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Per un umanesimo animale

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Letteratura

Per un umanesimo animale

Il verso tratto dalla poesia di Mallarmé «Il vergine, il vivace, il bell’oggi» in cui l’autore gioca sull’omofonia di “cygne” e “signe”. La foto è di Nicola Gardini
Il verso tratto dalla poesia di Mallarmé «Il vergine, il vivace, il bell’oggi» in cui l’autore gioca sull’omofonia di “cygne” e “signe”. La foto è di Nicola Gardini

Ci sono scienziati umanisti come Edward O. Wilson che rimproverano alla letteratura di mantenere una prospettiva esclusivamente antropocentrica (si veda l’articolo di Nicola Gardini sulla Domenica del 1 aprile scorso, ndr.). A un’opinione simile si può controbattere affermando che la letteratura si è da sempre assegnata il compito di studiare la sfera umana: emozioni, sentimenti, pensieri, ricordi, forze sociali, conflitti interiori e no, scopi, sogni. Resta vero, però, che la sfera umana è costituita da dimensioni psichiche e modi espressivi che non competono solo all’uomo, ma riguardano anche, pur con tutte le differenze dei vari casi, altri rappresentanti della natura. Esiste un’unità del vivente che mette sulla stessa barca – un’arca di Noè non necessariamente biblica – uomini e bestie e che la letteratura sembra sempre meno propensa a prendere in considerazione.

Dico “sempre meno” perché secoli e millenni fa gli scrittori si interessavano in maniera assai più cospicua a quest’unità del vivente. Una dimostrazione emblematica di ciò la forniscono le Metamorfosi di Ovidio, dove la trasformazione dell’uomo in animale suggerisce non soltanto l’instabilità del mondo, ma anche la partecipazione di ogni individuo respirante a un destino comune, a un perenne processo di corrispondenza biologica. Pensiamo anche alle Georgiche di Virgilio, inno alle energie di umani e bestie, dai buoi alle api; o al rispetto commosso di Lucrezio per la disperazione della vacca alla quale hanno sottratto il vitellino. Negli stessi poemi omerici gli animali si vedono riconosciuta dignità e profondità. Vengono subito in mente i cavalli che piangono la morte di Patroclo, o il cane di Odisseo, Argo, che, oltre a essere un esempio di lunghissima fedeltà, è coinvolto nel riconoscimento dell’eroe reduce alla stregua di un vero e proprio familiare, come il padre, il figlio e la moglie. Né si deve dimenticare la valenza sacra e politica di molti animali, ritualizzata nel sacrificio e nella caccia.

Su che basi si sostiene questa cultura degli animali in cui gli antichi sono immersi? Due assunti: 1. gli animali hanno forza; 2. gli animali hanno sapere. La loro forza è forza vitale, paragonabile a quella dei prodi. Non si tratta semplicemente di vigore fisico: è anche potenza della mente, astuzia. E c’è la preveggenza degli animali. Pensiamo ai cigni di Platone, che avvertono la prossimità della morte e allora cantano la loro melodia più soave. Gli animali musici! Qui va segnalato un recente libro di Paolo Isotta, Il canto degli animali (Marsilio, 2017), che con perizia e amore raccoglie secoli di conoscenze sul tema. A parte cantare o perfino suonare, gli animali ci danno segni (Mallarmé ha giocato sull’omofonia di “cygne” e “signe”), comunicando più di quello che la mente umana può comprendere e la parola esprimere. Per questo vanno consultati preventivamente, o interpretati quando sembrano volerci informare su un pericolo o una necessità.

