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Sorprendenti trovatori d’Italia

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i poeti-cantanti del medioevo

Sorprendenti trovatori d’Italia

Maestro del Codex Manesse, Poeti trovatori (particolare), miniatura (1305-1340), Heidelberg, Biblioteca Universitaria,(Cod. Pal. germ. 848, fol. 399r)
Maestro del Codex Manesse, Poeti trovatori (particolare), miniatura (1305-1340), Heidelberg, Biblioteca Universitaria,(Cod. Pal. germ. 848, fol. 399r)

La prima poesia d’arte in volgare che abbia circolato in Italia, tra secolo XII e secolo XIII, non era scritta in un volgare italiano. Anche il lettore non specialista lo sa, magari senza saperlo, cio senza aver messo bene a fuoco la cosa: basta che abbia letto i canti VI-VIII del Purgatorio, l dove Dante e Virgilio incontrano il poeta Sordello, che si commuove quando per caso viene a sapere che Virgilio , come lui, mantovano: e l’ombra, tutta in s romita, / surse ver’ lui del loco ove pria stava, / dicendo: O Mantoano, io son Sordello / de la tua terra!; e l’un l’altro abbracciava; dopodich parte il famoso lamento sull’Italia di dolore ostello, devastata dalle faide. Mantovano, Sordello, anzi di Goito, a una dozzina di chilometri da Mantova; ma, come spiegano i commenti, poeta in lingua d’oc, la lingua dei trovatori della Francia meridionale (trasferendo l’azione nell’aldil, la Commedia non solo pu rimescolare le cronologie, facendo recitare sullo stesso palcoscenico, poniamo, il Sinone omerico e il falsario fiorentino Mastro Adamo, ma anche mettere in cortocircuito le lingue: cos, in questa macedonia di idiomi, un rimatore in provenzale pu parlare a un poeta latino, mantovano come lui, adoperando per il fiorentino di Dante).

Sordello il pi celebre dei trovatori d’Italia, raccogliendo sotto questa etichetta sia coloro che in Italia nacquero sia coloro – pi numerosi – che in Italia vennero al seguito di signori stranieri in transito, o vi si stabilirono mettendosi al servizio di signori italiani. Si tratta di un numero cospicuo di autori, e di varie decine di testi. Ad essi Giulio Bertoni dedic un celebre volume monografico nel 1915 (I trovatori d’Italia); e una buona parte del corpus venne raccolto da Vincenzo De Bartholomaeis nell’antologia delle Poesie provenzali storiche relative all’Italia (1931). Nei decenni successivi, i filologi non hanno poltrito. E al di l delle nuove edizioni critiche dei singoli trovatori, al di l degli studi parziali su questo o quell’aspetto della tradizione trobadorica in Italia (fondativo, tra tutti, il capitolo scritto da Gianfranco Folena per la Storia della cultura veneta, che dava conto del radicarsi di questa tradizione nelle corti venete), si visto per esempio che anche la pi antica poesia d’amore italiana, la canzone Quando eu stava, serba memoria di letture trobadoriche. E non si trovano forse, sullo scorcio del Duecento, poeti italiani che compongono (malamente) anche in provenzale, come il pistoiese Paolo Lanfranchi e il fiorentino Dante da Maiano? In parallelo, la mappa delle presenze trobadoriche in Italia si arricchita e precisata: si cio continuato a lavorare sulle corti nord-orientali (con volumi di sintesi come I trovatori nel Veneto; e con monografie dedicate alle famiglie pi importanti: gli Este, i da Romano); ma si anche studiata la circolazione toscana delle liriche dei trovatori (Asperti, Resconi), e si sono fatte nuove scoperte intorno a quella ligure-piemontese (Bertoletti, Di Girolamo). Insomma, questi studi godono di una vitalit che ha pochi eguali nel campo degli studi umanistici.

