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Premio Strega, ecco perché questa cinquina merita l’ex aequo

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Premio Strega, ecco perché questa cinquina merita l’ex aequo

I cinque finalisti del Premio Strega, da sinistra, Helena Janeczek, Carlo D'Amicis, Marco Balzano, Lia Levi, Sandra Petrignani
I cinque finalisti del Premio Strega, da sinistra, Helena Janeczek, Carlo D'Amicis, Marco Balzano, Lia Levi, Sandra Petrignani

Ora che sappiamo la cinquina dello Strega (Helena Janeczek, Marco Balzano, Sandra Petrignani, Lia Levi, Carlo D'Amicis) viene voglia di riproporre, per l'assegnazione del premio, un ex aequo tra i cinque titoli, sia per confermare lo stato di buona salute delle patrie lettere e sia per indicarne un limite. Già mi è capitato di osservare che il Grande Romanzo Italiano, dagli anni '80 in poi, dovrebbe essere una antologia, per la endemica incapacità dei nostri scrittori alla sintesi ma anche e soprattutto per la oggettiva frammentazione del mondo contemporaneo. Ripassiamo la cinquina attuale, singolarmente rivolta al passato (quattro libri su cinque!).

Helena Janeczek (La ragazza con la Leica, Guanda, con 256 voti) ravviva creativamente il romanzo-reportage e ci propone una affascinante è frasi di fotogrammi d'antan, ma quando va sul romanzesco puro usa una lingua un po’ convenzionale, che perde energia. Carlo D’Amicis (Il gioco, Mondadori, 151, voti) orchestra con abilità i destini dei suoi tre personaggi descrivendone puntualmente le dinamiche sadomaso, ma difetta di un punto di vista più “alto”, capace di connettere quelle dinamiche a una mutazione che riguarda l'umanità attuale.

Sandra Petrignani (La corsara. Ritratto di Natalia Ginzburg, Neri Pozza, 200 voti) racconta in modo originale una grande scrittrice, attraverso un ingegnoso mosaico di frasi e ricordi, ma la letteratura non può nutrirsi solo di ritratti di classici. Marco Balzano (Resto qui, Einaudi, 243 voti) e Lia Levi (Questa sera è già domani, Edizioni E/O, 173 voti) si confrontano intrepidamente con il tragico della Storia (Sud Tirolo diviso tra Mussolini e Hitler, leggi razziali del 1938).

Entrambi alla ricerca - a volte problematica - di uno stile capace di testimoniare una verità sommersa del passato ma anche la dissonanza di un presente smemorato, distratto.

Insomma, anche stavolta il 5 luglio mi piacerebbe votare un libro che antologizzi alcune pagine di questi autori, i quali difettano dell'arte specifica del romanzo, quella del “connettere”: connettere interno ed esterno, pubblico e privato, Storia e vita quotidiana, passato e presente. Immagino che l'ex aequo sia una proposta irritante per ognuno di loro, ma rispecchierebbe onestamente lo stato dell'arte nella nostra narrativa: oggi nessun libro riesce a dar conto da solo - sul piano tematico e stilistico - della complessità del nostro presente, limitandosi a raccontarne uno spicchio o, come abbiamo visto, concentrandosi sul passato.

E qui vado all'interrogativo di fondo. Qual è lo specifico della letteratura rispetto ai linguaggi audiovisuali, con i quali non può competere sul piano della velocità, del ritmo e della spettacolarità? Credo sia proprio la sintesi. Solo la parola scritta infatti può ricomprendere al suo interno l'apparenza luccicante dei media e la verità del vissuto individuale, i troppi paradisi del virtuale e i conflitti del reale, l'eterna commedia della vita italiana e il tragico innominabile delle esistenze singole.

Forse ogni romanzo dovrebbe oggi aspirare ad essere un'opera-mondo, che riconosce e descrive la frammentazione attuale, ma che non rinuncia a una interpretazione più ampia, e dunque a definire un destino in cui riconoscersi. Ci saranno ancora lettori per queste opere-mondo (sufficientemente attenti, esigenti)? Non lo sappiamo, ma allora ogni libro dovrà provare a inventarli.

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