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La tratta delle braccianti

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stefania prandi - il #metoo delle lavoratrici agricole

La tratta delle braccianti

Là dove li coltivano in interminabili serre chiamano mirtilli, fragole, lamponi, ribes, more e pomodori «oro rosso» per la ricchezza che portano ai padroni delle terre. Ma è un altro rosso, più scuro e più denso, quello cui si pensa leggendo la magistrale inchiesta della nostra collaboratrice Stefania Prandi sulle braccianti agricole stuprate, molestate, ricattate, alloggiate in tuguri sudici pieni di cimici. E naturalmente pagate molto meno degli uomini, stipendi da fame, cosa che le rende ancor più appetibili e ancor più sottomesse.

A Palos de la Frontera, in Andalusia, sono prodotte 130mila tonnellate l’anno di frutti rossi. Li raccolgono soprattutto marocchine, rumene, polacche o bulgare. Donne sposate, con figli, come previsto dal «Contratto in origine» stipulato con il Marocco , in modo che non tentino di restare illegalmente finita la stagione. Donne disperate che cercano di sottrarre i figli all’indigenza e alla prostituzione. Tutti sanno degli abusi, ma nessuno ne parla. Nemmeno chi li subisce, per la vergogna, il dolore, il timore del victim blaming, la colpevolizzazione della vittima che accade sistematicamente anche nei milieu elevati, figuriamoci in questi angoli bui del mondo. Un crimine perfetto lo stupro: chiude chi lo subisce nel silenzio. Unico indizio gli aborti, crescono molto nei mesi della raccolta, per il 90% riguardano marocchine, rumene, bulgare.

Forte dei suoi studi in Svezia, Norvegia e Stati Uniti sulla discriminazione sessuale Prandi sa quali domande porre, come porle e quando. Il primo passo è ammettere che gli abusi sessuali sul lavoro esistono. Lo hanno fatto tutte le 70 donne che ha intervistato in Andalusia. Più difficile rispondere a: «È successo anche a te?». Di solito a parlare è il silenzio.

Perde sangue da settimane Kalima, 37 anni, un marito costretto a letto e due figli che crescono da soli in Marocco. Racconta, infine. Prandi l’accompagna all’ospedale dove i medici certificano la violenza ma le dicono che non sarà facile provare lo stupro, non avrebbe dovuto lavarsi. Non ci sono tracce organiche dell’aggressore. Un’ipotesi da considerare è quella di tornare al campo e farsi violentare di nuovo senza pulirsi e poi venire all’ospedale. Sarebbe il modo più sicuro per vincere, fanno intendere i medici.

Con ironia amarissima, una lingua asciutta ma partecipe, mai retorica, dove la natura annichilente degli abusi emerge dai particolari che descrive, non dagli aggettivi che (non) usa, Prandi documenta la struggente storia delle “prescelte” anche a Vittoria (Sicilia), ad Andria (Puglia), a Souss-Massa, in Marocco. La schiavitù in Europa nel XXI secolo, con le catene della fame e della disperazione: le leggi esistono ma sono inutilizzabili. Ogni violenza accade due volte.

Stefania Prandi, Oro Rosso, Settenove, Cagli (Pu), pagg. 124, € 14

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