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Goethe: «Sono nato quasi morto»

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Letteratura

Goethe: «Sono nato quasi morto»

 Wilhelm Tischbein detto il «Tischbein di Goethe» (1751– 1829), «Ritratto di Goethe nella campagna romana» (1787), Francoforte, Städelsches Kunstinstitut
 Wilhelm Tischbein detto il «Tischbein di Goethe» (1751– 1829), «Ritratto di Goethe nella campagna romana» (1787), Francoforte, Städelsches Kunstinstitut

«Il 28 agosto 1749, alle dodici in punto, venni al mondo a Francoforte sul Meno. La costellazione era propizia; il sole, al culmine per quel giorno, era nel segno della Vergine; Giove e Venere lo osservavano benevoli, Mercurio non era ostile, Saturno e Marte erano indifferenti: solo la luna, ormai piena, esercitava la forza della propria luce anteliale, tanto piú che era entrata nella sua ora planetaria. Si oppose quindi alla mia nascita, che poté avvenire solo quando quell’ora fu passata». Inizia così, dopo la Premessa, la narrazione di Poesiae verità, l’autobiografia di Goethe. A giudicare dai risultati, le congiunzioni astrali che presiedettero alla nascita dello scrittore corrisposero alla realtà: mai genio più grande e multiforme è venuto al mondo nella modernità. Se Omero, Dante e Shakespeare regnano indisturbati sull’antichità, il Medioevo e il Rinascimento, Goethe domina incontrastato il periodo cruciale del passaggio tra l’ancien regime e la cultura che diverrà nostra, tra Illuminismo, Classicismo e Romanticismo. Ma Goethe, che sapeva molto bene, per averlo appreso da Cardano, Cellini, Montaigne e Rousseau, come si compone una storia di sé, taglia immediatamente l’affermazione che potrebbe suonare bombastica, aggiungendo: «Questa ottima costellazione, alla quale in seguito gli astrologi attribuirono grandi meriti, fu verosimilmente all’origine della mia sopravvivenza: a causa dell’insipienza della levatrice infatti, quando venni al mondo fui considerato morto e solo con reiterati sforzi riuscirono a farmi vedere la luce». Precisa infine, come chi voglia essere pignolo con un sorriso, che tale circostanza, «se procurò grande pena ai miei, risultò però vantaggiosa per i concittadini, perché il nonno, il podestà Johann Wolfgang Textor, colse l’occasione per assumere un ostetrico e per introdurre o rinnovare la formazione delle levatrici; il che andò, in seguito, a vantaggio di molti nascituri».

Poesia e verità è tutta qui, quanto al tono, sin dalle prime righe: il racconto è abilissima e amabilissima conversazione, affabulazione affascinante perché non solenne, attenzione al dettaglio e all’atmosfera che circonda gli eventi, alla congerie storica nella quale un uomo – il singolo individuo – si trova a vivere. Dichiara la Premessa, citando una lettera fittizia nella quale si sarebbe richiesto al poeta, dopo la pubblicazione delle Opere in dodici volumi tra il 1806 e il 1808, di fornire, «inserendole in un contesto, le condizioni di vita e gli stati d’animo che le hanno determinate, i modelli che hanno agito su di Voi, e infine i fondamenti teorici che vi hanno guidato». In prima persona, Goethe replica con la propria concezione della biografia e dell’autobiografia, sostenendo che l’obiettivo sarebbe quello di «rappresentare l’essere umano all’interno del suo tempo, per mostrare sino a che punto l’insieme lo ostacoli e fin dove invece lo favorisca, come egli riesca, a partire da esso, a farsi un’idea del mondo e del genere umano, e come, nel caso sia artista, poeta, o narratore, abbia rispecchiato questa idea verso l’esterno». «Obiettivo tuttavia quasi irraggiungibile», glossa, «poiché presuppone che l’individuo conosca se stesso e il suo secolo». «Quasi», appunto: perché se c’è qualcuno che conosce se stesso e il suo secolo, questo è Goethe, che mai lesina sforzi per obbedire all’antico motto di Delfi e sparge in tutta Poesia e verità l’anelito di conoscenza.