Ora un progetto di ricerca a cui collaborano studiosi dell’Universit Federico II di Napoli e della Sapienza di Roma prova a riordinare tutto il materiale, con nuove edizioni e nuovi studi. Una visione d’insieme del progetto, con alcune edizioni di saggio e la bibliografia si trova nel sito www.idt.unina.it; e il volume I trovatori d’Italia curato da Paolo Di Luca e Marco Grimaldi, raccoglie otto studi che fanno il punto della situazione e impostano i lavori futuri. Il metodo comune, e ovviamente non nuovo: far dialogare i dati filologici con quelli storici, ma con una particolare cura per i secondi, per ragioni evidenti a chi conosca anche superficialmente il corpus. Si tratta per lo pi di testi di tradizione non amplissima, spesso anzi monoattestati, ma di difficile interpretazione soprattutto per ragioni interne: la datazione incerta (non basta capire che il tale poeta sta parlando della prossima Crociata: perch di prossime crociate, nell’Italia del Duecento, si parla per decenni) e la densit di allusioni spesso sibilline, sia nei testi diciamo comico-realistici (ci si domanda se le accuse e le minacce che i poeti si scambiano rispecchino una vera animosit, abbiano un vero Sitz im Leben, o se sia tutto un gioco letterario: molto ben calibrate, su questo, le pagine di Di Luca) sia soprattutto nei testi pi direttamente implicati nella cronaca contemporanea (ci si domanda se versi che a noi suonano generici non nascondano allusioni a eventi e personaggi contemporanei, allusioni che dovevano essere trasparenti per il pubblico contemporaneo: e si cerca insomma di ricostruire, tentativamente, l’originario contesto di ricezione dei testi).

L’interesse di una ricerca si misura dall’interesse, cio dall’intelligenza delle domande che si pongono agli oggetti che cadono sotto gli occhi dello studioso. Qui si tratta di oggetti non particolarmente seducenti sotto il profilo estetico: serventesi storico-politici, coblas burlesche. Il degustatore di poesia pu risparmiarsi la fatica. Ma lo storico della letteratura medievale trova in questo libro molte informazioni e molti spunti di riflessione, in una gamma di approcci che va dall’osservazione al microscopio alla visione grandangolare, cio dal minuto studio dei testi (Barachini su un sirventese anonimo duecentesco) alla sintesi su un frammento della tradizione (Bampa su Genova, Gatti sulla corte Estense) o sull’intero (Annunziata sui testi scritti intorno a Federico II, Montefusco sul profilo socio-culturale dei trovatori d’Italia). Con, ogni tanto, i rischi che questi diversi approcci portano con s: da un lato la sovrainterpretazione (la contiguit dei testi nei manoscritti non implicher necessariamente, tra questi testi, un legame significativo), dall’altro la genericit o la scarsa plausibilit di certe inferenze di natura, diciamo, sociologica, o l’impiego di categorie analitiche moderne nel giudizio su una realt tanto diversa quale era l’Italia settentrionale di otto secoli fa (i sirventesi provenzali, si legge a un certo punto, come strumento di propaganda e di elaborazione ideologica […] potente mezzo di formazione e di espressione dell’opinione pubblica: dire troppo).

In mezzo, tra interpretazione puntuale e visione dall’alto, bene che ci sia spazio anche per uno di quei vecchi discorsi sulla storia della letteratura – vecchio un complimento – che i filologi romanzi fanno sempre meno spesso (o fanno solo col condimento di estenuanti poncif foucaultiano-warburghiani, un bovarismo da stringere il cuore). Il saggio di Marco Grimaldi sui siciliani dice una cosa sola ma la dice con chiarezza. Se questi poeti non usano il volgare nativo per scrivere serventesi politico-morali non c’ bisogno di pensare a chiss quale strategia funzionale a un migliore esercizio del potere da parte del principe, se poi questo principe (Federico II) ammette che di politica e morale si scriva in latino e in greco: un fatto da valutare alla luce della storia della lingua e dei generi letterari, non alla luce dell’Ideologia. E dal caso particolare si pu forse dedurre una norma. C’, si avverte nelle ricerche recenti sulla poesia medievale romanza, un ritorno allo studio della storia. Si tratta di una tendenza salutare, dopo anni di teorie troppo sottili e di filologia a volte un po’ bizantina. Ma un conto l’analisi puntuale dei testi alla luce delle fonti storiche, un altro la nostalgia della Visione, solo alleggerita della zavorra ideologica e aggiornarta con una spolveratura di scienze sociali. Mi pare (e credo che tutti i contributori al volume potrebbero dirsi d’accordo) che la prima strada sia giusta, la seconda sbagliata.

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