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I Doni di Michelangelo e Raffaello

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I Doni di Michelangelo e Raffaello

I coniugi Doni di Raffaello  e il Tondo Doni di Michelangelo
I coniugi Doni di Raffaello e il Tondo Doni di Michelangelo

Se l’obiettivo primario di un museo di arte antica è quello di essere didattico, di spiegare cioè con quanta possibile efficacia attraverso una opportuna selezione di opere, la storia delle arti figurative, allora bisogna riconoscere che l’ultima redazione della Sala di Michelangelo agli Uffizi, voluta dal direttore Eike Schmidt e messa in opera da Antonio Godoli, è esemplare.

Entrare nella nuova Sala di Michelangelo e collocarsi al centro di uno spazio giocato nei toni del bianco e del grigio, con i dipinti incastonati in parete protetti da cristalli che permettono la visione a distanza ravvicinata, significa essere nel cuore di una vera e propria “rosa dei venti”.

La rosa dei venti è quello strumento nautico che permette di leggere la direzione delle correnti atmosferiche. Fuor di metafora, essere dentro questa nuova sala degli Uffizi, fra Michelangelo, Raffaello e Fra’ Bartolomeo, significa capire una volta per tutte, per non dimenticarle mai più, le linee fondamentali che hanno attraversato la storia dell’arte in Italia e in Europa. C’è il Tondo Doni di Michelangelo e noi sappiamo – la sentenza è di Giorgio Vasari – che l’arte del Buonarroti è stata come una lampada destinata ad illuminare le future generazioni dei pittori e degli scultori.

Sostiamo di fronte ai capolavori del periodo fiorentino di Raffaello (i due ritratti di Agnolo Doni e di Maddalena Strozzi, i committenti del tondo, la Madonna del cardellino) e possiamo capire, ancora con il Vasari, quello che accadde al ragazzo Raffaello nei suoi anni fiorentini che si collocano fra il 1504 e il 1508. Sono gli anni che vedono Michelangelo e Leonardo confrontarsi sui ponteggi del Salone dei Cinquecento per dipingere rispettivamente con la Battaglia di Cascina e la Battaglia di Anghiari, le glorie militari della Repubblica fiorentina.

Raffaello con quella sua straordinaria felicità mimetica che lo aveva caratterizzato fin dalle primissime prove, guarda all’uno e all’altro e al secondo (allo sfumato aereo, alla intelligenza speculativa, all’umanesimo totale di Leonardo) più che al primo. Guarda alle “fatiche dei moderni” ma guarda anche a quelle “de' maestri vecchi”, come scriverà Giorgio Vasari. Guarda a Michelangelo e a Leonardo e insieme guarda ai pittori della Scuola di San Marco, a quell’ideale di “bellezza virtuosa” che, nel solco della eredità spirituale di Girolamo Savonarola, aveva i suoi alfieri in Mariotto Albertinelli e in Fra’ Bartolomeo (rappresentato nella Sala con opere significative) e poi guarda al Masaccio del Carmine, al Beato Angelico, a Donatello, al fulgore bianco e azzurro delle Madonne di Luca della Robbia. Capire questo significa capire anche (ecco la “rosa dei venti”) come tutto questo abbia fruttificato nella storia a venire delle arti; con Annibale Carracci, con Guido Reni, con il Poussin, con David, con Ingres, con Canova, fino al Picasso del periodo classico. Perché tutte le volte che un artista ha guardato al Vero visibile sotto il segno dell’ordine, dell’armonia, della bellezza, dello splendore, lì è in qualche misura all’opera l’eredità di Raffaello.

Si può rimanere ore di fronte ai ritratti Doni, la coppia di sposi più celebre di quegli anni. Sul retro che ’'attuale allestimento ha reso visibile, un maestro di primo Cinquecento da identificare nel cosiddetto «Maestro di Serumido» (Zeri, 1962) ha illustrato, con storie del mito, il tema bene augurante della fertilità coniugale.

L’idea (a ben guardare è ancora viva la memoria del Dittico dei duchi di Piero della Francesca, già nel Palazzo Ducale di Urbino ed oggi agli Uffizi) è quella di stagliare i due ritrattati, non di profilo come in quel caso, ma frontalmente, contro un vasto paese fatto di alti cieli, di nuvole che si dissolvono nell’azzurro, di prospettivi infinitamente slontananti a cogliere ogni fremito dell’immenso creato. L’omaggio alla Gioconda di Leonardo è bene evidente nella positura di Maddalena Strozzi, ma l’occhio del pittore scruta con sensibilità fiamminga ogni dettaglio della acconciatura, il calmo fulgore della perla, la tessitura dei panni, le trasparenze della seta, il riflesso della luce sul raso marezzato del corpetto. È qui evidente la memoria dei maestri neerlandesi (Jan van Eyck, Rogier van der Weiden, Giusto di Gand) che Raffaello adolescente aveva potuto studiare a Urbino nella Galleria del Duca.

Che i due ritratti Doni stiano accanto al Tondo che i loro denari hanno permesso di realizzare, è una idea espositiva che non può non trovare consenso. Così come era giusto collocare accanto al capolavoro del giovane Buonarroti, la Testa di Alessandro morente, scultura del tardo ellenismo, forse di scuola pergamena, collocata su un magnifico rocco di colonna in alabastro fiorito di Frigia, una delle pietre policrome più rare e costose dell’antichità, donata agli Uffizi, per questa occasione, da Detlef Heikamp.

Si tratta di un collegamento storico e stilistico particolarmente felice perché è a questo Antico (naturalistico, ultraespressivo, ispirato a pathos, tipico delle scuole plastiche di Pergamo e di Rodi) che Michelangelo ha guardato; lui che un giorno d’inverno del 1506, a Roma, aveva visto emergere dalla terra di scavo il Laocoonte che oggi sta nel Cortile Ottagono dei Musei Vaticani, in Belvedere.

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