L’autobiografia – una delle tre, credo, nate da Goethe: il Viaggio in Italia, questa, e le Conversazioni con Eckermann – fu composta lungo un esteso arco di tempo, dal 1809 al 1832 (l’anno successivo uscirono postume le ultime cinque sezioni) è divisa in quattro parti e venti Libri: copre l’infanzia dal primo alla metà del sesto, l’adolescenza e la giovinezza dalla seconda metà del sesto sino all’undicesimo, dal dodicesimo alla fine la prima età matura. Mentre la redige, Goethe raggiunge l’età di mezzo e poi la vecchiaia: diviene, gradualmente, un mito. Quando Poesia e verità esce al completo, è morto. Ma è colui che ha scritto il Gotz e il Werther, il Torquato Tasso e l’Egmont, le Affinità elettive, il Faust, il Wilhelm Meister, il Divano, saggi critici, studi scientifici – e innumerevoli, bellissime liriche. Come è riuscito, Goethe, a diventare tutto questo? A essere il patriarca supremo della letteratura tedesca e di tutta la cultura europea? Il primo a concepire una letteratura “mondiale” o universale, una Weltliteratur vera e propria, che travalica i confini non solo nazionali ma anche continentali?

Vivendo intensamente, leggendo voracemente, scrivendo con una facilità portentosa. Si prenda il Werther, questa storia di amore e malinconia che termina nel suicidio: Goethe coglie lo “spirito del tempo” e crea con esso il primo romanzo di formazione dell’era moderna, il quale fa subito il giro d’Europa. Un’invenzione spettacolosa, e l’icona di tutta un’età. L’infanzia e la giovinezza sono, naturalmente, le incubatrici di entrambe. Della prima, sceglierei, per le differenti potenzialità, due momenti cruciali. Il primo, quando l’autore ricorda, nel Libro I, che «all’interno della casa, a richiamare piú di ogni altra cosa la mia attenzione era una serie di vedute di Roma con le quali il padre aveva decorato un’anticamera... Qui ogni giorno vedevo piazza del Popolo, il Colosseo, piazza San Pietro, la basilica, dall’interno e dall’esterno, Castel Sant'Angelo e altro ancora. Queste immagini esercitarono su di me un effetto profondo...». Ecco, qui è la radice della folle corsa di Goethe, attraversate le Alpi, per l’Italia: per giungere, con il minor numero possibile di soste, a quella “capitale del mondo” che ha sognato sin da bambino. È il nucleo del Viaggio in Italia, il classico dei classici: di tutti i resoconti del gran tour. Il secondo, nel Libro IV, sono le lezioni di ebraico e la lettura della Genesi: le vicende dei patriarchi catturano subito «l’infantile vivacità» di Goethe: il quale dedica ad essa una quindicina di pagine di Poesia e verità, concentrandosi sulle figure di Abramo, Giacobbe e Giuseppe. Quest’ultima gli appare come «un racconto naturale pieno di fascino, che tuttavia appare troppo breve, tanto che ci si sente chiamati a raffigurarlo nei dettagli». Detto, fatto: il ragazzo, sulle orme di Klopstock, si dà a comporre, prima in versi poi in prosa, la storia di Giuseppe, che poi abbandona. Ebbene, sarà proprio da queste pagine che un secolo e mezzo dopo Thomas Mann prenderà esplicitamente spunto per concepire la tetralogia di Giuseppe e i suoi fratelli: interrompendo a un certo punto la composizione per creare il romanzo di Lotte in Weimar, cioè una narrazione che vede protagonisti Charlotte von Stein e la grande ombra del predecessore di lei un tempo innamorato. Del resto, proprio Poesia e verità costituirà per Mann il modello sul quale costruire la parodia delle Confessioni del cavaliere d’industria Felix Krull.

