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Renzo Piano ha esaltato la «Justice»

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Renzo Piano ha esaltato la «Justice»

Palais de Justice, il nuovo tribunale di Parigi, alto 180 metri, costruito dall’architetto italiano Renzo Piano nel nuovo quartiere di Batignolles, nella periferia nord ovest di Parigi
Palais de Justice, il nuovo tribunale di Parigi, alto 180 metri, costruito dall’architetto italiano Renzo Piano nel nuovo quartiere di Batignolles, nella periferia nord ovest di Parigi

Si tratta dell’edificio pubblico più lontano dal centro di Parigi, ma visibile da ogni parte della città. Il punto d’osservazione migliore rimane però la terrazza del Beaubourg che offre lo spettacolo del suo skyline a gradoni: un telescopio d’argento che entra in sintonia con la cupola dorata della Madeleine, con l’Arco di trionfo e la Tour Eiffel, i monumenti che segnano gli assi prospettici della grande Parigi. Alto 180 metri (appena un po’ sotto la Tour de Montparnasse ) il Palais de Justice nel nuovo quartiere di Batignolles, nella periferia nord ovest, è l’ultima opera nella capitale francese dello stesso architetto del Beaubourg, Renzo Piano.

Un edificio importante, oltre che imponente, di cui l’architetto genovese è particolarmente fiero, anche perché autobiograficamente segna un traguardo non da poco: quarant’anni fa vinse da giovane sconosciuto, insieme al suo partner inglese Richard Rogers, un concorso che avrebbe cambiato la nostra maniera di pensare a un museo: il Beaubourg, appunto, l’edificio più visitato dai turisti dopo la Tour Eiffel. Ora, al comando di uno degli studi più in vista del mondo (il RPBW) e all’età di 80 anni, Renzo Piano si è trovato a replicarne il successo con questa «fabbrica della giustizia» che sfida ogni retorica del genere con la brutale freschezza di una macchina perfino più asciutta e sintetica rispetto al suo primo capolavoro.

Chi ha avuto modo di conoscerlo, sa che Piano è rimasto una persona sobria, schivo a dispetto della sua fama e certamente poco sentimentale nei riguardi del suo lavoro. Ma dalle sue parole trapela soddisfazione e forse anche un luccichio di orgoglio: «Sin da quando si è aperto il cantiere, quasi sette anni fa, mi piaceva venire qui per vedere come cresceva questo strano colosso. Ora che è finito e la gente ha preso ad usarlo, mi sembra quasi che tra il museo del Beaubourg e questo tribunale si reciti un dialogo a distanza: sono due vascelli a loro modo, due elementi che rappresentano il loro tempo. Uno celebra un momento (mezzo secolo fa) di cerniera culturale, l’altro interpreta una nuova maniera di esercitare la giustizia oggi».

Il nuovo Palais de Justice a Porte de Clichy, va a sostituire il vecchio tribunale nell’Île de la Cité, con una decisione politica lungimirante, avviata più di sette anni fa, per dare impulso al nodo scoperto della banlieu parigina. Un percorso di guerra, minato a lungo dall’opposizione della potente lobby degli avvocati, timorosa di perdere i “privilegi” del centro, che alla fine si è risolta con la paradossale richiesta allo studio RPBW di costruire accanto al tribunale la Maison de l’Ordre des Avocats, loro quartier generale.

Il concorso prevedeva all’inizio di dividere il tribunale in due edifici separati: uno per tutte le funzioni pubbliche con le aule, l’altro per gli uffici. La controproposta dello studio Piano fu invece di costruire un unico grande edificio che - oltre a consentire la realizzazione di un parco (oggi dedicato a Martin Luther King) - potesse fare da spin off al rilancio della periferia, tema assai caro al senatore Piano: «Pur essendo un convinto sostenitore dell’idea di “rammendo” urbano, mi rendo conto che in certi casi la periferia ha bisogno di un investimento coraggioso e di grande scala. Un motore che la rimetta in moto, che sia visibile e che renda visibile il cambiamento e la presenza dello Stato. Monumentalità ma senza grandeur. Certo, ogni edificio porta sempre con sé una sua simbologia, se vuoi persino una sua retorica. Ma in questo caso ci tengo a sottolineare che la sua monumentalità è lo specchio di una dignità civica. Forse anche di orgoglio. Non abbiamo voluto minimizzare questo ruolo, ma interpretarlo nel verso dell’arte pubblica, cioè di un tributo alla comunità civile che deve usarlo e a una giustizia come rituale necessario alla dignità della società. La modestia in un edificio pubblico sarebbe solo ipocrisia».

E non c’è dubbio che questo Palais di periferia sia tutt’altro che modesto, ma anzi espressivo di una qualità particolare che trae la sua forza dalla realtà delle cose e da una visione che la trasforma in metafora. La realtà è legata alla forma particolare: la facciata sud guarda verso Parigi, quella nord verso Clichy, definendo così un corridoio prospettico tra città e periferia immediato ed efficace. Il Palais è una torre, ma ha un podio basso, un basamento di 8 piani con sopra un vero e proprio parco destinato ai magistrati che abitano la parte alta. Ma questa divisione non è la metafora di due città: quella del popolo in basso, quella dei giudici in alto. Corrisponde solo alla regole di privacy e di sicurezza che assicurano ad esempio che ogni aula sia accessibile secondo tre diversi e separati percorsi, a seconda che si sia un magistrato, un detenuto o un auditore.

All’interno, il podio è tagliato da un boulevard, la tradizionale sala dei passi perduti, che grazie al soffitto trasparente assicura un ambiente luminoso e rasserenante, percorso da ottomila persone al giorno. La luminosità è da sempre un elemento chiave nelle architetture di Piano: una maniera di renderle permeabili all’esterno, soprattutto in una città nordica come Parigi dove il cielo cambia con la velocità del vento. Contro il concetto dell’edificio sigillato, Piano ha elaborato una lunga sperimentazione sulle “pelli” che - come nell’organismo umano - sono delle vere interfacce tra l’interno e l’ambiente. Respirano – e infatti in studio i pannelli fotovoltaici che percorrono le facciate sono stati battezzati “branchie”- sono sensibili alla variazioni climatiche, si aprono e si chiudono come le palpebre sotto gli effetti della luce, consentendo il controllo delle risorse e il risparmio energetico.

«Quest’edificio - dice Piano - è la rivincita della buona politica, un edificio che la Francia ha avuto il coraggio di fare confermando così la nobiltà del mestiere dell’architetto. Per me è stato un grande onore che rende merito alla nostra professione di costruttori. Certo, nella società i grandi cambiamenti non li fanno gli architetti, ma l’architettura ne è specchio fedele, quando riesce a trasformarli in simboli visibili, in macchine perfette ed umane che fanno avanzare la civiltà dei comportamenti in una direzione equa e condivisibile».

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