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Stasera la consegna della Palma d'oro. In lizza anche Alice Rohrwacher e Matteo Garrone

Dal film “Capharnaum” del libanese Nadine Labaki
Dal film “Capharnaum” del libanese Nadine Labaki

Che sia davvero l'anno buono per rivedere una donna alzare la Palma d'oro? Sono passati venticinque anni dalla vittoria di Jane Campion con «Lezioni di piano», ma, durante la cerimonia in programma stasera, questo lungo digiuno potrebbe essere interrotto.
La grande favorita è infatti la regista libanese Nadine Labaki con il suo «Capharnaüm», film che ha diviso la critica ma sembra essere stato molto apprezzato dai giurati.

Buone possibilità anche per Alice Rohrwacher con «Lazzaro felice»: in questo caso l'Italia tornerebbe ad alzare la Palma d'oro diciassette anni dopo Nanni Moretti per «La stanza del figlio». In lizza per i premi c'è inoltre Matteo Garrone con il suo potentissimo «Dogman», film che meriterebbe di essere menzionato nel palmarès.
Attenzione poi al cinema asiatico, a partire dall'apprezzatissimo e bellissimo «Shoplifters» del giapponese Hirokazu Kore-Eda, senza dimenticare il sudcoreano «Burning» di Lee Chang-dong e il cinese «Ash Is Purest White» di Jia Zhang-ke.
Per la grande estetica potrebbe salire sul palco anche il polacco Pawel Pawlikowski per «Cold War», mentre sui contenuti punta l'americano Spike Lee con «BlacKkKlansman».
In attesa di scoprire i vincitori questa sera, sono stati presentati gli ultimi due lungometraggi in concorso.

Tra questi c'è anche un ex Palma d'oro come Nuri Bilge Ceylan, che ha trionfato nel 2014 con «Il regno d'inverno» e ieri sera ha proposto il suo nuovo film, «The Wild Pear Tree».
La storia è incentrata su un giovane scrittore che torna a casa dopo diverso tempo: qui si dovrà scontrare con l'ambiente familiare e con i suoi ricordi.
Da sempre autore di un cinema notevole per immagini e sceneggiatura, l'autore turco si dimostra però un po' sottotono, con una pellicola meno stratificata di altre e vittima di troppa prolissità.
I dialoghi, in particolare, sono eccessivamente lunghi e non vengono compensati da una fotografia sempre all'altezza della situazione.
Il film dura oltre tre ore e soltanto nell'ultima parte cresce di livello grazie a una serie di sequenze pregevoli, che non bastano purtroppo a far dimenticare i limiti precedenti.

L'altro film in competizione, presentato in chiusura del festival, è «Ayka» del kazako Sergej Dvortsevoy.

Ambientato in Russia, ha come protagonista la clandestina Ayka, una donna diventata madre, che non ha né un tetto né un lavoro che le permettano di sopravvivere. Fuggirà dall'ospedale sapendo di non potere mantenere il bambino che ha messo al mondo.
Toccante ed efficace più nella base narrativa che nella resa effettiva, «Ayka» è un'operazione dallo stile semidocumentaristico, che punta al realismo ma fatica a emozionare come vorrebbe.
Non manca qualche intuizione interessante (anche sulla Russia odierna), ma sono sprazzi che vanno a perdersi in un disegno complessivo meno intenso del previsto. Il regista aveva fatto di meglio con il suo precedente «Tulpan».

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