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I Cherubini volano a Torino

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Riccardo muti al centro dell’orchestra dei cherubini

I Cherubini volano a Torino


Hanno debuttato a Torino, chiudendo la prestigiosa stagione di concerti di “lingottomusica”, nel grande Auditorium di Renzo Piano. Tirati a lucido dopo un tour europeo che ha fatto tappa a Parigi, Lussemburgo e Ginevra, coprendoli di allori: eccoli ritornati, i “Cherubini”, cento giovani musicisti tutti italiani, tutti al di sotto dei trent’anni, dell’Orchestra fondata nel 2004 da Riccardo Muti. Suonano in maniera incantevole. Ad ogni ascolto sempre di più. Per assieme, tecnica, duttilità. Morbidi e flessibili nel fraseggio, ma anche solidi e infallibili, accidenti!, nei passi solistici più ostici, di scoperto virtuosismo, dove è capitato di sentir vacillare compagini adulte e paludate. Rappresentano la più toccante creatura del Maestro, che li ha plasmati con severità e confidenza. Non per tenerli, ma per lasciar loro spiccare il volo, come si fa coi figli.
E infatti il trascinante impaginato, dedicato al sinfonismo nascosto tra le pieghe del melodramma, con una prima parte fatta di delizie di Catalani, Mascagni e Leoncavallo, Puccini, Martucci e Giordano, e una seconda tutta Verdi dei Vespri siciliani, si conclude non con un bis ma con una notizia, annunciata dallo stesso direttore: il primo flauto della “Cherubini”, Sara Tenaglia, ha vinto il concorso al Regio di Torino. Questa è la sua ultima volta al leggio coi coetanei. Da domani cambierà casa. Muti la fa alzare in piedi, bella e alta, schiva come solo sanno i giovani. La sala le dedica un’ovazione: è già torinese, adottata. Dietro le quinte, arriverà la foto d’obbligo col telefonino, da tenere nei ricordi. Col direttore che la saluta: «Mi mancherai». E lei, già girata: «Anche lei, Maestro».
Sono piccole schegge. Autentiche. Profonde. La vita vera della “Cherubini” è questa. Arrivi, partenze. Studio di ore e ore, fianco a fianco, viaggi di ritorno nella notte in pullman. Abbracci amicali a fine concerto. C’è tutto lo Stivale che suona qui, insieme. Che porta a intrecciarsi i diplomati a pieni voti dei nostri Conservatori. «Questa è l’Italia migliore», dice Muti alla sala, scatenando un boato di applausi. Ed è impossibile non leggere una valenza politica, di attualità allargata, in questa frase, in questo momento. Ma ogni tentazione tribunizia viene stornata: «Perché sul palcoscenico si deve fare solo musica», chiude netto il direttore.
Tuttavia un lampo di critica ancora affiorerà, in camerino, tra i saluti con le autorità torinesi, col direttore artistico di “lingottomusica”, Francesca Gentile Camerana, e con un gruppo di fedeli milanesi, che seguono ovunque il Maestro: ed è una frecciata tipicamente “mutiana”, di quelle che negli anni alla Scala finivano poi regolarmente in prima pagina, a pizzicare l’inerzia, la routine. La “Cherubini” è un gioiello italiano, in questa tournée ha portato un programma tutto italiano, ma nelle città all’estero che ha toccato, nessuno delle nostre istituzioni si è mosso per salutarla. «Non dico dalle ambasciate – precisa Muti – che hanno altro da fare, ma almeno dagli Istituti italiani di cultura». Prendiamo nota, rilanciamo. Qualcuno risponderà?
Perché è vero: non solo l’orchestra, ma anche questo mirato programma rappresentano un esemplare spaccato di cultura italiana. Eseguiti così, Contemplazione di Catalani o il Notturno di Martucci o i Ballabili di Verdi, non sono semplicemente brani di accattivante superficie melodica, dove la bellezza affiora a getto continuo, facile e toccante. Non sono solo una nicchia sinfonica, di riposo dall’imperante melodramma. E nemmeno una semplice risposta al profilo del compositore italiano dell’Ottocento, capace solo di scrivere per le voci e il teatro. No, il percorso costruito da Muti – perché di percorso si tratta, strutturato su una trama musicale esatta e serrata – accosta cesellati ritratti sinfonici. Dove in una manciata di minuti senti il singolo autore, la sua firma, il suo lessico. E nel passare dall’uno all’altro emerge un terreno comune, nostro. Che diventa alla fine storia di una identità. Suggellata dalle fantasie e dallo sparigliare i conti da parte del più giovane tra tutti, Verdi.
I Ballabili dai Vespri siciliani hanno impresso il marchio francese della ricerca a sorpresa, della danza che vola: i gesti strumentali cesellati uno a uno proiettano la luce del prisma da ogni lato, in maniera diversa. Lo stacco leggero e incisivo, è una delle caratteristiche fondanti il carattere della “Cherubini”. La varietà del gusto, delle sorprese, uno dei tratti di sempre del concertare di Muti. Qualche finale roboante, tra Inverno e Primavera, chiama l’applauso, subito smorzato dal gesto del direttore. Perché è chiaro che qui si punti soprattutto alla continuità, alla grande arcata, alla narrazione complessiva: per questo non c’è bis. La Sinfonia dei Vespri diventa un manuale di orchestrazione, punto di arrivo, di finissimo cesello, dove le ripetizioni sono solo apparenti. E Muti come ne stana gli elementi di differenza; come li suonano bene, convinti, i “Cherubini”.
A contraddistinguere le loro esecuzioni è soprattutto il carattere analitico della personalità del direttore. Perciò la trama, anche la più scopertamente estroversa, come l’Intermezzo di Cavalleria di Mascagni, nell’afflato espressivo rimane sempre controllatissima. Le linee melodiche dominanti, struggenti, di Contemplazione di Catalani o dell’Intermezzo da Manon Lescaut di Puccini, vengono distese, assotigliate, piegate su un disegno che è più liberty che puro effetto melodrammatico. La timbrica originale di Leoncavallo, nel nero dell’Intermezzo dei Pagliacci, contrasta con l’argento aereo del Notturno di Martucci. E la sorpresa finale è Giordano, che mostra quanto possa stagliarsi aristocratica Fedora.
Ultimo: questa classicità di stile diventa l’ingrediente che stacca e differenzia gli orchestrali di Muti. Qui del cosiddetto giovanilismo non c’è ombra: non viene esibito, non diventa una facile pubblicità o il trucco per illanguidire il pubblico. Quando ascolti i “Cherubini”, dopo un attimo non pensi più che siano giovani. Ma che sono musicisti. Senti invece in continuazione che suonano in italiano. E questo, senza retorica, riempie d’orgoglio.

Musiche di Catalani, Mascagni, Leoncavallo, Puccini, Martucci, Giordano e di Verdi, Ballabili e Sinfonia dai Vespri siciliani; Orchestra Giovanile Luigi Cherubini, direttore Riccardo Muti; Torino, Auditorium Giovanni Agnelli, lingottomusica/concerti

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