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Il cibo del futuro sarà così

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Evento italia-unesco a parigi

Il cibo del futuro sarà così

(Foto Riccardo Piaggio)
(Foto Riccardo Piaggio)


«L’identità culturale non esiste», sostiene il filosofo francese François Jullien, nel pamphlet omonimo (Einaudi); perché la questione dell’identità è «viziata all’origine. Suggerisco di affrontare la diversità delle culture in termini di scarto; invece dell’identità, in termini di risorsa o fecondità.» E cosa rappresenta lo scarto? Non una identificazione, ma una esplorazione. Il cibo è ciò che, più di ogni altra esperienza che facciamo del mondo e nel mondo, mette in gioco due concetti aperti all’equivoco, identità e cultura. Proviamo a partire da qui, per disegnare una mappa possibile del futuro del cibo e del cibo del futuro.

Noi «siamo quello che mangiamo» (Ludwig Feuerbach, filosofo) oppure «mangiamo ciò che siamo» (Pedro Reissig, food designer)? Scegliete la formula che preferite, in ogni caso le ritrovate entrambe nel testamento del filosofo Heidegger: noi non siamo nel mondo come l’acqua è in un bicchiere, ma siamo l’acqua, il bicchiere, la mano che lo stringe, le labbra che vi si avvicinano e tutto il resto. Siamo in profonda e necessaria relazione con ogni cosa e ogni cosa ha valore; «Se niente importa, non c’è niente da salvare», ci suggeriva nel 2009 il romanziere Jonathan Safran Foer, in un reportage letterario che innescò un potente dibattito sugli allevamenti intensivi. E quando parliamo di cibo, quella relazione si anima, innanzitutto, tra noi e il nostro corpo. Mangiare è un atto sociale (ce lo hanno insegnato i grandi storici sociali del novecento, gli annalistes Jacques le Goff e Fernand Braudel e, più recentemente, network come Terra Madre) e pure agricolo (tema caro al filosofo-contadino Wendell Berry).

Quando ci sediamo a tavola compiamo, necessariamente, anche un’azione che ha profonde implicazioni etiche e connessioni con il nostro modo di pensare, di giudicare, di vivere. Più recentemente (e modestamente), mangiare è diventato anche un atto social, celebrato quotidianamente da milioni di persone, più o meno innocenti verso una enorme quantità di equivoci intorno al concetto di cibo. Cos’è, dunque, il cibo? E come lo conosciamo, come lo consumiamo? A queste domande prova a rispondere l'evento promosso dalla Delegazione Permanente italiana dell'Unesco guidata dall’Ambasciatore Vincenza Lomonaco, giovedì 24 maggio a Parigi, durante una Giornata intitolata a Cultura e cibo: inclusione sociale, sviluppo sostenibile e identità culturali. Il tema è urgente, e non soltanto perché propone un avvicinamento all’Agenda 2030 per lo Sviluppo sostenibile dell’ONU (vent'anni ancora, e la terra sarà popolata da quasi 10 miliardi di persone), ma soprattutto perché in questo ambito le nostre scelte personali (di consumatori o cittadini o esseri umani, fate voi), condizionano necessariamente ogni aspetto della nostra vita, dalla salute, all’etica, alla politica, all’economia.

Le tre parole (cultura, sviluppo, identità) verranno declinate, nelle diverse fasi della produzione, della trasformazione e del consumo di cibo, da osservatori internazionali, antropologi, giuristi e da chi ha in mano le chiavi della tutela e della promozione dei nostri patrimoni immateriali; ci saranno il fondatore di Slow Food Carlo Petrini, l'antropologo Marino Niola, la Presidente del Milan Center for Food Law and Policy Livia Pomodoro, ma anche la Direttrice Generale Unesco Audrey Azoulay e Alain Ducasse, l'ambasciatore della cucina gastronomica. E non è solo una questione di gusto. Il cibo è il nodo intorno al quale si giocheranno le principali partite politiche e sociali del prossimo ventennio. Che non si trasformino tragicamente e rapidamente (è già successo, succederà ancora) anche in una partita militare, sta alla solidità delle visioni e delle scelte dell’attuale classe dirigente, non solo quella transnazionale di organismi come Unesco e ONU, ma in particolare di quelle nazionali, regionali, locali.