Più tardi, nei Libri X e XI, il giovane Goethe incontra tra gli altri Herder e Shakespeare. Il primo è figura dall’aspetto sacerdotale, tutto vestito di nero e capelli incipriati raccolti in ciocca tonda. I suoi occhi, sotto sopracciglia nere, sono neri come la pece, sebbene uno appaia sempre arrossato e infiammato; il suo comportamento gentile e delicato, salvo quando è in possesso dell’umor nero. Non concede molto al poeta nuovo, ma questi apprende da lui un modo di pensare e di guardare alla letteratura. Quando Goethe incontra Shakespeare, è al saggio di Herder che rimanda. Ma, ancor più, alla reazione contro la “francesità” proprio “al confine della Francia”: «Il loro modo di vivere ci sembrava troppo regolato ed elitario, la loro poesia fredda, la loro critica distruttiva, la loro filosofia astrusa e ciò nonostante inadeguata». Viene in soccorso Shakespeare, che inizia a «godimenti spirituali e modi di considerare il mondo più elevati, più liberi, al contempo veri e poetici». Goethe si sente in preda alla «gioiosa consapevolezza di un qualcosa di superiore» che aleggia sopra di lui: con i suoi amici, si dedica a riprodurne i quibbles, a gareggiare con l’inglese. Chi pronunciava, nel 1771, il discorso Zum Schäkspears Tag, chi diceva «Shakespeare per sempre», era trafitto dai drammi dell’inglese: al punto di introdurre negli Anni di apprendistato di Wilhelm Meister una misteriosa e memorabile scena nella quale il protagonista recita Amleto a colloquio col fantasma del padre.

Tutta Poesia e verità è allo stesso modo piena di figurazioni e meditazioni che anticipano il futuro rispecchiando il presente: così gli anni dello Sturm und Drang, e gli intensi amori della giovinezza e della prima maturità, colorano tutta l’autobiografia. Egualmente vi sono menzionati in maniera obliqua Il Viandante e il Canto di Maometto, due delle liriche maggiori di Goethe. A pieno titolo avrebbe potuto comparirvi il Canto degli Spiriti sulle Acque («Anima dell’uomo, / come somigli l’acqua! / Destino umano, / come somigli il vento!”), e soprattutto la brevissima parabola di Ein Gleiches, Un altro: «Su tutte le vette / regna la calma, / tra le cime degli alberi / non avverti / spirare un alito; / nel bosco gli uccellini stanno silenziosi. / Aspetta un poco! Presto / anche tu avrai riposo». È e non è un requiem, questo Űber allen Gipfeln. Goethe ha animo molteplice, e credo che ci sia una relazione tra quello che Faust si trattiene dal dire all’attimo, «Fermati, sei troppo bello», e le ultime parole di Goethe morente: «Più luce». La medesima enigmatica oracolarità, lo stesso sense of an ending in sospensione irrisolta. Ma simile, anche, alla conclusione ideale di Poesia e Verità nelle parole di Goethe a Eckermann: «Ma se non si avesse altro dalla vita, se non ciò che i biografi e compilatori di lessici dicono di noi, il nostro sarebbe un gran brutto mestiere e non varrebbe la pena di darsi tanto da fare».

La prima versione italiana di «Dalla mia vita. Poesia e verità» di Goethe, l’autobiografia che percorre gli anni dalla nascita nel 1749 alla vigilia della partenza per Weimar nel 1775, venne pubblicata da Sonzogno nel 1886. Da allora è stata periodicamente tradotta o riproposta. Ora esce una nuova versione nella collana einaudiana de «I Millenni» (a cura di Enrico Ganni, introduzione di Klaus-Detlef Müller, traduzione di Enrico Ganni, Einaudi, Torino, pagg. LX-762, € 85).

Piero Boitani, lavorando sulle bozze, ha scritto in anteprima questa recensione dell’opera che sarà in libreria il 5 giugno. Dai primi amori alle passioni per l’alchimia o le marionette, queste pagine di Goethe appartengono a uno dei testi fondamentali della letteratura moderna.

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