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E la bellezza diventò politica

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toni morrison

E la bellezza diventò politica

Premio Nobel. Toni Morrison nella sua casa di New York in uno scatto del 1998
Premio Nobel. Toni Morrison nella sua casa di New York in uno scatto del 1998

«La grande letteratura non può essere impegnata», «l’arte deve essere gratuita», «la politica inquina la produzione estetica»: sono alcune delle affermazioni da cui devono difendersi ancora oggi gli autori africani o afroamericani che si confrontano con lo sfruttamento, la colonizzazione, lo schiavismo e in generale tutti quegli scrittori impegnati contro le discriminazioni razziali, sociali, sessuali oppure a descrivere un passato o presente di ingiustizie.

Negli anni Cinquanta, quando Toni Morrison era una studentessa alla Howard University, la situazione era ancora peggiore: solo il fatto che l’autore o il suo personaggio avessero la pelle nera condannava il romanzo a un’analisi esclusivamente politica del suo valore. Eppure, con una mossa tutt’oggi non sufficientemente sottolineata, nel momento stesso in cui si accinge a diventare un’icona della letteratura afroamericana, Morrison pone le basi per non esservi relegata. Non lo fa sminuendo o mettendo in secondo piano il suo impegno politico, che anzi sbandiera, lo fa ribaltando la questione: chiedendosi se non sia l’estetica a inquinare la politica, addirittura l’etica, domanda che le permette di indagare la natura stessa di politica ed estetica e le fornisce un grimaldello per accedere alla grande letteratura.

Il ribaltamento di prospettiva è già presente nel primo romanzo, in cui il futuro premio Nobel mostra di avere chiara consapevolezza di come la bellezza sia, o possa diventare, una questione squisitamente politica. «I Breedlove non vivevano in un negozio per via di difficoltà temporanee dovute ai tagli della manodopera in fabbrica. Vivevano lì perché erano poveri e neri e vi restavano perché pensavano di essere brutti»: afferma l’allora trentanovenne Morrison in L’occhio più blu (1970), storia della piccola Pecola Breedlove che aspettava un bambino dal padre e che sognava di avere gli occhi blu, dei begli occhi blu perché davanti a occhi così nessuno avrebbe fatto cose brutte

Nel descrivere il padre Cholly (la cui bruttezza era una «conseguenza della disperazione, della dissipazione e della violenza verso cose insignificanti e persone deboli») e Pecola cui invece, come alla madre e al fratello, la bruttezza non apparteneva, la indossava soltanto, l’autrice lascia poi intendere di non sottovalutare le relazioni pericolose che legano etica ed estetica, la conoscenza emotiva e il pensiero razionale.

«Ritengo che l’arte migliore sia politica, e che si debba riuscire a renderla al contempo indubbiamente politica e irrevocabilmente bella» affermerà successivamente nel saggio Rootedness: The Ancestor as Foundation del 1984, prendendo il diavolo per le corna. «Perché, se quando scrivo romanzi, non parlo del villaggio, della comunità o di voi, allora non parlo di niente» aggiungerà ancora. Poi, con ironia sorniona, sottolineerà nella prefazione Vintage all’edizione di Sula come la convinzione che la narrativa politica non sia arte «non apparteneva a Chaucer, a Dante, a Catullo, a Sofocle o a Shakespeare».

Consapevole dell’effetto di sottomissione e colpevolizzazione che la cultura e i canoni estetici dei dominatori bianchi producevano sulla popolazione nera privata di una memoria e di un sapere dalla deportazione, dalla vendita dei figli, dalla cancellazione dei nomi, dei paesi e delle lingue d’origine che aveva seguito la riduzione in schiavitù, a Morrison è apparso subito chiaro come per scardinare il pregiudizio razziale che aveva intaccato la stessa comunità afroamericana fosse necessario passare attraverso la rifondazione di un’estetica e di una cultura nera. Meticolosamente cercherà dunque di recuperare le origini tramite un lavoro di studio, valorizzazione e riformulazione delle slave narratives, i racconti degli schiavi; di raccolta degli articoli di giornale, delle canzoni, dei rituali; tramite la ricerca di uno stile e una lingua (indimenticabili) che non avrebbero tradito ma anzi valorizzato la tradizione orale e lo slang afroamericano. Tentando infine anche di inglobare nella sua narrativa l’estetica della musica nera, esperimento che culminerà con Jazz, «un libro che non si legge ma si ascolta», che «non ha un accordo finale» perché - spiega - «questo è il motivo per cui il jazz tiene gli ascoltatori appollaiati sul bordo delle sedie, in spasmodica attesa. C’è sempre qualcos’altro che vorresti da quella musica».

