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Spiritello dissacrante e poliedrico

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«Siamo tutte delle gran bugiarde», Paolo Poli, e Giovanni Pannacci

Spiritello dissacrante e poliedrico

Attore raffinato. Paolo Poli
Attore raffinato. Paolo Poli

Ghiribizzoso come il conterraneo Pontormo, impertinente come certi angioli di Rosso Fiorentino, a due anni dalla morte ritroviamo l’anima o lo spiritello civettuolo di Paolo Poli in un libro leggero e funambolico, dissoluto e dissacrante, sempre gentilineo, eppur con coda porcina.

Sono poco più di 100 pagine quelle che la nuova edizione, con minuzioso corredo fotografico, di Siam tutte delle gran bugiarde, per i tipi di Giulio Perrone, in colloquio con Giovanni Pannacci, dedica all’istrionico artista fiorentino e di lui riaffiorano soavi e taglienti, sempre in sospensione ossimorica com’era il suo teatro, le mefistofeliche trovate che a rileggerle sono ben dense del suo acuminato spirito di filologo fantasista.

«A otto anni lessi un libro pornografico che mi prestò un amico...dicevo: Mamma è un libro porcellone e lo voglio leggere tutto. Va bene rispondeva.. la mia mamma era una maestra montessoriana e sapeva che dal male viene il bene, come dal bene viene il male. La lettura poi è sempre un fatto positivo e l’importante era che io leggessi» . E ancora: «Facendo teatro ho scoperto la mia vera natura di caratterista, mentre al cinema mi facevan fare il giovanetto amoroso, cosa che io non ero». La cifra stilistica del suo talentuoso teatro “in parodia”, ricco di citazioni, travestimenti, canzoni e filastrocche, sarà sempre nella presa di distanza dall’ordinario e dalle banali certezze della pavida borghesia nostrana. «Sì, ho messo in scena anche Queneau...Esercizi di Stile. Allora io dissi subito...questo nome stile in Italia ricorda i mobili di Cantù con le zampe di leone. Cambierò il titolo in Bus. Che poi pronunciavano bas, e invece l’è bus, perché viene da omnibus, è latino».

Perché Paolo Poli, il poliedrico leggiadro attore, non va mai dimenticato, era anche un instancabile lettore e uomo di raffinata cultura. «Pinocchio è stato il mio livre de chevet, perché era in questa bella lingua toscana. Era la linea Broglio, quella del vocabolario del parlar fiorentino». Un cultore sempre attento del forbito parlar toscano «D’Annunzio non si vergognava a tirar fuori da Dante la sirocchia, il tremolar della marina ... o pensa a certi versi Il sole imbionda sì la viva lana\che quasi dalla sabbia non divaria.È musica, è Debussy, come si fa a raggiungere certe vette! ». «Il professorino che canta» lo riassunse Camilla Cederna sull’Espresso. Insofferente alle classificazioni, così lo descriveva Tullio Kezich «immaginate di possedere un bel quadro e di non avere una parete alla quale attaccarlo. questa è precisamente la situazione del teatro italiano di fronte a un fantasista come Paolo Poli».

La descrizione che fa di Palazzeschi è un pezzo di teatro nel teatro. «Era un uomo gentile, buono, molto timido, perché le checche dell’epoca non erano vittoriose. Lui era l’amico di De Pisis. Ora è uscito postumo Interrogatorio della contessa Maria. E chi era secondo te? Non lo ha pubblicato mai perché tutti avrebbero capito che la contessina Maria era De Pisis. Che quando tromba col carbonaio torna a casa tutta nera, la volta invece che tromba col fornaio torna a casa tutta bianca».

Se Dario Fo, come Picasso, con il grammelot ha rinnovato in maniera rivoluzionaria la lingua teatrale, Paolo Poli, come l’altro genio artistico del ’900, De Chirico, ha distrutto la prospettiva classica senza alterarne le forme, corrodendole dall’interno. Tornano ancora gli accostamenti alla grande pittura per questo artista che non a caso fu allievo di Roberto Longhi, perché in fondo il maggior pregio di questo libro divertente è tutto qui, nell’aver reso in questa lunga intervista al capocomico Poli gli echi sulfurei della sua levigata impudica e ambigua grazia di padrone della parola di scena.

Paolo Poli, Giovanni Pannacci, Siamo tutte delle gran bugiarde, Giulio Perrone Editore, Roma, pagg. 107, € 10

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