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Numeri a regola d’arte

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il carteggio andré-Simone weil

Numeri a regola d’arte

Ugo Nespolo, Account, 1988, acrilico su tavola
Ugo Nespolo, Account, 1988, acrilico su tavola

Sono due fratelli destinati a lasciare una traccia profonda nella cultura del secolo appena trascorso quelli che, nella primavera del 1940, si scambiano la manciata di lettere raccolte in questo volumetto. Da un lato la filosofa, saggista e mistica Simone Weil, dall’altro André, uno dei più grandi matematici del Novecento. Dalla matematica e filosofia della Grecia classica all’attualità della Francia in guerra, queste lettere toccano i temi più diversi e ci rivelano «il genio dell’attenzione, l'aristocrazia dell’intelligenza» dei due fratelli, per dirla con le parole della curatrice Maria Concetta Sala, che ne ha illuminato i testi con un ricchissimo apparato di note. Genio precoce dalle «straordinarie doti» intellettuali, André «ha avuto un’infanzia e una giovinezza paragonabili a quelle di Pascal» riconoscerà Simone, consapevole «di non poter sperare in alcun modo di accedere a quel regno trascendente ove entrano soltanto gli uomini di autentica grandezza e ove abita la verità». E non sorprende se fin dalla prima lettera chiede al fratello, renitente alla leva e detenuto in un carcere militare in attesa di processo, di «riflettere sul modo di far intravedere ai profani come me in che cosa consistano esattamente l’interesse e la portata dei tuoi lavori».

In carcere tempo ne ha da vendere, e «per te sarebbe un ottimo esercizio» invece di prendere in giro «quelli che filosofeggiano sulle matematiche senza conoscerle». Da parte sua, Simone si è «messa a fare un po’ di babilonese» (!), ha fatto la conoscenza dell’epopea di «un certo Gilgameš», e ha iniziato a leggere le Lezioni di Otto Neugebauer sulla storia della scienza antica (babilonese e sumera), concludendo che i sumeri sono gli inventori dei miti mesopotamici, e «i miti sono ben altrimenti interessanti rispetto all’algebra» dei babilonesi. Gran parte della loro algebra è confluita nella matematica greca, spiega André, e ciò che la «rende oltremodo originale è forse il fatto che non esiste l’approssimazione: questo ha ucciso il numero a vantaggio del logos (è qui tutto il dramma della scoperta degli irrazionali) e ha mandato in rovina il pitagorismo per approdare a Platone e Euclide».

Ma, ribatte Simone, «non risulta che la scoperta degli incommensurabili abbia operato una rottura nella continuità dello sviluppo» e non ha certamente «mandato in rovina il pitagorismo, come asserisci tu». Altrimenti i pitagorici non avrebbero certo adottato il pentagono stellato, formato dalle diagonali di un pentagono regolare, come segno di riconoscimento giacché il rapporto tra la diagonale e il lato è irrazionale (è il cosiddetto “numero aureo”). Che vi siano rapporti “che non sono nominabili”, rapporti incommensurabili, secondo André “l’espressione stessa è tanto sconvolgente che non posso credere che in un’epoca così drammatica nella sua essenza, e che ha conosciuto e provato a tal punto l’angoscia, un fatto così straordinario abbia potuto essere preso per una semplice scoperta scientifica».

Per Simone, anziché essere una «sconfitta per i Pitagorici, come ingenuamente si crede», la scoperta degli irrazionali è stata «il loro più meraviglioso trionfo». A decretare la loro rovina è stato invece il massacro dei pitagorici, e poi anche la demagogia dei sofisti che, in ultima istanza, ha alimentato l’imperialismo romano che ha distrutto la civiltà ellenica. A suo dire, la matematica costituiva per i Greci non «un esercizio della mente, ma una chiave della natura» cercata non col proposito di dominare la natura con la tecnica ma, ripete in queste lettere, «al fine di stabilire una identità di struttura tra la mente umana e l’universo”. Con l’assillo della purezza dell’anima, la matematica «aiutava a imitare Dio», a «fare apparire il mondo come “la città di tutti gli esseri dotati di ragione”». Che forse caratterizza Simone, più che la matematica greca. Si fa un torto pensandola «solo come una speculazione razionale e astratta». Certo lo è ma, dice Simone, è anche «una scienza della natura, una scienza concreta e anche una mistica». E altrove dirà che è «anzitutto una sorta di poema mistico composto da Dio stesso». Del resto anche Platone era a suo dire un mistico, addirittura «il padre della mistica occidentale».

Alla richiesta della sorella di parlare delle proprie ricerche a non specialisti, in un primo tempo André obietta che sarebbe come «spiegare una sinfonia a dei sordi». Certo si può fare servendosi di immagini, parlando di «temi che si rincorrono, s’intrecciano, si coniugano o si separano, di tristi armonie o di trionfanti dissonanze», ma l’esito non sarebbe certo incoraggiante: «tutt’al più un componimento bello o brutto», che nulla ha da spartire con quanto si voleva descrivere. Insomma, conclude André Weil, «la matematica non è altro che un'arte; una sorta di scultura in una materia dura e resistente”. Il paragone che gli viene naturale è con Michelangelo, che ha affidato ai versi di sonetto l’idea che il blocco di marmo contenga già la statua, e lo scultore debba solo “liberarla” togliendo il superfluo. Così lavora il matematico, «sottomesso alle asperità della materia con cui lavora». L’opera che ne risulta «è un’opera d’arte, e in quanto tale inspiegabile». Con buona pace di chi si affatica nella divulgazione, verrebbe da dire.

Non riesco a concepire in cosa consista la “materia dura” dell’arte matematica, confessa Simone. E azzarda al fratello: «La materia del tuo lavoro non è forse è l’insieme dei lavori matematici precedenti?». Certo ha in mente le parole di André quando in uno scritto successivo commenta sarcastica: «Gente che in pubblico si fa passare per sacerdote della verità, degrada la propria parte» a quella di un giocatore di scacchi o uno scultore. Se quest’ultima è la vocazione, «meglio fare lo scultore invece che il matematico”.

Finalmente André cede alle ripetute richieste della sorella e riassume in una lunghissima lettera il senso delle sue ricerche, collocandole nella recente storia della teoria dei numeri e illustrando il ruolo dell’analogia per la scoperta matematica con toni («torbidi e deliziosi riflessi», «carezze furtive», «palpeggiamenti un poco adulteri» «turbamento di sensi») più adatti alla letteratura erotica che a quella scientifica. Della tua lettera «non ho capito niente» ammette Simone in un abbozzo di risposta. Il che non le ha impedito di riassumerla (molto verosimilmente per chi doveva difendere il fratello davanti al tribunale militare) «con diabolica abilità» come dice ella stessa con autoironia, «in modo da suggerire che non vi sono altri che Fermat, Gauss e tu». Certo, un paradosso che la sorella ha «preso un po’ troppo alla lettera».

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