Certo, l’etologia antica è limitata da due fondamentali preconcetti. Da una parte, gli animali incarnano gradi inferiori dell’essere, poiché sono incapaci di ragione e, dunque, si sottomettono all’istinto. Dall’altra, diventano interessanti per l’uomo quando gli siano utili con qualche rivelazione o simboleggino vizi e virtù del suo animo. Il discorso sugli animali, perciò, risulta spesso moralistico. Il moralismo farà scuola, infilando le vie più imprevedibili. Se non ci fossero stati la volpe (l’intelligenza) e il leone (la violenza) di Cicerone il Principe di Machiavelli sarebbe privo di una delle sue pagine più celebri. Nello stesso Ovidio che ho citato certe trasformazioni in animale valgono come diminuzioni di stato nella scala dell’essere. La mutazione del Lucio d’Apuleio in asino è una memorabile lezione sulla bestialità degli impulsi. La tradizione favolistica, poi, ha fatto degli animali mere maschere dell’uomo. Il moralismo zoomorfo ha tenuto fino alla modernità. Bastino due esempi: Il libro della giungla di Kipling e La fattoria degli animali di Orwell. Non mancano, tuttavia, racconti che trattano gli animali da animali. Da conoscere Il richiamo della foresta di Jack London e Cane e padrone di Thomas Mann. O le poesie di Ted Hughes sugli animali, a partire dal Falco nella pioggia. Anche poesie come Il passero solitario o Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi si possono intendere dentro una visione che colloca genere umano e animali nella stessa casa.

Ma ritorniamo al problema dell’antropocentrismo. Problema serio e urgente. Il libro di Carl Safina Al di là delle parole (uscito nel 2015 e pubblicato quest’anno da Adelphi) può aiutarci ad affrontarlo con rinnovata freschezza. Mentre l’ipotesi moralistica che ho indicato – basata su corrispondenze fantastiche e, in sostanza, finalizzata a fissare una radicale inconciliabilità – vede gli animali come uomini, Safina, in linea con l’impostazione di tanti ricercatori, da Darwin in poi, inverte la posizione dei termini: lui vede gli uomini come animali.

Safina parte dalla convinzione di molti studiosi che gli animali abbiano una mente e un’interiorità non meno degli umani; e ritaglia, appoggiandosi a prove empiriche, tre aree di riferimento: l’autocoscienza, i sentimenti, e il linguaggio. Posto e dimostrato che sia gli animali sia gli uomini hanno autocoscienza, sentimenti e linguaggio, ogni specie pensa, sente e si esprime in modi del tutto propri. Le somiglianze non creino proiezioni depistanti. Un elefante è un elefante, e come elefante andrà osservato e capito. Altro punto fermo: un elefante ha senz’altro una sua elefantinità assoluta, ma è anche un individuo a sé, dotato di un suo carattere e di una sua sensibilità. Lo stesso vale per i lupi, l’altra specie cui Safina dedica maggiore attenzione.

Le pagine più belle del libro sono per me quelle sulle pratiche e sulle abilità linguistiche di alcune specie, in particolare gli elefanti, che vivono immersi in un perenne mormorio, per noi umani per lo più inudibile. Ci sono specie, per esempio i delfini, che hanno perfino comprensione della sintassi, ossia capiscono che il senso di un enunciato deriva, oltre che dalle singole parole, anche dalla posizione che le parole occupano nella frase.

Lo studioso di letteratura, lo scrittore, il lettore di romanzi e di poesia, l’umanista in senso lato troveranno in questo libro ampio materiale per riflettere sull’origine dell’individualità, sulla formazione di atteggiamenti dello spirito come il lutto, la solidarietà, l’inganno, la pietà, sull’uso della memoria, sull’elaborazione del linguaggio. Al di là delle parole illustra una vera e propria civiltà della comunicazione e del sentire, suggerendo interessanti spunti anche sulla nascita della morale. Al tempo stesso, ci ricorda che questa civiltà non-umana è sempre più precaria, perché gli animali sono maltrattati, privati dei loro spazi, massacrati; e che il ruolo dell’essere umano, l’animale più fortunato nella storia dell’evoluzione, appare ancora difficilmente comprensibile. Concluderò con questa citazione, un interrogativo, che riassume il fine ultimo di qualunque umanesimo: «non siamo né semplicemente buoni né semplicemente malvagi; siamo entrambe le cose, insieme e in modo imperfetto. La domanda, allora per tutti noi è: in quale direzione tende il nostro equilibrio?» (pag. 397).

Al di là delle parole

Carl Safina

Con questo libro Safina ha vinto il premio letterario Merck, che gli sarà assegnato il 12 luglio alle 19 a Roma, a Villa Miani. Il giorno dopo sarà ospite di Venti d’estate, all’isola Tiberina alle 21.30, Adelphi, Milano, pagg. 687 , 35 tavole fot. € 34

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