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Statue da mettere in vetrina

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Storia dei manichini

Statue da mettere in vetrina

Manichino d’autore. Man Ray, manichino  di Sigel  vestito  da Lanvin  per l’Exposition  du Muse des  Arts dcoratifs  del 1925
Manichino d’autore. Man Ray, manichino di Sigel vestito da Lanvin per l’Exposition du Muse des Arts dcoratifs del 1925

Voleva vederli tutti e immaginarsi avvolta da quegli abiti meravigliosi, e lui, per accontentarla e stuzzicare la fantasia, aveva promesso di inviarle una collezione di bambole vestite all’ultima moda e soprattutto un sarto francese, che avrebbe adattato ogni modello alle misure della futura sposa. Lei era Maria de’ Medici e il fidanzato era Enrico IV, che in una lettera del 24 giugno 1600 non solo rassicurava la nuova regina di Francia circa lo splendore del suo guardaroba, ma sanciva la nascita ufficiale del manichino, quell’alter ego di legno, stoffa, cera, cartapesta e infine plastica che ha accompagnato l'evoluzione del corpo delle donne, ha conquistato un ruolo da protagonista nella storia dei consumi, e infine ha firmato un capitolo straordinario della fotografia. A raccontarne la storia, solo all’apparenza minore, Erwan de Fligu, antiquario della moda, tra i massimi conoscitori del costume e oggi autore dello splendido volume Une histoire du mannequin de vitrine, edito da Flammarion.

Vetrina, parola chiave. Se Maria de’ Medici e dopo di lei schiere di nobildonne e modeste signore non avevano altra occasione se non entrare nell’atelier di un grande sarto o di una sartina di provincia per soddisfare il desiderio interclassista di sentirsi belle, improvvisamente nel 1780 la scena cambia, perch sotto i portici del Palais Royal, a Parigi, compaiono le prime vetrine e dietro loro i manichini. E di fronte alle vetrine, eredi della rivoluzione industriale, le donne si fermano, esitano, sognano, da passanti diventano potenziali clienti, perch tutto gi l, davanti agli occhi, tra voglia e frustrazione di uno shopping non ancora compulsivo ma gi avviato a esserlo. Nella carnalit del desiderio, anche il manichino cambia natura e diventa pi vero, abbandonando il vimini dell’Ancient Regime, il ferro dei primi dell’Ottocento, e conquistando alla fine del secolo la morbidezza del corpo umano quando Alexis Lavigne, fondatore di una scuola di taglio e inventore del metro a nastro, famigerato strumento di infelicit e insoddisfazione femminile, crea il primo “alieno” di cartapesta, ovatta e stoffa. Una rivoluzione, si pu drappeggiare il tessuto e si possono puntare gli spilli senza temere urla e schiaffi. Se poi si ricorda che nel 1850 viene inventata la macchina da cucire, quindi la confezione, e che due anni dopo si aprono le porte de Le Bon March, si capir come le mannequin, attorno a cui le signore girano come i signori intorno alla Venere Callipigia, abbia tenuto a battesimo il consumismo. Per ora si tratta solo di un busto “vestito”. Il cuore c’, manca la testa.

Spetta a Frdric Stockman, scultore e allievo di Lavigne, l’invenzione di un manichino dotato di gambe, braccia e soprattutto di una testa di biscuit. Per raggiungere la piena metamorfosi, quell’ambiguit esaltante che suggerisce a Paul Delvaux di titolare un quadro Noi siamo la copia di carne e di sangue di un originale di cera, bisogna aspettare, appunto, la “scoperta” della cera, materia prima degli avatar della Belle poque, come li sorprende Eugne Atget in un negozio di Boulevard de Strasbourg, nel 1910. L’incarnato del viso sublime, ma il peso specifico, circa venti chili a esemplare, insostenibile se si considera che, visto la delicatezza dell’impasto, i manichini andavano tolti dalle vetrine nelle ore pi calde, pena lo scioglimento, e rimessi prima del tramonto. Con gli uomini al fronte, le commesse faticano troppo nell’operazione.

Victor-Napolon Sigel, canadese, collezionista d’arte e uomo da affari tanto da acquisire l’azienda rivale di Stockman nel 1923, trova la soluzione, la cera di carnauba, che indurisce l’impasto e permette di esporre quelle fragili creature anche sotto il sole. Ma la vera intuizione un’altra, ed la scoperta esistenziale del manichino come un alieno dotato di vita propria. Se Pierre Imans, altro produttore storico, aveva spinto l’iperrealismo delle sue creazioni fino a far loro aprire e chiudere gli occhi e addirittura respirare attraverso complessi meccanismi segreti, Sigel, sensibile ai prodigi dell’inconscio, trasforma il manichino in un doppio straniante e ne affida il ritratto a Man Ray e George Hoyningen-Huene, autore il primo di uno straordinario servizio su Vogue nel 1925, il secondo per lo stesso giornale nel 1927, e in quell’occasione la “modella” indossava un vestito di Patou, un cappello di Agns e un gioiello di Boucheron. Altro colpo di scena e Sigel nomina direttore artistico Andr Vigneau, violoncellista, cineasta, fotografo –realizza le prime copertine fotografiche per i romanzi di Simenon – ed lui stesso a scegliere come assistenti due giovani colleghi dal futuro radioso, Robert Doisneau e Franois Kollar.

Nel frattempo la silhouette delle donne cambia e se nel 1925 i manichini indossavano la 44, nel 1935 la taglia scende all’impietosa 38, fotografia in tre dimensioni di una moda e di un pensiero che ormai rendono omaggio, da allora fino a oggi, all'eterna giovinezza delle adolescenti. Il corpo si allunga, si assottiglia, si astrae e con questa disinvoltura spazio temporale le creature eteree di Sigel conquistano l’immaginazione di Marcel Duchamp, Max Ernst, Jean Arp, Salvador Dal e di nuovo Man Ray, e tocca a loro popolare di replicanti di cera l’Exposition internationale du surralisme del 1938. Persino Andr Breton, ne L’Amour fou, eloger gli occhi d’oro di queste strane apparizioni, occhi che si aprono per non vedere pi. Come spesso accade, i sogni predicono il futuro e negli anni della guerra, per non soffrire alla vista di tanto orrore, le figlie delle figlie delle bambole di Maria de’ Medici mostravano l’iride bianca, senza pupilla. Poi alla Liberazione sono tornate a fissare i passanti e contemporaneamente hanno scoperto aggirarsi tra le gambe una schiera di singolari figure, i vetrinisti. Qualche anno dopo, uno di loro avrebbe profetizzato: Un giorno tutti i grandi magazzini diventeranno musei, e tutti i musei diventeranno grandi magazzini. Era Andy Warhol.

Une histoire de mannequin de vitrine, Erwan de Fligu, Flammarion, Parigi, pagg. 178, € 35

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