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Attenti alle false verità

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Attenti alle false verità

Illustrazione di Franco Matticchio
Illustrazione di Franco Matticchio

Sono tempi di false verità. Le piattaforme politiche populiste, soprattutto in economia, sono spesso fondate su messaggi semplici, soluzioni apparentemente chiare, con esiti dati per certi, ma senza alcun fondamento.

Prassi oramai universale. Marine Le Pen nel dibattito presidenziale francese mostra un grafico dove fa vedere che la produzione industriale dei Paesi dell’Europa del Sud è caduta dall’introduzione dell’euro e invoca l’uscita dalla moneta unica; Trump sostiene che la debolezza della manifattura americana è dovuta alla delocalizzazione e invoca e poi applica il protezionismo; Lega e Cinque Stelle attribuiscono ai vincoli fiscali europei la lenta crescita italiana e propongono di non rispettarli.

Sono tutte proposte politiche basate su false verità: la produzione industriale dell’Europa del Sud non è calata a causa dell’euro; la manifattura americana non si è indebolita a causa della delocalizzazione; la scarsa crescita italiana non è dovuta ai vincoli europei. Eppure queste false verità diventano parte del dibattito politico e sono difficilissime da smascherare. Persino un professionista serio come Bruno Vespa ci casca, quando a Porta a Porta il 23 aprile dichiara che dall’introduzione dell’euro abbiamo perso il 25% del Pil rispetto a Francia Germania e Inghilterra. Vespa qualifica la sua affermazione «non perché sia colpa dell’euro, perché non abbiamo saputo gestire...» e nel dibattito che segue c’è un contraddittorio. Ma evoca inevitabilmente una relazione di causa tra euro e decrescita. Sintesi non corretta, come dimostrato dalla migliore analisi economica (si veda ad esempio il monumentale lavoro della Banca d’Italia a cura di Gianni Toniolo sull’economia italiana dall’unificazione a oggi) e che porta a concludere che senza euro potremmo stare meglio.

Un bel libro di Pierre Cahuc e André Zylberberg, entrambi economisti alla Paris School of Economics, ricostruisce la genesi di quello che chiamano “negazionismo” economico, ossia la costruzione di verità non fondate su risultati validati dalla comunità scientifica. Il processo ha tre passaggi. L’Ethos, ossia l’identificazione di chi esprime queste verità con competenze e valori morali superiori: un presunto saggio; il popolo. Il Pathos, ossia il capro espiatorio: la finanza che si arricchisce a scapito degli onesti; lo Stato che spenna il contribuente. E infine il Logos, ossia la costruzione di un argomento logico: l’Italia non è cresciuta dopo l’euro, dunque l’Euro ne ha rallentato la crescita.

Naturalmente in contrapposizione alla falsa verità c’è sempre una vera verità, basata su argomentazioni fondate e passate al vaglio della comunità scientifica. E come mettere a tacere la vera verità? Semplice, denigrando gli esperti e il pensiero unico economico, fondato su astrusi modelli matematici e lontano dalla realtà. Insomma, costruendo un’altra falsa verità. Le teorie sono invece oggi sempre più testate con analisi empiriche basate su enormi masse di dati e metodi sperimentali che osservano la realtà con molta attenzione, cercando di isolare le relazioni di causa tra diversi fenomeni (è davvero l’euro a causare la bassa crescita?).

Cahuc e Zylberberg ci danno inoltre molti esempi su come il pensiero economico non sia affatto unico, ma articolato e a volte con conclusioni che vanno in direzioni diverse. Per esempio la ricerca ha dimostrato che politiche fiscali espansive di tipo keynesiano (meno tasse e più spesa) funzionano molto bene in fase di recessione acuta. Durante la crisi del 2009 gli Americani ne hanno fatto buon uso e gli Europei, notoriamente, non abbastanza. Ma funzionano meno in situazioni normali. Oppure, l’economia moderna è fondata sul libero mercato, ma un enorme mole di lavoro è dedicata a come regolare i mercati (Jean Tirole ha vinto un premio Nobel su questo). A volte queste vere verità sono contro-intuitive non semplici da spiegare. Ad esempio, non è ovvio sostenere che per crescere bisogna comunque tenere i conti in ordine, che non serve necessariamente aumentare la spesa pubblica o ridurre le tasse, e che è necessario invece riformare la giustizia, l’efficienza dello Stato e delle imprese. L’argomentazione “più spesa meno tasse” è facile, liberatoria, apparentemente non fa male a nessuno e a naso sembra davvero che possa far crescere. Soprattutto quando è un altro a tenere i cordoni della borsa: l’Europa, la Germania, la Banca Centrale Europea.

Il pensiero dunque non è affatto unico, ma molto difficile da spiegare. È il vecchio problema dell’economista e del suo “da un lato ... dall’altro lato”. Chi è poco attento e paziente, lo considera un inutile pensatore, incapace di proporre soluzioni univoche. E il tempo di oggi, il tempo dei tweet e dei network, di pazienza ne ha molto poca. Ora che le false verità sono più forti delle vere e soprattutto informano l’azione politica inducendola a scelte che possono avere conseguenze molto gravi, gli economisti devono fare un grande sforzo per spiegare le loro vere verità. Chi lavora seriamente nei media dovrà ascoltarli e capirne le ragioni o i torti e il loro “da un lato... dall’altro lato”. Vespa, per favore, almeno lei!

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