Nel 2050 pulseranno dunque nel mondo quasi dieci miliardi di cuori? Altrettanti stomaci che nostra madre terra dovrà sfamare, non solo con cavallette, formiche e coleotteri, il Novel Food celebrato come Prodotto dell'Anno 2017 (ma a Parigi già due secoli fa si mangiava senza problemi la soupe de hanneton, una zuppa di maggiolini), ma con cereali, legumi, radici, tuberi e pochi, pochissimi carne, pesce e grassi (animali e vegetali). E pomodori. Recentemente, l’esempio del nostro pomodoro nutraceutico sunblack (naturalmente biotech), a cui il mondo anglosassone ha contrapposto il purple tomato (OGM) esemplifica con cruda evidenza la domanda da cui dobbiamo partire, per evitare un equivoco su cosa sia buono e cosa cattivo: il sunblack ha richiesto una decina d’anni di sperimentazioni sul campo (in senso non figurato), il purple nasce al contrario in laboratorio e in pochi mesi, ma nessuno lo vuole, complice l’immaginario anti-OGM e le relative politiche del consenso, questa volta internazionali.

Piatto a base di insetti al laboratorio Inoveat Paris (foto Riccardo Piaggio)

La scienza dovrà darci una risposta, adottando il principio di falsificabilità (non diteci che non vi sono evidenze che l’ingegneria genetica sia dannosa, ma che ve ne sono che non lo sia), nel frattempo il buon senso dovrà verosimilmente indicarci la giusta via. Perché con parole come nutrigenomica e nutraceutica, insomma il tech (naturale o sintetico) applicato alla filiera del cibo, dovremo fare i conti. Tecniche e tecnologie innovative, se affrontiamo il discorso correttamente (ontologia, fenomenologia, epistemologia), potranno produrre i maggiori (e migliori) cambiamenti globali sociali, dalla fine dell’ultima rivoluzione, quella che ha generato il nostro attuale ecosistema culturale a partire dagli anni '90, dopo l’ingloriosa agonia del Secolo Breve.

Tutti temi di cui si è parlato, la scorsa settimana a Milano a Seeds&Chip, il principale summit internazionale (a porte aperte) sulla sola questione al mondo più urgente del futuro del cibo: il cibo del futuro. Per mangiare meglio, e perfino liberarci dalle schiavitù del gusto e del tipico ad ogni costo, dell’esaltazione acritica dell’antico mondo contadino e delle ricette immutabili, senza sposare lo smarrimento velenoso e senza ritorno dell’agricoltura intensiva (Le Monde selon Monsanto di un fortunato documentario del 2008 della giornalista Marie Robin), dobbiamo essere divergenti. E accogliere l’eredità di due modi di essere nel mondo che hanno generato la parte migliore (o la meno deleteria) della nostra società: l'umanesimo e l’illuminismo. Insieme ci offrono l’attitudine a porre le giuste questioni e a trovare le risposte, non tanto quelle giuste, ma le migliori possibili.

Accogliere la tecnologia (ingegneria genetica compresa, magari sul campo e non in laboratorio) è il sistema migliore per cancellare la chimica (esiste anche quella buona?) dal piatto, far viaggiare persone, merci ed esperienze il sistema migliore per tutelarne le precarie identità, trasformarle senza tradirle. Ciò che non muta, diceva Eraclito, non è destinato alla morte, perché è già morto. Non combattiamo la globalizzazione delle opportunità, ma quella del gusto.

Seguiamo un approccio poco frequentato, di cui si parlerà nella Giornata Unesco. In un recente, sostanzioso saggio, Philosophers at Table: On Food and Being Human, i filosofi Raymond Boisvert and Lisa Heldke cercano di codificare le questioni ontologiche (cos’è il cibo), fenomenologie (come lo scegliamo e lo consumiamo) ed epistemologiche (come lo conosciamo) dell’atto quotidiano più intimo e insieme sociale della nostra esistenza, suggerendoci come il cibo sia insieme il principale fondamento della nostra vita e quello di (quasi) ogni nostra scelta. La ricercatrice statunitense Ileana Szymanski mette addirittura in relazione la Repubblica di Platone con un discorso sul cibo, arrivando a sostenere la necessità di considerare la nostra spesa al supermercato come una scelta etica ed estetica.

Perché (ecco la questione epistemologica) Il cibo non è una generica commodity (come ad esempio il petrolio), carburante per il corpo; non è affatto indifferente chi lo produce, né come viene prodotto. E neppure perché viene prodotto. Il cibo è al contrario un common, un bene pubblico e condiviso. In questo senso, potremmo riprendere il celebre invito del poeta Paul Valéry, «Lasciate che i monumenti cantino», declinandolo più o meno così: lasciate che i pomodori raccontino.
r.piaggio1@me.com

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