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Scatti improvvisi per Raffaello

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Scatti improvvisi per Raffaello

Martin Parr. Il fotografo osserva le masse dei visitatori dei Musei Vaticani: nelle Stanze di Raffaello essi fotografano gli affreschi mettendoli a confronto con l’immagine riprodotta sul loro biglietto
Martin Parr. Il fotografo osserva le masse dei visitatori dei Musei Vaticani: nelle Stanze di Raffaello essi fotografano gli affreschi mettendoli a confronto con l’immagine riprodotta sul loro biglietto

I grandi musei sono luoghi profondamente contraddittori. Raccolgono «pagine strappate a caso da libri scritti in lingue diverse», annotava Rilke nel suo Diario fiorentino, facendo convivere storia e discontinuità, identità e molteplicità, e rivelando come la memoria non sia un dato pietrificato ma in continua e necessaria evoluzione. Nella contraddittorietà essi sono vitali, palpitanti, dinamici, alla ricerca di risposte a domande sempre mutevoli, come testimoniano da un lato le impegnative operazioni di montaggio, di inclusione ed esclusione del patrimonio conservato, dall’altro la ricerca di progetti concreti per mantenere vivo lo scambio con la società contemporanea. Tra i progetti più complessi e ambiziosi, vi è la nascita di nuove “collezioni”, ovvero la selezione e la raccolta di nuove categorie di opere, conferendo loro senso e ordine all’intero di un più grande quadro d’insieme. È quello che i Musei Vaticani, in particolare la Collezione d’Arte Contemporanea, frutto anch’essa di un programma collezionistico voluto da papa Paolo VI Montini nel 1973, hanno voluto intraprendere creando il primo nucleo di fotografia contemporanea, presentato per la prima volta a Palazzo Reale a Milano fino al 1° luglio.

Una sfida che non poteva coincidere con la semplice acquisizione sul mercato di opere fotografiche. Si è invece scelto di incardinare questa iniziativa intorno due punti chiave: tornare ad essere committenti, ruolo svolto dalla Chiesa per secoli con visionaria consapevolezza, e offrire gli stessi Musei Vaticani quale oggetto di analisi critica agli autori coinvolti. I nove fotografi internazionali, selezionati sulla base di diverse tematiche insieme a Alessandra Mauro, sono stati chiamati a indagare questo immenso «Atlante della memoria», che è anche una rappresentazione del mondo che ci circonda. La fotografia infatti grazie alle sue molteplici attitudini espressive e interpretative, da un lato agisce cercando una sorta di codificazione, dall’altro si offre come un palcoscenico capace di accogliere e esplicitare l’ambivalenza tra sguardo e soggetto, tra le nostre immagini e le immagini del mondo.

Il lavoro dei nove fotografi è stato appassionato ed appassionante, e le implicazioni artistiche, teoriche, sociali, antropologiche, narrative, difficili da sintetizzare per la ricchezza del ventaglio che è andato dispiegandosi nel corso del tempo. Vale la pena però ripercorrerne rapidamente alcuni aspetti. Lo “spazio” si è imposto quale elemento ricorrente e imprescindibile per penetrare la natura dei Musei Vaticani. Spazio interno ed esterno, spazio della memoria e spazio fisico, spazio percorribile e spazio immaginabile. Le grandi composizioni, lunghe 3 metri, di Alain Fleischer e le diafane inquadrature di Massimo Siragusa rappresentano due diverse riflessioni intorno ad un concetto di spazio non abitabile, nel quale la presenza umana non è solo assente, ma inutile e fuorviante, ponendo entrambi, con soluzioni differenti, il dialogo tra nitidezza e conoscenza. Lo spazio della giapponese Rinko Kawauchi ha abbandonato qualunque consistenza fisica, è fatto di riflessi, di depositi, di tracce, di scie. Il suo spazio è anche un tempo: il tempo della visione e del ricordo, è un’immagine interiore ed esteriore nello stesso momento, che sfiora l’astrazione. Lo spazio dei Musei può essere sovraffollato, rumoroso, disagevole. Martin Parr ha indirizzato da decenni il nostro sguardo sulle masse, sui comportamenti collettivi perpetuati sul crinale dell’inconsapevolezza. Parr disegna qui raffinate consonanze gestuali, svela traiettorie di sguardi, prevede contatti, declina consuetudini.

