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La lezione di Selvetella: «Amare molto e farlo ancora. E…

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Il romanzo «le stanze dell’addio»

La lezione di Selvetella: «Amare molto e farlo ancora. E meglio»

Queste sono le cose che ho imparato leggendo Le stanze dell'addio di Yari Selvetella.

1- Ho imparato che qualunque sia l’illusione che ci dà la presunzione della forza, restiamo animaletti placati solo dal rifugio caldo che riusciamo a crearci. Ho imparato che l’impotenza è semplicemente una condizione, che non attesta il valore, che non sminuzza l’amore. È solo un tratto. «Forse un giorno, quando i bambini saranno adulti, tornerò ad essere tutto uomo, a essere solo: potrò avere la stanza che desidero, con una scrivania e una risma di fogli per scrivere, ma finché sarò anche cane posso dormire per terra , ai piedi del divano, con un occhio mezzo aperto ed essere comunque vigile e perfino contento. Mi sento forte, indomito. Per loro potrei battermi oltre le forze della mia specie, oltre il coraggio e la rabbia, oltre la rabbia, oltre la ragione e l’utilità. Tuttavia questa predisposizione mi consola solo in parte. Il senso di impotenza si infiltra in me come artrite, mi piega le ossa anche in questa passeggiata. Questo, un cane, un vero cane da pastore non lo proverebbe. Un cane da pastore non lo proverebbe. Un cane da pastore se un orso attacca il suo gregge combatte e muore, credo serenamente. Non sa l’angoscia. Non sa l’indecisione, ed è invidiabile per questo».

2- Ho imparato che ogni dolore è unico ma che il dolore non ci rende unici. «Attorno a noi materassi impilati e giacigli di cartone, qualcuno in fondo al capannone sta leggendo con l’aiuto di un lumino a gas su cui si accalcano minuscoli insetti. Prevale il silenzio malgrado non ci siano poche persone, qui. Non le ho mai contate. Forse qualche decina, forse di più, un centinaio, ma sempre in attesa. Sono qui, sono vittime del lutto, sono ombre incastrate in una giornata troppo dolorosa e indeterminabile. La luce taglia i profili, troppo poca, la notte bruca dettagli ai loro corpi, sottolinea occhiaie, scava rughe».

3- Ho imparato che anche se ti chiedi “perché” con perseveranza e costanza, non è affatto detto che tu possa avere la tua risposta. O perlomeno una risposta accettabile e convincente. Ho imparato che, in questo caso, non cercare una risposta è segno di salvezza. «Hai perso tuo padre, giusto? Ti stupisci che lo sappia? Anch’io ho chiesto di te, anch’io so. È per questo che hai smesso di guardare avanti? Così presto? Per questa cosa ordinaria e naturale ti ritrovi in questo buco. Meglio che qui tu non ti faccia sentire, qualcuno potrebbe prenderti in giro e peggio, prendersela con te, per disgrazie peggiori».

4- Ho imparato che l’accettazione non è una sconfitta ma la conquista di un dono. «Si nasce, si muore. Non c’è altro. La lezione è evidente, ma per il parto si organizzano cicli di lezioni in modo che il papà si abitui all’idea di rinunciare al calcetto del giovedì con gli amici e la mamma ad attaccarsi al seno una creatura. Per morire sembra che ci sia nulla da imparare. E invece verrebbe la pena un giro turistico, stanotte e qui».

5-Ho imparato che esserci vuol dire vivere e che vivere in ogni modo, in qualunque condizione, è l’unico atto d’amore a cui non ci è dato di sottrarci. «In altri luoghi scrivo, succhio gamberi, respiro foglie balsamiche, bacio, ma una parte di me è qui, sempre qui, impigliata a un fil di ferro o a una paura mai vinta, inchiodata per sempre: il puzzo di brodaglia del carrello del vitto, quello pungente dei disinfettanti, il bip del segnalatore del fine-flebo, la porta che si chiude alle mie spalle quando termina l’ora della visita… Ma ora è il momento di provare a ritornare, di essere una persona sola».

Ora lo ammetto, io queste pagine non avevo molto voglia di leggerle. Questo romanzo (oggi tra i dodici finalisti del Premio Strega) l’ho preso e riposto, preso e riposto. Una prima volta e poi un’altra: un giro di nuovo in libreria, e niente non riuscivo a prenderlo. Questo romanzo avevo paura di tenerlo troppo a lungo tra le mani, come se un flusso magico (e malefico) potesse avvolgermi, scivolarmi tra le dita contagiarmi. Questo romanzo comincia da un dolore, da un lutto. E, ammettiamolo, quando mai si è pronti per il dolore? Il tempo giusto non esiste. Io almeno non riuscivo a immaginare il mio tempo giusto. Sei felice? E allora nulla deve contaminare questa felicità. Sei dolorante? E allora meglio leccarsi le ferite e ridurne l’impatto senza aggiungerne di nuove (quanto potere hanno le parole: possono dominarti i pensieri, condizionarti l’umore, determinarti le emozioni).

Poi però accade di ricevere un invito. I. mi scrive e mi chiede: «Ti va di conoscere Yari Selvetella?». Certo, mi va. E siccome non voglio essere impreparata, d’accordo leggo. E allora comincia ad accadermi quello che mi accade con le pagine di vera letteratura. Leggo e le parole si fermano. Leggo le parole di questo romanzo e comincio a pensarci sempre. Ci penso alla fermata della metropolitana, ci penso mentre rifaccio i letti, ci penso mentre chiudo un lavoro e ne comincio un altro. Ci penso e questi pensieri ne tirano fuori altri che sono miei, esclusivamente miei. E i primi si incastrano ai secondi e in questa mistione mi pare di aver compreso un cosa in più, di vedere una microscopica porzione di qualcosa che prima non c’era. «La lingua è ricerca di verità», mi dice Selvetella e la lingua di queste pagine così puntuale, fluviale, poetica, è narrazione e catarsi, strumento di definizione e grimaldello necessario alla scoperta. Occorre l’alterità per trasformare il proprio lutto in esperienza letteraria, e Seltevella trova efficacemente la strada della narrazione su più persone. C’è l’io e c’è l’uomo con i baffi. E se, nelle prime due parti, la narrazione è ustionante, nella terza tutto si compone su corde più placide.

L’uomo dice: «Ho amato molto, è vero. Per questo mi sento in grado di farlo ancora, e meglio».

I libri importanti, quelli che restano sono i libri che regalano una conquista. Da oggi la mia conquista è la luce di queste righe: «E allora la sera successiva, messi a letto i bambini, esce. Si vedono in un ristorante. Sono entrambi emozionati, bevono vino del Tirolo, parlano poco anche se lui vorrebbe dirle molte cose. Ha preparato diverse frasi ma non ne pronuncia nessuna, tanto meno i proclami sulla sintonia dei battiti del cuore o sul diritto di mare che, nel passaggio, dalla fantasia alla realtà, suonano davvero ridicoli. Si sente a disagio come se dovesse convincerla a parteggiare per qualche scandalo. Ripassa l’arringa, mentre scorre il menu».

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