che lascia il segno

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«dieci parole per raccontare il mondo»

Il latino che lascia il segno

Pompei, affresco 55-79 d.C., Terenzio Neo e la moglie
Pompei, affresco 55-79 d.C., Terenzio Neo e la moglie

Altro che lingua morta! Che il latino fosse una lingua vivente, perché ancora invita a risposte e interpretazioni attraverso la voce dei suoi grandi autori, Nicola Gardini lo aveva mostrato in tre articoli pubblicati sulla «Domenica» nell’aprile del 2016 poi contenuti nel saggio «Viva il Latino!» (Garzanti) giunto alla XII ristampa. Che il pensiero di Ovidio fosse vivo nel nostro, inesauribile sorgente nascosta, Gardini lo ha spiegato nel saggio successivo: «Con Ovidio». Nel terzo volume di questa serie, che riscopre importanza e bellezza di una lingua che alcuni vorrebbero dismettere, «Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo» (Garzanti, Milano, pagg. 200, € 15, in libreria da oggi), di cui anticipiamo un brano, l’autore fa un passo ulteriore mostrando come il latino non sia solo radici e fusto da cui si dirama il nostro pensiero, ma anche foresta. E lingua futura. Sono le parole che formano la civiltà e ne segnano il tempo e quelle latine non hanno mai smesso di risuonare nell’inconscio di un’immensa compagnia internazionale. Gardini - che oltre ad essere classicista, poeta, narratore, pittore e traduttore è anche professore di Letteratura italiana e comparata all’Università di Oxford - partendo dai sensi originari di dieci vocaboli latini (ars, signum, modus, stilus, volvo, memoria, virtus, claritas, spiritus, rete), e delineando le successive metamorfosi nella lingua comune e nell’uso che ne fanno i grandi autori, realizza una vera e propria storia delle idee. E in un gioco di continue scoperte arriva a mostrarci come «il latino è lingua delle lingue che saranno». Noi siamo il futuro del latino e il latino è il nostro futuro.

di Nicola Gardini

Che cos’è il mondo? Segni, null’altro: indizi di qualcosa che è stato, che sarà, che sta avvenendo.
Segno può essere qualunque cosa: la luce di una stella che si spense milioni di anni fa, uno stillicidio invisibile, una nuvola inattesa, un mal di pancia, un dito puntato… Basta che decidiamo che quella certa cosa evochi più di ciò che rappresenta in sé.

Un segno, sicuro o no che sia, lontano o no che sappia condurci, è strumento primario di conoscenza. Più segni siamo in grado di individuare, più sapremo capire del mondo.

Il rischio di errore, certo, è altissimo, perché un segno è cosa ambigua; sta sempre sospeso fra luce e buio; fra ciò che letteralmente indica e ciò che vuole rappresentare. E come dà gioia, la gioia del capire, così dà pena: la pena del fraintendere e del confondere. Quanti abbagli si prendono per un segno mal compreso! Quanti segni non erano segni, non segnalavano proprio niente, o rimandavano ad altro che continua a sfuggirci! E quanti segni non abbiamo avuto la forza o l’intelligenza di cogliere! E non appena ce ne accorgiamo, ci sentiamo traditi; all’improvviso avvertiamo tutta l’evasività del mondo. Il mondo, però, lo costruiamo anche così, per tentativi e ipotesi che poi magari saranno smentiti, e non è una colpa, se siamo mossi dal sincero desiderio di capire, superando la banalità dell’apparenza e gli schematismi della burocrazia o dei libretti di istruzione. Sempre ammettere che ci sia qualcosa di più dietro l’angolo; che la realtà sia non liscia, ma si componga di una serie di pieghe sotto cui dover guardare.

Io ho affetto per la parola segno. Ci sento promessa di espansione, volontà, potenza. Parola forte, ricca fin nel suono: una sibilante di partenza, s, che la lingua, ritraendosi dai denti e allargandosi per tutta la cavità orale fino al soffitto, trasforma in una generosa palatale, gn; e tutto nello spazio di un bisillabo, oscillando tra la chiarezza della e e l’oscurità della o. Né le tolgono forza e ricchezza gli utilizzi correnti: “fare segno”, “dare segno”, “segno d’impazienza”, “il segno meno”, “il segno più”, “buon segno”; o derivati come “segnale”, “insegna”, “assegno”, “contrassegno”, “consegna”, “disegno” (il migliore del gruppo) e – tra i verbi – “segnalare”, “insegnare”, “assegnare”, “consegnare”, “rassegnare”, “disegnare”, “designare”.

Il capostipite latino, signum, è ricollegabile alla radice del verbo seco, “taglio”. È – secondo tale etimologia – un’incisione, una tacca, un marchio. Il signum si aggiunge alla superficie del reale come una ferita. Virgilio, quasi intendesse giocare con i fantasmi dell’etimologia, fa «effodere» (“scavare”) un «signum» ai Troiani che sono appena arrivati sulle coste di Cartagine (Eneide I, 443). E l’evangelista Giovanni assai opportunamente chiama le piaghe di Gesù «signum clavorum», “segno dei chiodi” (20, 25).

