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Royal Academy allargata

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Royal Academy allargata

Le «Vaults» recuperate da David Chipperfield nel progetto di ampliamento e riqualificazione della Royal Academy di Londra
Le «Vaults» recuperate da David Chipperfield nel progetto di ampliamento e riqualificazione della Royal Academy di Londra

Royal Wedding or Royal Academy? Mai come ieri la Gran Bretagna s’è trovata al centro di un’incruenta, ma insolita battaglia tra due istituzioni reali: il Royal Wedding di Harry & Meghan e il 250° compleanno della Royal Academy of Arts. Il nuovo che sa di passato, insomma, o il passato che si veste di nuovo?

Fondata nel 1768, la Royal Academy riapre con una veste profondamente rinnovata proponendosi non più come isolato monumento neopalladiano ma come moderno campus delle arti che, in oltre 8 mila metri quadri, congiunge la storica sede della Burlington House a Piccadilly con il retrostante palazzo di Burlington Gardens e con gli spazi intermedi. Tutto è partito qualche anno fa con l’acquisto del vistoso relitto vittoriano al civico 6 di Burlington Gardens (sede della Senate House dell’Università di Londra dal 1860), oggetto di un paziente piano di sviluppo rispettoso degli edifici vincolati come patrimonio storico.

Artefice di questa complessa regia di modificazione è stato Sir David Chipperfield, che la scorsa settimana ha presentato un’anteprima della sua ultima creazione nella bella mostra monografica allestita nella Basilica palladiana di Vicenza, dedicata ai lavori in corso dei suoi tre studi di Londra, Berlino e Milano.

Quello dell’arte, e in particolare dei musei, è un terreno su cui Chipperfield si è misurato intensamente negli ultimi 20 anni , dal River& Rowing Museum a Henley on Thames (1998), al Neues Museum di Berlino, al Mudec di Milano o al West Bund Art Museum di Shanghai e alla Kunsthaus di Zurigo. Una circostanza tutt’altro che fortuita perché, come ci ha spiegato nell’accurata visita alla Royal Academy, «per un architetto i musei sono quel privilegiato territorio dove aspirazioni sociali e attenzioni allo spazio fisico convivono felicemente. I musei sono oggi macchine culturali e sociali per eccellenza, istituzioni pubbliche per natura e quindi fortemente impregnate di quello spirito civico che è difficile trovare in altre commesse progettuali».

In realtà, la Royal Academy of Arts – la più antica e prestigiosa istituzione per l’arte in Gran Bretagna, il cui primo presidente fu Sir Joshua Reynolds, ricordato dalla pensosa statua nella corte d’ingresso di Burlington House - è certamente un museo per prestigiosi capolavori, tra cui il celebre Tondo Taddei di Michelangelo e la strepitosa copia cinquecentesca della leonardesca Ultima Cena Ma è anche un museo vivente che ha nel suo statuto fondativo la promozione delle arti attraverso corsi di formazione accademica ed esposizioni temporanee, molte delle quali hanno fatto la storia dell’arte contemporanea inglese.

Se la strategia di un museo è dettata da un ristretto circolo di persone, quella di un’Accademia è condizionata dal rispetto di molteplici esigenze: deve tener conto non solo dei visitatori, ma degli studenti, dei professori, dei curatori, degli addetti ai servizi di accoglienza e di formazione. Ogni decisione non può essere un atto autocratico ma il frutto di una negoziazione tra diverse esigenze ed aspirazioni: qualcosa di più simile a una imperfetta democrazia che a una efficiente tirannia. Il che rende difficile, ma forse più stimolante, il ruolo dell’architetto chiamato a dare una forma fisica alle trasformazioni del programma.

È proprio su questo terreno che la scelta di Chipperfield per il masterplan della nuova Academy è particolarmente azzeccata: tra i tanti protagonisti della scena progettuale internazionale, è tra i pochi infatti a mettere i discussione il ruolo demiurgico dell’architetto e ribadire il carattere collettivo dell’architettura come impegno civico . «La figura dell’architetto – spiega - oggi è molto cambiata per la maggiore consapevolezza di svolgere il suo impegno in una società che ha enfatizzato piuttosto l’individualismo che lo spirito collettivo. Quest’individualismo si riflette nei comportamenti del committente, anche nel campo dei musei che aspirano ad essere creativi ad ogni costo. Quando mi chiamano, la prima cosa che rispondo è: avete davvero bisogno di nuovi spazi, davvero vi servono nuovi edifici da sovrapporre alle tante stratificazioni del vostro passato? Così finisce che alla vanità dei musei corrisponde la mania degli architetti di aggiungere il proprio ego. La mia ambizione – anche qui nella nuova Royal Academy - è di scrivere un progetto silenzioso, quasi invisibile».

E in effetti, quello della Royal Academy è un progetto fatto di tanti interventi omeopatici: un delicato processo di agopuntura su punti marginali, che si ricompone in una promenade architecturale fatta non di episodi clamorosi, ma al contrario di delicati interventi di sutura, di dilatazione, di innesti (il più evidente, il ponte di collegamento tra i due edifici in scarno cemento a vista; il più evocativo, l’auditorium in forma di teatro all’ultimo piano), di riscrittura (la desaturazione dei toni accesi del gusto vittoriano, il bianco luminoso delle nuove gallerie espositive), che seguono il filo di Arianna di un solo e dominante pensiero: esaltare la continuità dei percorsi trovando per ogni esigenza – le aule degli studenti, le stanze dei professori, gli uffici degli staff, le gallerie per le esposizioni e gli ambienti per il pubblico - una giusta soluzione capace di trasmettere il messaggio che non si sta entrando in un palcoscenico addobbato per le visite, ma nel backstage di un mondo animato da soggetti diversi. In poche parole, in una comunità dove l’arte si vede, si fa e si discute.

Chipperfied ama iscrivere questo progetto nell’ambito di quell’hashtag «Common Ground» lanciato nel 2012 per la XIII Biennale di Venezia: ogni architettura deve contribuire a creare un terreno d’incontro aperto al tessuto circostante facendosi progetto urbano , poroso, permeabile, flessibile, ricco di sorprese e di episodi poetici lì dove occorra: persino nello spazio sotterraneo delle Vaults, ad esempio, che da scantinato di servizio è diventato uno dei punti forti del percorso, con la pulitura delle solenni volte in mattoni e l’allestimento della formidabile selezione di calchi in gesso dei primi anni della scuola.

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