Da L’Occhio più blu eSula, in cui è descritta la vita nella prima metà del ’900, al Canto di Solomon in cui l’ambientazione passa dal Nord industriale al Sud rurale, ancestrale e mitologico, a Beloved che fa parte della trilogia che con Jazz e Paradise si estende dalla guerra di secessione ai diritti civili, fino a Il dono (A mercy ) in cui la storia si svolge alla fine del ’600 o all’ultimissimo Prima i bambini, che ha luogo ai giorni nostri, Morrison ha cercato di colmare con la narrativa gli abissi di dimenticanza e di follia lasciati dallo schiavismo. Del resto l’esergo del Canto di Solomon (1977): «Possano i padri alzarsi in volo e i figli conoscere il proprio nome» - come fa il bisnonno del protagonista Milkman, uno schiavo sfuggito alle catene e tornato volando in Africa - è una dichiarazione d’intenti politica ma anche poetica, un inno alla letteratura e al suo valore etico e politico che trasforma il lettore nero in un uomo capace di librarsi e riappropriarsi delle origini, della cultura e dell’identità che non solo la cultura e l’estetica bianca avevano estirpato, ma anche perfuso di un alone di bruttezza e bestialità.

Profondamente conscia della forza della bellezza, e dell’arte che ne è la sublimazione, Morrison ne fa un uso doppiamente sapiente nella sua narrazione. È infatti attraverso la magnificenza della natura descritta con un lirismo che commuove fino alle lacrime (mentre la brutalità dei gesti è raccontata con espressioni scarne perché «i neri non si prendono sul serio», per andare avanti, e per «l’orgoglio potente dei maltrattati») che l’autrice fa esplodere il contrasto tra la miseria dei protagonisti e la bellezza che sono, siamo, in grado di riconoscere; tra la realtà e ciò che potrebbe essere. Ed è qui, di nuovo, in questo scarto, che la politica ritorna in gioco. L’estetica chiama la politica, fa immaginare un mondo migliore, possibile.

Rileggendo L’occhio più blu, Sula, Il canto di Solomon, Beloved, Jazz e Il dono, romanzi ora riuniti in un Meridiano (curato da Alessandro Portelli, con uno scritto di Marisa Bulgheroni e le splendide traduzioni di Franca Cavagnoli, Silvia Fornasiero, Chiara Spallino) che finalmente celebra, per volontà di Renata Colorni, una scrittrice ancora sottovalutata in Italia pur essendo ormai un classico, si rimane stregati. Stregati di fronte alla maestria con cui Morrison ha saputo utilizzare la storia dei neri d’America non solo per imprimere indelebilmente nella memoria «che questo è stato», ma anche per farci capire cos’è l’uomo (come del resto aveva fatto Primo Levi), impiegando ad esempio la riflessione sugli effetti della violenza inaudita dello schiavismo che portò una madre a uccidere i figli per proteggerli - storia vera che ispirò Beloved - per indagare il senso di stare al mondo e l’amore, quello tra madre e figli in particolare, i suoi modi e i suoi limiti, forse pure quelli del devastante paternalismo dei bianchi, mossi, anche, da un mal riposto senso di superiorità morale. Del resto lo scrittore nero è costretto a capire le motivazioni del bianco per non ripeterne l’errore: la disumanizzazione dell’altro. Per quanto atroce può essere ciò che ha compiuto il bianco, chi lo ha causato deve restare nei limiti dell’umano. Necessità di inclusione che non ha fatto che approfondire l’indagine di Morrison, aumentandone, fra l’altro, la portata politica.

E forse il lascito maggiore di questa scrittrice, in un’epoca in cui gli intellettuali hanno abdicato al ruolo di interpreti della realtà in nome di una terzietà della letteratura e dell’arte tanto ridicola quanto ipocrita, sarà proprio l’averci richiamato all’importanza dell’impegno politico, che non significa avere una tesi precostituita e piegare l’arte per dimostrarla, ma usare tutti i mezzi che il cervello razionale ed emotivo ci offre per capire il mondo e l’uomo ed agire di conseguenza.

Toni Morrison, a cura di A. Portelli, con uno scritto di M. Bulgheroni, trad. di F. Cavagnoli, S. Fornasiero, C. Spallino Rocca, Meridiani, Mondadori, pagg. 1664, € 80

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