Se c’è signum, ci sarà anche altro. Secondo Cicerone, una cicatrice dice che c’è stata di certo una ferita; e polvere sui sandali dice che probabilmente si è fatto un pezzo di strada (De inventione I, 47). Agostino, che di Cicerone è imbevuto, spiega:

Segno […] è cosa che, oltre all’aspetto che

mostra ai sensi, fa venire alla mente

qualcos’altro a partire da sé; così come

vista una traccia, pensiamo che sia pa

sato un animale di cui quella è la traccia;

e visto il fumo, capiamo che là sotto c’è il

fuoco; e udita la voce di una persona,

capiamo il suo stato d’animo, e al suono

della tromba i soldati sanno di dover o

avanzare o ritirarsi e fare altro che la ba

taglia richieda.

(De doctrina Christiana II, i, 1)

Gli esempi di Agostino associano sotto un’unica definizione di segno tre diverse funzioni. Un conto, infatti, è la traccia dell’animale che è appena passato, un conto è il fumo, un conto il suono della tromba militare. Il signum si relaziona a tre diverse temporalità, come, invece, mette in chiaro Cicerone: il passato (il passaggio dell’animale), il presente (il fuoco) e il futuro (l’azione militare da compiersi). Pertanto: 1. può essere residuo; 2. può indicare qualcosa che sta avvenendo, e 3. può essere avvio, stimolo a qualcos’altro, e così avvertire sul da farsi (lo chiameremo preferibilmente “segnale”, il segno-comando). Mi viene in mente un altro famoso signum di questo terzo tipo: il bacio di Giuda nei Vangeli (Matteo 26, 48 e Marco 14, 44).

Il vocabolo signum ha una straordinaria predisposizione alla pluralità di sensi. Se dovessi scegliere una parola che in più alto grado rappresentasse l’“intelligenza verbale” del latino sceglierei proprio signum. Come abbiamo appena visto, vuol dire “segno” (traccia, indizio, prova,) e “segnale”. Ma vuol dire anche “insegna militare”: lo stendardo della legione, per esempio. Signum vuol anche dire “costellazione”, in quanto segno celeste, senso che si è mantenuto fino a oggi nell’espressione “segno zodiacale”. E immagine artistica: pittura, ricamo o, più spesso, statua. Ovidio scrive che Narciso, incantato dal proprio riflesso, ha tutta l’aria di un signum di marmo pario (Metamorfosi III, 419). Signum arriva a voler dire perfino portento e miracolo nel latino dei Vangeli.

Né mancano i derivati. Tra i più comuni del latino classico ci sono i verbi significo (“esprimere”, “significare”, “predire”) e signo (“coprire di segni”, “sigillare”, “indicare”), fortunatissimi anche nella tradizione volgare (di “significare” Dante fornisce esempi ragguardevoli). A proposito di signo – donde il nostro “in-segno” –, mi torna in mente lo splendido passo dell’Eneide in cui Enea rivolge a Giove una preghiera di aiuto, mentre Troia è preda delle fiamme e dei Greci, e un prodigio improvviso gli dà conforto. Il verbo compare nella forma di un participio, all’accusativo singolare:

e dal cielo, scorsa per le ombre,

una stella portando una face con molta

luce passò. Quella scorrendo sopra la

cima del palazzo

vediamo nascondersi chiara nella selva

dell’Ida, e indicando [signantem] la via;

allora un solco per lungo sentiero

dà luce e tutt’intorno fumano i luoghi

di zolfo.

(Eneide II, 693-698)

Il pensiero di quello che sarà preoccupa tutti. Dove stiamo andando? Quanto a lungo vivremo? E come? Il nostro pianeta avrà la meglio sulle follie dei politici? Sparirà la povertà? Un giorno avremo tutti cibo e istruzione? Che fare? Preoccupa l’ignoto, e si vorrebbe renderlo noto, vederlo prima che lui, prendendoci alla sprovvista, veda noi; conoscerlo perché lo si possa riconoscere quando quel che ancora non è verrà a essere. Si vorrebbe perfino impedire che avvenga, il futuro, quando se ne presagisce la negatività. Occorre, dunque, osservare i segni, come i contadini delle Georgiche, antesignani di Enea. Oggi forse non esistono più contadini come quelli virgiliani, almeno nelle società dominate dalle macchine. Esistono però ancora persone che si dedicano all’importante mestiere della previsione; persone che si impegnano a disciplinare i segni e a servirsene per favorire la sopravvivenza del genere umano. E ce n’è di varie categorie: geologi, sismologi, metereologi, ecologisti, climatologi, demografi, politologi, economisti. Non dimentichiamo i medici. Tutti costoro scrivono o cercano di scrivere una storia che ancora non è avvenuta. Sono archeologi dell’avvenire. Sono profeti, letteralmente, sebbene le loro profezie dichiarino verità tutt’altro che metafisiche. Anche queste, però, richiedono capacità di intuizione non da poco. L’esattezza resta spesso un miraggio. Le recenti crisi economiche hanno dimostrato ampiamente tutta la fallibilità dei nostri profeti. Nessuno aveva visto i segni della vicina catastrofe, o se li aveva visti, non li aveva presi o voluti prendere nella dovuta considerazione. Cicerone lo diceva – che la verità dei segni va accertata.

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