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Il presidente ideale degli Stati Uniti

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Lettera da Washington.

Il presidente ideale degli Stati Uniti

L’ultimo libro  di Bill Clinton, scritto con James Patterson, è  «The President is Missing», Penguin Random House, UK pagg. 513. È stato appena tradotto in Italia da Longanesi  con il titolo  «Il presidente  è scomparso»
L’ultimo libro di Bill Clinton, scritto con James Patterson, è «The President is Missing», Penguin Random House, UK pagg. 513. È stato appena tradotto in Italia da Longanesi con il titolo «Il presidente è scomparso»

«Sempre di più i politici seguono la corrente, soffiando sulle fiamme dell’ira e del risentimento... Mi ero candidato alla presidenza per cambiare questo circolo vizioso. Spero di poterlo ancora fare». A partire dal nome – Jonathan Lincoln Duncan – ecco un presidente degli Stati Uniti a tutto tondo, l’uomo dal quale democratici e repubblicani, blue e white collars, banchi e latinos, nordisti e sudisti vorrebbero essere guidati. Senza nascondere l’invidia, Katy Brandt, la sua vicepresidente, lo definisce «un eroe di guerra dal fascino rude e dall’acuto senso dell’umorismo».

In natura non esiste un leader così. Un POTUS (acronimo di President Of The United States) di questa perfezione si trova solo nei romanzi come quello inusuale appena uscito negli Stati Uniti. The Presidenti is Missing non lo è per la sua trama di thriller politico né per i molti colpi di scena, tutti scontati. È singolare perché uno dei suoi due autori è Bill Clinton, 42° presidente e marito di Hillary, candidata clamorosamente sconfitta due anni fa. L’altro autore, il meno rilevante, sebbene il vero estensore del romanzo, è James Patterson, produttore a livello industriale di thriller. Stephen King che se ne intende, sostiene che Patterson è un «terrible writer».

Anche Jimmy Carter nel 2003 aveva scritto un romanzo: The Hornet’s Nest. Ma era ambientato nel 1776, ai tempi della Rivoluzione americana. Questo di Clinton è attuale. La minaccia è un attacco cibernetico organizzato da un terrorista islamico, che riporterebbe l’America a un’ «età del buio» senza computer, aerei, difesa, elettricità, ospedali né scuole. Solo un «eroe pieno di dignità e bypartisan» può affrontare la sfida, le manovre dell’opposizione repubblicana, le ambiguità russe.

Le qualità e i connotati politici di Duncan richiamano sospettosamente all’identikit opposto di un presidente in carne e ossa. Nell’amministrazione Duncan, oltre alla vicepresidente, donne sono la chief of staff (la carica più importante dopo la presidenza) e la sua vice, le direttrici dell’Fbi e della Cia, il medico di POTUS. Alcune di loro sono anche nere. C’è poi la traditrice che si nasconde nella Casa Banca e la sicaria incaricata di uccidere Duncan.

Jonathan Lincon Duncan viene da una famiglia povera, ha combattuto Desert Storm da caporale nei reparti d’assalto, è stato preso prigioniero dagli iracheni e non ha tradito i commilitoni nonostante le torture. È bello, colto e spiritoso; è un presidente democratico ma bipartisan; per sventare la minaccia si rivolge agli alleati ed è pieno di principi fino alla noia. È evidente che, esattamente al contrario, sia l’identikit di Donald Trump: misogino, razzista, ricco dalla nascita, imboscato, violentemente partigiano, ingiurioso con gli alleati e amico dei nemici dell’America.

In poche parole, The Presidenti is Missing,appena tradottoinItalia da Longanesi con il titolo Il presidente è scomparso(pagg. 496, € 22), è un altro tentativo di creare un universo presidenziale alternativo alla realtà. Immaginare il leader che non c’è per sopravvivere a un’insopportabile quotidianità di cattive sorprese. Più di un anno e mezzo dopo l’elezione di Trump, Washington non è uscita dall’incubo, nonostante il bombardamento mediatico contro chi siede alla Casa Bianca, le divisioni repubblicane e i primi segni di rinascita democratica. Non c’è giorno che giornali e network rinuncino ad aprire sulle malefatte di Trump, relegando il resto a notizie minori. Interni, economia, esteri, cronaca, gossip: tutto sotto il segno di Trump.

La sesta e ultima stagione di House of Card, annunciata da Robin Wright per autunno, è ormai irrilevante. Non solo perché lo scandalo sessuale ha tolto di mezzo un grande attore come Kevin Spacey. Il potere privo di limiti di Claire e Frank Underwood in una Washington apparentemente ignara ma complice, era una caricatura della politica, un Riccardo III-serie tv. Puntata dopo puntata la gente si chiedeva: «Chissà cosa s’inventeranno gli sceneggiatori, questa volta». Ora il pubblico elettore, il male lo ha in carne ed ossa alla Casa Bianca, con un presidente sceneggiatore di se stesso.

Come The President is Missing, anche le due stagioni diDesignated Survivor con Kiefer Sutherland nei panni del presidente Tom Kirkman, rientrano nella categoria della realtà politica parallela. Una volta l’anno il presidente tiene il discorso sullo stato dell’Unione. Tutto il mondo politico di Washington si riunisce al Campidoglio per ascoltarlo, ma un ministro dell’amministrazione viene designato per restare alla Casa Bianca nel caso in cui un attentato decimi il potere. Questa è realtà costituzionale. La serie tv incomincia con l’anonimo Kirkman che diventa presidente suo malgrado, a causa di un super-attentato che rade al suolo il Campidoglio, ordito da una ultra-destra suprematista e nativista che vuole prendere il potere. A parte il tritolo, si potrebbe dire che la realtà aveva anticipato la fantasia. In ogni puntata c’era una minaccia alla sicurezza nazionale e il pistolotto finale del buon presidente che spiegava l’immortalità delle leggi, dei valori e dei sentimenti dell’America.

Terminata la seconda stagione, la serie è stata chiusa. Per quanto affamata di buoni sentimenti, l’audience americana si era stancata del buonismo di Kirkman: alla fine preferisce affrontare la realtà nella speranza di cambiarla, che vivere nell’illusione di una presidenza disneyana che non esisteva nemmeno prima della “dark age” di Trump. Per questo il romanzo di Clinton non avrà successo. Invitato dalla NBC a presentare il libro, il conduttore aveva chiesto all’ex presidente se finalmente avrebbe chiesto scusa a Monica Lewinsky, 20 anni dopo averla circuita e convinta a un rapporto sessuale alla Casa Bianca. Qualche giorno dopo, sotto la pressione di una dura campagna di stampa, finalmente Clinton lo ha fatto, dimostrando due cose: che il suo libro almeno è servito a qualcosa; e che grazie ai suoi giornalisti, l’America sopravvivrà anche Trump.

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