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Sesso, ironia e oscurità: Philip Roth e la sua eredità…

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La scomparsa dello scrittore americano

Sesso, ironia e oscurità: Philip Roth e la sua eredità formato romanzo

Nel 1991, Philip Roth pubblicò un piccolo libro autobiografico intitolato Patrimonio: era la storia della morte di suo padre, il podologo, l’ebreo galiziano che aveva raggiunto un decoro piccolo borghese a Newark nel New Jersey. Ma era soprattutto la storia di una trasmissione: il passaggio dal vecchio mondo, con la sua cultura e i suoi retaggi, al nuovo mondo americano. Va tutto bene in questo passaggio e in questo mondo?

Goodbye Philip Roth, pensavamo che fossi immortale

L’ironia ebraica per raccontare l’incubo
Nella sua opera molto imponente –una trentina di libri, soprattutto romanzi – lo scrittore, scomparso a ottantacinque anni dopo un’intensissima vita letteraria e anche privata con i suoi due complicati matrimoni prima del ritiro nella proprietà del Connecticut, si è interrogato su questo tema in molti modi, alternando molti registri narrativi, dal grottesco al drammatico fino a quello epico della trilogia degli anni Novanta , senza mai dare risposte edificanti o consolatorie e invece con la saggezza dolente, l’ironia ebraica e un certo stoicismo laico come strumenti per indagare senza sconti la condizione umana.
Roth aveva un sentimento acuto di quanto il sogno e l’incubo americano si costeggiassero, e senza bisogno dell’armamentario del noir o dell’horror, e spesso con una irresistibile vena comica, sapeva raccontare il conflitto a fuoco e l’orrore che alberga in quella complicata metropoli che è il cuore umano disorientato di fronte alla realtà e alla storia.

Debutto con scandalo
Dal libro che gli diede il successo nel 1969 , lo scandaloso ossessivo Lamento di Portnoy, Roth non ha mai interrotto il suo monologo tormentato, anche quando in scena c’è una molteplicità di personaggi, come nella trilogia (Pastorale americana, Ho sposato un comunista, La macchia umana) che negli anni Novanta lo ha consacrato maestro indiscusso della narrativa del secolo - malgrado la giuria del Nobel, deludendo di anno in anno i suoi fan, non abbia mai voluto assegnargli il riconoscimento.
Pastorale americana, con cui vinse il Premio Pulitzer nel 1998, è l’epopea di un uomo, lo Svedese, che conosce la fortuna, il denaro, l’ammirazione poi, colpito al cuore come Re Lear da una figlia, vede tutto ciò che ha realizzato e la sua stessa vita andare in pezzi. Il professor Coleman Silk , l’anti-eroe della Macchia umana, è al culmine della carriera quando l’inganno con cui l’ha costruita gli si rivolterà contro in una sorta di dantesco contrappasso che trascina lui, segretamente mezzosangue e ora accusato di razzismo, assieme alla sua amante Faunia verso la rovina (per inciso: quella tra il professore e la bidella Faunia Farley è una delle più belle storie d’amore letterarie degli ultimi decenni).

Il narratore con l’«orecchio assoluto»
Gli eroi di Roth non sono dei looser, i perdenti di tanta fiction made in Usa, ma dietro il loro successo si annida la trappola della caduta: il sogno americano è eroso da crepe, contraddizioni, angosce. E soprattutto fantasmi: fantasmi ebraici ( in Lo scrittore fantasma compare anche quello di Anna Frank), politici e naturalmente sessuali: l’eros è intimamente connesso alla catastrofe e il cuore, a differenza del corpo, non conosce nessuna liberazione sessuale, solo vincoli e ambivalenze insanabili.
Roth, scrittore colto e intellettuale, apparteneva a quel genere di narratori che da ogni materia sanno costruire una storia avvincente, aveva il dono di una sorta di orecchio narrativo, assoluto come l’orecchio musicale, che gli ha permesso di affrontare con uno stile flessibile e sempre riconoscibile generi diversi, spesso quello di una autobiografia immaginaria o reinventata grazie a un prezioso alter ego, Nathan Zuckerman, che condivide con lui molte caratteristiche eppure è un altro, un perfetto personaggio.

La parabola di Sabbath
Per qualcuno (anche per me) il libro più travolgente di Roth è però un romanzo che ha ricevuto un’accoglienza chiaroscurata ed è stato accusato di eccessi e intemperanze, Il teatro di Sabbath (dal nome del protagonista, Mickey Sabbath), costruito attorno alle peripezie, ora in prima ora in terza persona, di un bizzarro e provocatorio burattinaio, certamente imparentato con la letteratura ebraica centroeuropea ma trapiantato nella più estrema deregulation americana. Harold Bloom, il sommo e intransigente critico che ha scritto Il canone occidentale, lo considera un capolavoro, e secondo un altro grande principe della storia letteraria, l’inglese Frank Kermode, è il più bel libro degli ultimi venticinque anni del Novecento. Philip Roth era uno di quegli autori cui i critici non potevano non inchinarsi, ma soprattutto è uno di quegli scrittori che i numerosissimi lettori non solo ammirano ma amano come un fratello, una voce amica e affidabile nella nebbia che abbastanza spesso avvolge l’animo umano.

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