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Il fascino dell'animazione giapponese in «Mary e il Fiore della…

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Il fascino dell'animazione giapponese in «Mary e il Fiore della Strega»

«Mary e il fiore della strega»
«Mary e il fiore della strega»

I tanti fan del cinema d'animazione giapponese possono esultare: questa settimana nelle nostre sale arriva «Mary e il Fiore della Strega», una pellicola da vedere con tutta la famiglia.
Protagonista è la piccola Mary, una ragazzina che sta trascorrendo delle noiose vacanze presso la casa di campagna della zia. Dopo aver trovato un gatto misterioso, si ritroverà coinvolta in un'avventura magica e pericolosa.

Diretto da Hiromasa Yonebayashi, «Mary e il Fiore della Strega» è il primo film prodotto dallo Studio Ponoc, fondato nel 2015 dallo stesso regista e in cui sono confluiti molti animatori del celebre Studio Ghibli (casa di produzione che ha dato vita a quasi tutti i lungometraggi del grande Hayao Miyazaki). Yonebayashi aveva proprio firmato per lo Studio Ghibli i suoi lavori precedenti, «Arrietty – Il mondo segreto sotto il pavimento» e l'ottimo «Quando c'era Marnie», due film le cui atmosfere magiche si ritrovano in «Mary e il Fiore della Strega».

In questa terza prova il regista mescola racconto di formazione e immaginario fantastico, seguendo lo stile di diversi film d'animazione precedenti: si può pensare in particolare a «Kiki – Consegne a domicilio» del già citato Miyazaki. Nonostante sappia un po' di già visto e non regali grandi colpi di scena a livello narrativo, «Mary e il Fiore della Strega» è comunque un prodotto di buon intrattenimento, capace di emozionare e far riflettere, a partire dal notevole prologo.

Il ritmo si mantiene alto per l'intera durata ed è soprattutto l'apparato estetico a convincere fino in fondo, in particolare nel disegno dei magnifici fondali.Menzione positiva anche per le ottime scelte musicali, che contribuiscono notevolmente a valorizzare il disegno d'insieme.

Tra le novità della settimana si segnala anche «La stanza delle meraviglie» di Todd Haynes, film presentato in concorso al Festival di Cannes 2017.
Al centro ci sono due storie parallele: la prima, ambientata nel 1977, vede protagonista Ben, un ragazzino che decide di partire da solo alla volta di New York per andare alla ricerca del padre che non ha mai conosciuto; la seconda è invece collocata nel New Jersey del 1927 e racconta della piccola Rose, una bambina sordomuta che abbandona la casa in cui è cresciuta.

Basata sul romanzo illustrato dello scrittore americano Brian Selznick, autore anche de «La straordinaria invenzione di Hugo Cabret», da cui Scorsese ha tratto un celebre lungometraggio, «La stanza delle meraviglie» è una pellicola nostalgica e toccante, che parla con grande spessore del tema della memoria e di quello del destino, la vera forza che sembra unire i personaggi.

Ma è anche un notevole omaggio al cinema (al periodo del muto, in particolare) questo lungometraggio girato ad altezza di bambino che conferma l'enorme talento di Haynes, regista che aveva già stupito ed emozionato con film come «Lontano dal Paradiso», «Io non sono qui» e «Carol».

Eccellente la parte conclusiva che gioca anche con l'animazione, ma è l'intera opera a colpire grazie in particolare allo splendido lavoro della fotografia di Edward Lachman e alla sinuosa colonna sonora di Carter Burwell. Un film da non perdere, che vede nel cast due attrici importanti del cinema a stelle e strisce come Julianne Moore e Michelle Williams.

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