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Viaggio in Siberia lungo la strada dei gulag

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Viaggio in Siberia lungo la strada dei gulag

Irina e il suo cane siberiano  abitano in una delle baracche dei gulag rimaste in piedi nella Kolyma
Irina e il suo cane siberiano abitano in una delle baracche dei gulag rimaste in piedi nella Kolyma

Tra i proverbiali mille mestieri fatti da Jacek Hugo-Bader prima di approdare alla scrittura c’è anche il pesatore di porci. Deve essere quello che più l’ha formato perché i suoi libri sono pieni di sostanza. Se i narratori del nouveau roman ci mettevano dieci pagine per descrivere una graffetta, il giornalista polacco riesce a scovare centinaia di storie senza concedersi di indugiare. Mai. Bisogna ripartire, macinare incontri. E dire che Hugo-Bader è stato assunto dalla Gazeta Wyborcza attraverso un annuncio e una prova che poteva traviarlo: descrivere la stanza insignificante in cui lo stavano ricevendo al giornale. In questa incredibile occasione sta la forza di un giornalismo come quello polacco, povero di risorse economiche, ma ricco di grandi cronisti letterari. Hugo-Bader è un Kapuscinski più ruvido e ironico, ma non meno potente e profondo.

Roberto Keller ha appena pubblicato I diari della Kolyma, viaggio in autostop da Magadan a Jakutsk, lungo la strada costruita col sangue dei deportati nella più inospitale regione siberiana. Una terra estrema dove d’estate si superano i trenta gradi, ma si può scendere sottozero a luglio, come quella volta che un gruppo di ragazzini è stato sepolto dalla neve improvvisa nella foresta. La presenza di falde aurifere illumina il libro di una mitologia alla Jack London tra le cupe vicende di gulag: «Benvenuti nella Kolyma, il cuore d’oro della Russia» dice un cartello all’aeroporto. Si scava per trovare il prezioso metallo, senza risparmiare i cimiteri degli zek, i deportati, che non interessano più a nessuno. Tre milioni sono le vittime delle repressioni. I villaggi costruiti vicino a falde aurifere esaurite vengono abbandonati: prima bruciano, poi congelano. Per dirla con Erofeev, che cosa non hanno visto gli occhi del popolo russo?

L’immenso Varlam Šalamov è un fantasma incombente e viene evocato anche alla fine: senza i suoi Racconti della Kolyma, le sue memorie del gulag, non si saprebbe niente di queste terre. Eppure in Russia l’hanno pubblicato solo dopo la morte, avvenuta nel 1982 in un ospizio. La Russia è una regione della letteratura, non sempre riconoscente ai suoi fondatori-autori. Oltre al gulag e all’oro, un elemento ricorrente nelle storie di Hugo-Bader è l’orso. C’è l’orso grande come un carrarmato che semina il terrore sui monti Verchojansk e cade finalmente in trappola. I cacciatori, un padre e due figli, si preparano un tè su un fuocherello, fumano una sigaretta. Il padre si prende la responsabilità di sparare. Impugna il fucile, prende la mira, ma colpisce il cavo che lega il cappio alla trappola. Dei tre cacciatori se ne salva solo uno. L’orso vagherà col cappio di acciaio al collo mietendo in tutto tredici vittime prima di essere abbattuto.

Per raccontare I diari della Kolyma, un libro denso di storie ai confini, non solo territoriali, dell’umanità, bisogna ignorare appunti e sottolineature, affidarsi alla selezione naturale della memoria. Le storie sono tante, troppe. Hugo-Bader ci poteva fare dieci libri. Il momento peggiore per attraversare i fiumi siberiani è quando non sono del tutto ghiacciati e trasportano lastroni che colpiscono le barche facendo un rumore spaventoso. Ma anche quando ghiacciano può accadere che si abbassino di colpo formando sacche d’aria. Le chiamano pustolëd (ghiaccio vuoto) e se ci cammini sopra vieni risucchiato a fondo. Due indigeni jukaghiri sono caduti in un pustolëd. Sono riusciti a uscirne, ma una volta fuori non potevano far altro che attendere la morte avendo perso l’equipaggiamento. Mentre un ingannevole tepore annunciava la fine della lotta per resistere all’assideramento, hanno sentito arrivare qualcuno. Avendo pregato promettendo di convertirsi al cristianesimo se fossero sopravvissuti, i due si sono battezzati. In chiesa hanno visto il ritratto dell’uomo che li aveva salvati. Era proprio lui! Ma chi era? San Nicola di Mira. Leggende di sincretismi siberiani.

Una delle parti più forti e belle del libro è l’incontro con la figlia di Nikolaj Ežov, il “nano” braccio destro di Stalin, negli anni del Terrore, l’amico-nemico di Isaak Babel’. Dopo la caduta in disgrazia e la fucilazione del padre, Natalija è diventata semplicemente «il bambino n. 144». Tutti la odiavano, si vendicavano come potevano. Di umiliazione in delusione, il bambino n. 144 è diventato donna, ma anche l’amore le era precluso e così se ne è andata il più lontano possibile: sempre più a Est, finendo nella Kolyma su una nave che portava il nome del padre. La maledizione è continuata fino allo sbarco. Solo in mezzo al nulla puoi tornare a essere nessuno. Semplicemente una fisarmonicista. Il viaggio di Hugo-Bader si conclude in Jakuzia, terra di gente chiusa e impenetrabile, di sciamani. Credere, non credere, ricredersi. Andrej, noto regista televisivo russo, si era dedicato per anni a smascherare superstizioni e raggiri magici. Una specie di Roberto Giacobbo al contrario. Stava preparando insieme alla giovane moglie Marina un film su un grande sciamano. Marina è finita inspiegabilmente con la macchina sui binari venendo travolta dal treno. Andrej ora teme persino di parlarne. E anche noi la finiamo qui. Essere superstiziosi è stupido, non esserlo porta male.

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