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Bobby Kennedy, incompiuto e amato

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a cinquant’anni dalla morte

Bobby Kennedy, incompiuto e amato

«Sai», disse Bobby a Ken O’Donnel, il capo della sua campagna, dopo aver vinto le primarie in California. «Per la prima volta sento di essermi liberato dell’ombra di mio fratello: sento di avercela fatta da solo». Ai giornalisti in attesa aveva spiegato che la politica è «un’avventura onorevole». Era l’ottantaduesimo giorno di campagna e l’ultimo della sua vita. Il politico che ancora doveva raggiungere i suoi obiettivi, si trasfigurava nel mito.

La salma di Bobby fu portata da Los Angeles a New York, poi in treno a Washington. Più di un milione di americani attesero il passaggio del convoglio. Come spiega Chris Matthews nell’ultima biografia di Robert F. Kennedy, non esiste «un’era politica» di Bobby. C’è quella molto lunga di Franklin Roosevelt e quella molto più breve ma intensa di John Kennedy. Il fratello era solo sulla buona strada per battere Eugene McCarthy alle primarie democratiche. Ma forse non il repubblicano Richard Nixon.

Perché dunque un politico apparentemente così incompiuto è così amato? Il perdurare dell’ «ideale Bobby» mezzo secolo dopo la sua morte, scrive Matthews, «è nel suo desiderio di correggere gli errori che contavano notevolmente allora e continuano a contare nel XXI secolo: ora più che mai». La povertà di troppi angoli d’America, il razzismo, le guerre sbagliate, il Pil che «conta le testate atomiche» ma non «il coraggio, la saggezza o la nostra conoscenza». È tutto irrisolto come allora.

Sfogliando le pagine del libro si ha l’impressione che A Raging Spirit sia il seguito della biografia che nel 2011 Matthews aveva scritto su John Kennedy (Elusive Hero, Simon & Schuster). Nella prima metà c’è più il presidente ucciso a Dallas nel 1963 che il fratello minore. Ma se è vero che Bobby non sarebbe esistito senza Jack, è altrettanto certo che Jack Kennedy e la Nuova Frontiera dipesero in larga parte da ciò che Bobby Kennedy fece per il fratello. Organizzò le campagne di Jack per un seggio in Senato a partire dal 1952; fu accanto al fratello nel Comitato senatoriale contro il racket e Jimmy Hoffa, il capo corrotto del più potente sindacato americano.

Quattro anni più tardi Jack decise di correre per la Casa Bianca: dopo Eisenhower, l’America aveva bisogno di uomini nuovi. Era l’occasione che Jack e Bobby costruivano da anni. «Fu scontato», raccontò Rose Kennedy, la madre, «che quando Jack decise di candidarsi, Bobby sarebbe stato il manager della sua campagna». Pochi giorni dopo la vittoria su Nixon, Jacqueline scrisse un biglietto al cognato: «A Bobby che ha reso possibile l’impossibile e ha messo in gioco tutte le nostre vite».

«Bobby Kennedy non va al gabinetto se non scappa a Jack Kennedy», diceva Lyndon Johnson. Jack si fidava di Bobby ed era ricambiato con fedeltà assoluta: il ministero della Giustizia che gli aveva affidato non esauriva il ruolo di Bobby nella sua amministrazione. Dalle relazioni sentimentali di Jack, alla collaborazione con Martin Luther King, alle tensioni internazionali, c’era sempre Bobby a consigliare la soluzione. Dopo la crisi dei missili di Cuba l’inglese Harold Macmillan ammise che «il modo con il quale Bobby e suo fratello hanno giocato le loro carte è stato assolutamente magistrale».

All’ora di pranzo di venerdì 22 Novembre 1963 Bobby ricevette una telefonata da Edgar Hoower. «Ho una notizia per lei», disse il direttore dell’Fbi senza emozione. «Hanno sparato al presidente». Dal quel momento non sarebbe mai più scomparso un velo di tristezza dal suo sguardo ma fu allora che Bobby incominciò a camminare da solo. «La politica è essenzialmente una professione d’apprendimento continuo», sosteneva lo storico Arthur Schlessinger. Robert Kennedy aveva “studiato” all’ombra di Jack e continuò con tenacia, spesso cambiando le sue idee fino a che visse. La crisi americana di quei giorni richiedeva azione e compassione. «Dante - ripeteva Bobby - ha detto che i posti più caldi nell’inferno sono riservati a chi resta neutrale in tempi di crisi morale».

Il 4 aprile 1968 a Memphis fu assassinato Martin Luther King. Quella sera la campagna presidenziale prevedeva un comizio in un ghetto nero di Indianapolis che i consiglieri suggerirono di cancellare. Bobby rifiutò. «Lo sanno?» chiese arrivato sul palco davanti a un migliaio di neri. «Fino a un certo punto - farfugliò un organizzatore - lasciamo fare a lei». «Ciò di cui abbiamo bisogno negli Stati Uniti», disse alla folla dopo averla informata dell’omicidio, «è amore, e saggezza, e compassione». Quando venne la sera, scrive Matthews, «scoppiarono rivolte in un centinaio di città. Non a Indianapolis».

Dopo il funerale ad Arlington John Glenn, astronauta e amico di famiglia, insieme alla moglie riportò a casa i più piccoli dei 10 figli di Bobby. Dopo averli messi a letto, Glenn entrò nello studio di Kennedy. Sulla scrivania c’era un poema di Ralph Waldo Emerson. Nella pagina lasciata aperta Bobby aveva sottolineato una frase: «Fai sempre ciò che temi di fare».

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