Attenzione e memoria rappresentano due importanti processi selettivi, grazie ai quali tentiamo di orientarci nel dedalo della storia: la prima si attiva in presenza, la seconda in assenza dell’opera. Antonio Biasiucci li affronta a partire da alcuni frammenti conservati nel Magazzino delle Corazze, uno dei depositi storici dei Musei Vaticani, indagando il concetto di sospensione tra un passato perduto e un presente in attesa, tra la certezza della conoscenza e l’ipotesi del ricordo.

Ma l’attenzione dello sguardo vigila anche sul “presente”, e se ne fa carico. Mimmo Jodice ha scelto con cura i ritratti conservati nel Museo Chiaramonti e nel Museo Gregoriano Profano. Ne ha isolato lo sguardo, l’espressione, il carattere, verificando il funzionamento della nostra percezione, perché la fotografia è fatta anche di scambi visuali, anzi si pone simbolicamente tra due sguardi, ed il tempo – quello storico dell’opera e quello dell’immagine – gioca un ruolo fondamentale.

Soggetto ed oggetto: cosa guarda il visitatore? Francesco Jodice non si dedica alle masse ma a singole persone, coppie e famiglie, fratelli e amici, giovani sposi o turisti curiosi. Tra gli oltre sei milioni di visitatori che entrano ogni anno nei Musei Vaticani, alcuni di loro sono stati fermati e “messi in posa” ovvero si sono trasformati in un’immagine ancor prima dello scatto fotografico. Francesco Jodice scardina il meccanismo voyeuristico attivo in un museo: il visitatore non guarda più le opere. Guarda me. Attentamente, insistentemente.

Tra lo spettatore e l’oggetto vi è una “distanza” psicologica. È ciò che Walter Benjamin ha definito “aura”: la Cappella Sistina radicalizza, nelle sue dimensioni, nella sua complessità, questo “stare a distanza” che si impone nell’attraversamento anche fisico del capolavoro. Bill Armstrong è stato il solo ad aver lavorato nella Cappella Sistina, non replicando gli affreschi ma misurandosi con un nuovo processo di creazione delle immagini. Dagli scatti della Volta, del Giudizio e delle pitture del Quattrocento, Armstrong ha isolato gesti, figure, attitudini, privandoli dei dettagli, ponendoli su fondi colorati e rifotografandoli fuori fuoco, alla ricerca di una prospettiva che simbolizzi e modelli la percezione di un’epoca. Ma vi è anche una distanza misurabile. Lo sguardo di Peter Bialobrzeski è planato sul corpo architettonico dei Musei Vaticani, dall’esterno. Un corpo disarmonico, formato in momenti e con scopi differenti, incastonato nelle mura eppure in dialogo con la città che lo circonda. Non un luogo dell’immaginario eppure un luogo dell’utopia: la luce dell’alba e del tramonto mantiene questo corpo nel suo dormiveglia, quasi proteggendolo affinché non smetta di custodire i nostri sogni e le nostre visioni.

Le circa 200 opere fotografiche che costituiscono questa nuova collezione sono entrate all’interno dei Musei Vaticani, attivando il dialogo con le altre raccolte e confermando la matrice squisitamente culturale del progetto di committenza. Si inseriscono nella complessa topografia museale, con lo scopo di aprire il vedere, sollecitare un’attenzione non automatica, un costante processo di messa in discussione dei modelli critici, mantenendo attive le tracce di spazio, tempo e memoria depositate nei nostri Musei.

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