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I traumi della Grande Guerra nell’arte

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I traumi della Grande Guerra nell’arte

Ingresso libero ai veterani di guerra e a tutti i membri delle forze armate: la nuova mostra alla Tate Gallery intende commemorare i cento anni dalla fine della prima guerra mondiale sottolineando il legame tra passato e presente. Gli eroi di allora sono i soldati di oggi. La storia deve essere imparata e assimilata, non dimenticata. Dieci milioni di soldati uccisi, venti milioni feriti.
“Aftermath” è la prima mostra che cerca di comprendere e valutare l'impatto che la grande guerra ha avuto sull'arte in Gran Bretagna e in Europa, raccogliendo oltre 150 opere realizzate tra il 1916 e il 1932. L'ordine è rigorosamente cronologico, per seguire prima l'effetto immediato del conflitto su chi lo ha vissuto in prima persona e poi le ripercussioni del trauma e della devastazione della guerra sull'arte dei decenni successivi.

La prima teca all'ingresso mostra tre elmetti di ferro, appartenuti a un soldato inglese, un francese e un tedesco. Intorno tre quadri datati 1917, di un pittore inglese, un francese e un tedesco. La rappresentazione è diversa ma il soggetto è lo stesso: l'elmetto abbandonato è utilizzato come simbolo della fine del soldato e serve a individualizzare la morte, ricordando che il militare ucciso non è solo un numero o una statistica ma una persona che fino a un attimo prima di morire indossava l'elmetto per proteggersi in battaglia.

Il quadro “Attacco a Chemin des Dames” di Luc-Albert Moreau, soldato dal 1914 fino al 1918 quando è stato gravemente ferito, non ha alcuna connotazione eroica. Il soldato, saltato in aria, resta impalato su un tronco d'albero come un macabro fantoccio. Il quadro “Paths of glory” dell'inglese Christopher Richard Wynne Nevinson, è talmente brutale che le autorità dell'epoca avevano bandito la sua diffusione: i corpi di due soldati sono riversi a faccia in giù tra le foglie autunnali di una foresta, quasi sommersi dalla natura e quasi dimenticati dagli uomini. Il tedesco Paul Segieth dipinge una scena di pura devastazione dopo la battaglia. Non si vede presenza umana, solo un elmetto in primo piano ricorda che apparteneva a un soldato ora morto.

Dopo l'armistizio è iniziata la commemorazione ma anche la reazione. Solenni monumenti di rimembranza, statue e memoriali in marmo e bronzo con targhe e dediche, ma anche opere dada e surrealiste che sottolineavano l'assurdità della guerra. Artisti come George Grosz hanno poi puntato i riflettori sui sopravvissuti al conflitto, i soldati feriti o traumatizzati che non riuscivano a dimenticare, con immagini grottesche create per provocare e far pensare. Altri hanno seguito la stessa strada ma puntando sul realismo, con immagini di soldati sfigurati e menomati dalle ferite fisiche e psicologiche poi emarginati e trascurati da una società “nuova” che voleva dimenticare e andare oltre in tempi rapidi.

Altri artisti, come Pablo Picasso e Henry Moore, hanno reagito all'incomprensibile caos della guerra tornando al classicismo, forme solide e rassicuranti e soggetti tradizionali e senza tempo come paesaggi e ritratti. Gli artisti francesi hanno privilegiato i paesaggi campestri e le scene bucoliche, tornando a un'Arcadia che non c'era più. Altri hanno optato per soggetti religiosi per dare un senso alla devastazione senza senso che avevano visto.
Negli anni Venti è poi emerso l'entusiasmo per la modernità e un voluto ottimismo sul futuro: gli artisti dipingono città verticali nuove, architettura contemporanea, grattacieli, macchine e motori. La speranza implicita era che il progresso potesse impedire una ripetizione degli errori e degli orrori del passato e portasse a un mondo migliore. Sappiamo tutti come quell'illusione sia finita.

Aftermath: art in the wake of World War One
Fino al 23 settembre 2018
Tate Britain, Londra
www.tate.org.uk

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