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Schubert a metà

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«Fierrabras» alla scala

Schubert a metà


Uno sì, uno no: sembra una costante, in questa stagione, alla Scala. Un titolo vende, l’altro no: Chénier contro Pipistrello, Simone contro Orphée, Don Pasquale contro Francesca. E ora Aida che stritola Fierrabras. Si dirà: bella forza, la leonessa da arene contro le tenerezze elitarie di Schubert. D’accordo. Ma stiamo parlando di Schubert. Con un’opera mai data prima d’ora, alla Scala, nonostante le spalle coperte da patrocinio tanto autorevole come quello di Claudio Abbado, che ne fece una bandiera di successo a Vienna, nel 1988. Successo vero, allora. Cioè riscoperta, acquisizione culturale.

Martedì sera il successo è stato a metà: bella la compagnia di canto, con almeno un paio di voci memorabili, Dorothea Röschmann e Markus Werba, ma inerte e ripetitivo quanto si vedeva in scena, in una delle regie più fiacche di Peter Stein. Importarla dal Festival di Salisburgo non sembra sia stato un grande affare (per la Scala). Un discorso a parte va fatto invece per Daniel Harding, fino a poco tempo fa acclamato trascinatore di entusiasmi e affetti, e ora invece direttore sospeso su un grande punto interrogativo. Ordito da lui stesso, perché se un tempo il giovane sbacchettava energico e spensierato, ora appare più selettivo e in cerca di profondità. Ma anche più solo, cioè con minori corrispondenze tra le intenzioni e i risultati dell’orchestra.

A questo punto gioverebbe una maggiore definizione del gesto, che palesemente Harding sta cercando, nell’uso un po’ disordinato della bacchetta (spesso nella mano sinistra, senza senso). E appare imprescindibile un tempo di prove maggiore. Perché il direttore è il perno intorno al quale ruota una vera interpretazione. Con poche letture, di corsa, difficile da costruire. Anche se si hanno a disposizione cantanti solidi, che come quelli del Fierrabras alla Scala,
avevano già cantato e messo in DVD la stessa partitura.
Schubert ha una scrittura sfuggente, nella divina stroficità, nei duetti lunari, nei cori liederistici: se non viene reinventata, soprattutto armonicamente, rischia di
trasformarsi in noia mortale.

Intenzionalmente vuota era la messinscena di Stein, funzionale solo dal punto di vista acustico, raccogliendo in un ambiente più ridotto il vasto palcoscenico. Sembrava copiata da un vecchio libro di stampe in bianco e nero, dove tutti stavano immobili, tranne le scene dipinte, di Ferdinand Wögerbauer, che dondolavano in continuazione. Uguali per tutti anche i costumi, di Anna Maria Heinrich, argento i francesi, nero i mori. A vivacizzare il finale, l’apparizione di un vistoso cuore rosso, appeso sul fondale, a spiegarci bene che i contendenti avevano una buona volta fatto pace. Concluse le guerre e gli inseguimenti amorosi, lunari come nell’Ariosto, in un continuo meraviglioso perdersi e ritrovarsi. Applausi, successo, felicità dei tenaci schubertiani.

Fierrabras di Schubert; direttore Daniel Harding, regia di Peter Stein; Teatro alla Scala, fino al 30 giugno

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