Domenica

Dalla parte dei matti

  • Abbonati
  • Accedi
malattie mentali

Dalla parte dei matti

Il padre della legge 180, Franco Basaglia in uno scatto di  Fabio Battellini, dall’Archivio del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste
Il padre della legge 180, Franco Basaglia in uno scatto di Fabio Battellini, dall’Archivio del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste

È passata una settimana dalle commemorazioni, alcune molto belle, dei 40 anni della legge 180. Ho sentito il bisogno, fisico e politico, di tornare a Basaglia. Ore avvincenti con l’imponente volume dei suoi Scritti (curato dalla moglie Franca Ongaro Basaglia e da poco ripubblicato dal Saggiatore; prima parte 1953-1968 dedicata al fenomenologo, titoli come Il sentimento di estraneità nella malinconia, Corpo, sguardo e silenzio; seconda parte 1968-1980 dedicata al teorico della deistituzionalizzazione, titoli come Dall’apertura del manicomio alla nuova legge sull’assistenza psichiatrica, Riabilitazione e controllo sociale). E con la nuova edizione delle Conferenze brasiliane del 1979 (curate per Cortina da Franca Ongaro e Maria Grazia Giannichedda), testamento intellettuale e bilancio critico sulla psichiatria all’indomani della 180. Immersioni incandescenti e attuali, pur nell’irriconoscibile. Sofferenze che si sciolgono in speranza, altezze del pensiero che si inchinano al senso della comunità. Era “solo” 40 anni fa, ma oggi guardiamoci intorno: c’è forse una voce così?

Il mondo intero ha ammirato la nostra riforma psichiatrica, nonostante i limiti della sua realizzazione. Due anni fa, di ritorno da un convegno a Trieste, Allen Frances, emerito e decano della psichiatria americana, ha scritto sull’Huffington Post che «se Los Angeles è il peggior posto del mondo per ammalarsi, Trieste è il migliore». E così, mentre pensavo all’America e alla sua contrastata psichiatria (Szasz e i dianetici, Asylums e i DSM), il caso mi ha messo in mano un libro che mi è piaciuto. Perché, scritto bene (e ben tradotto da Gabriele Lo Iacono), racconta con passo quotidiano il modo misterioso e tragico con cui la schizofrenia attraversa le storie e la Storia. È infatti un memoir, un racconto familiare, un saggio sociale e in parte scientifico sulla malattia mentale. Ma è anche «una chiamata alle armi» rivolta a qualsiasi società «osi definirsi decente» e abbia a cuore le persone con diagnosi di schizofrenia.

L’autore è Ron Powers, non stupisce sia un Pulitzer. Il titolo originale è No one cares about crazy people. La frase, pronunciata da una funzionaria federale americana, nel titolo italiano (non felicissimo) diventa Chissenefregadei matti. «Tutti sanno che si può fare», scrive Peppe Dell’Acqua, psichiatra, collaboratore di Basaglia, già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, introducendo l’edizione italiana. «Il problema è che nessuno sembra interessato a conoscere, veramente, come si può curare in un altro modo. Molte famiglie che hanno lottato con la malattia mentale, dopo aver vissuto la loro parte di oscurità, trovano alla fine una specie di speranza e di forza. Questo libro coraggioso trasmette forza, speranza e conoscenze, e chiede a noi tutti di uscire dall’indifferenza e diventare complici di tutti coloro che lottano».

Powers si era ripromesso di non scriverlo mai, questo libro. Lo aveva promesso anche a sua moglie Honoree. Ha mantenuto l’impegno per dieci anni, da quando loro figlio Kevin, musicista di talento e poco più che ventenne, si era impiccato nel seminterrato di casa, dopo aver lottato per tre anni contro la schizofrenia. Una diagnosi che afferra anche la vita del figlio maggiore, Dean. È paralizzato dal dolore, Ron Powers, ma è anche mosso dal desiderio di illuminare l’oscurità perduta del figlio, di riscattarla, come glielo dovesse, come lo dovesse a sé, alla moglie, a Dean. Ha bisogno di raccontare, studiare e ricordare. Raccoglie i testi, struggenti, delle e-mail che si scambiava con i figli, ritrova la vitalità e la rabbia. Porta la voce di una famiglia assalita dal dolore. Le cose che non aveva visto, non aveva capito. Riconoscere una malattia dai sintomi di una persona amata è molto doloroso: ci vuole confidenza col segreto e la fragilità, con la negazione e l’amore.

La schizofrenia è un disturbo e un rompicapo, una condizione su cui da sempre ci interroghiamo senza capire, fornendo risposte assai diverse tra loro, scoprendo ipotesi scientifiche, teorie cliniche e contesti istituzionali inconfrontabili. «Una patologia cerebrale cronica e incurabile», scrive l’autore. «Dovuta (o perlomeno così credono oggi i neuroscienziati) in parte a una mutazione genetica e in parte a esperienze esterne, “ambientali”». «Colpisce una persona su 100». «Un flagello, ma non è che una delle molte malattie mentali esistenti, variamente classificate e caratterizzate da durata e livello di gravità differenti».

Eppure, «anche nel novero delle numerose e devastanti diagnosi di malattia mentale», la sua capacità di «distruggere i processi mentali di tipo razionale» le offre un posto unico. «La schizofrenia sta alla salute mentale come il cancro alla salute fisica». Parole terribili pronunciate da un padre a cui la condizione schizofrenica non ha fatto sconti. Un padre che spera che non ce lo «godiamo» questo suo libro. Spera che ci addolori. Ma non dimentica di citare la recovery: concetto di guarigione intesa come condizione soggettiva di recupero e possibilità di integrazione sociale; esperimento clinico che conferma l’idea che la cura nella comunità, accompagnata da farmaci adeguati, può contribuire a restituire una vita più armoniosa e produttiva a molte persone affette dalle gravi forme della schizofrenia.

© Riproduzione riservata